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I due più grandi e osannati artisti italiani, Raffaello e Caravaggio hanno avuto stretti rapporti con l’Umbria. Che il giovane Raffaello avesse vissuto una parte importante dei propri esordi professionali nellaa regione, è cosa nota e arcinota. Nel quinto centenario dell’urbinate, a Città di Castello, ci fu una mostra che raccontava, attraverso le sue opere, della sua presenza in città. Adesso sta emergendo, grazie agli studi di alcune importanti ricercatrici – fra queste c’è Laura Teza, docente dell’ateneo del capoluogo umbro – che, mentre soggiornava a Perugia, si dilettava a disegnare il profilo  di un quartiere cittadino. L’opera è conservata al museo di Oxford e Passaggi sta cercando di ottenere l’autorizzazione a pubblicarla, in modo che sia possibile mostrare a tutti quei lavori. Lo schizzo, molto accurato, ritrae il Cassero di Porta Sant’Angelo e i dintorni visti da Porta Sole. L’opera è conservata al museo di Oxford e Passaggi sta cercando di ottenere l’autorizzazione a pubblicarla, in modo che sia possibile mostrare a tutti quei lavori. Il disegno è conservato al museo di Oxford e Passaggi sta cercando di ottenere l’autorizzazione a pubblicarlo, in modo che sia possibile mostrarlo a tutti. Raffaello era uno straordinario disegnatore e si dilettava a realizzare disegni che regalava ai suoi numerosi amici.

Dopo questa notizia, che speriamo di poter documentare in modo più dettagliato, da poco ne sta circolando un’altra che appare in un libro di Pino Milani, edito Succedeoggi. Il saggio sostiene che Caravaggio, dopo aver compiuto un omicidio, si sarebbe nascosto in Umbria, e per la precisione a Calvi. Sull’argomento pubblichiamo la recensione di Paolo Petroni.

 di Paolo Petroni                                                  

PINO MILANI, CARAVAGGIO, 1606 (Succedeoggi Libri, pp. 112; 16 euro)

 “Giovanni Bagaglia tu non sai un acca / le tue pitture sono pitturesse” è l’inizio di un componimento in versi satirico, che si conclude: “Perdonami dipintore se io non ti adulo / che della collana che tu porti indegno sei /et della pittura vituperio”. Sono versi attributi al pittore Filippo Trasegno e sono allegati alla querela del 1603 che il suddetto Bagaglia sporse contro Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, che dicendo di non amare per nulla la sua pittura (“è goffa e l’ho per la peggio”), ma di non aver mai sparlato di lui e di non conoscere quei versi, riuscì a cavarsela con una condanna ai domiciliari, dopo un mese passato nel carcere di Tor di Nona.

Nel verbale di quell’interrogatorio Caravaggio definisce “molto mio amico” Onorio Longhi, architetto noto allora, che fu poi accanto a lui nel 1606 al momento in cui il pittore uccise Ranuccio Tommasoni e fu condannato alla decapitazione, così che dovette fuggire da Roma, e lo stesso fece il suo amico. Questi, perdonato dal Papa nel 1611, tornò in città e riprese a lavorare realizzando San Carlo al Corso e, quel che ci interessa, il palazzo per il notaio Ferrini a Piazza di Pietra, per il quale in precedenza aveva progettato un altro palazzo a Calvi, dove viveva.

È proprio grazie a questo incrocio di conoscenze del notaio, e altre, dal medico Giulio Mancini al cardinale Del Monte e al banchiere Vincenzo Giustiniani, tutti entro la cerchia di conoscenze del pittore, che nasce questo garbato e intrigante racconto dell’architetto Pino Milani, che immagina quel che avrebbe potuto accadere, anche se non accadde. Ovvero che Caravaggio, in fuga gravemente ferito dopo lo scontro col Tommasoni, sia stato nascosto a Calvi dell’Umbria, a casa Ferrini. È raccontato in Caravaggio, 1606, Succedeoggi Libri, 112 pagine, 16 Euro).

La vivacità e forza di queste pagine è nel far parlare e raccontare in prima persona lo stesso pittore, partendo da impressioni e farneticazioni, scappando trasportato su una carrozza sulla Via Flaminia per arrivare a pensieri e bilanci sulla sua vita, morente sulla spiaggia di Porto Ercole all’Argentario. E il tutto è possiamo dire arricchito da sue riflessioni sulla propria pittura: “La natura, il paesaggio non mi hanno mai interessato … lo spazio dei miei quadri è buio, chiuso, dal mio teatro scuro balzano furi gli attori delle mie storie, illuminati dalla luce di proscenio. So che questa è la mia ossessione, ma anche la mia fortuna” o poi “la buona pittura di chiesa deve rappresentare i santi come gente del popolo, mettersi dalla parte dei fedeli”.

È così che farà scandolo un Martirio di San Pancrazio, patrono di Calvi, chiestogli di dipingere dal Ferrini, mentre è suo ospite, che questi apprezza e terrà in casa sua, ma la gente giudica blasfemo e inadatto a un luogo sacro: “troppo cruda l’immagine della morte del santo, con quel boia seminudo e Pancrazio a terra, rannicchiato come un animale la macello, agonizzante in attesa del colpo mortale”. Del resto tutta la sua vita era stata cupa e sanguigna “spesa nell’ammazzare il tempo con gli amici tra donne, vino e carte – come dice lui stesso – e scherzi crudeli ai danni di cittadini dabbene”. Solo la pittura lo distrae e lo prende tutto freneticamente e solo il ricordo dei suoi quadri è chiaro quando muore stremato e crollato sulla spiaggia di Porto Ercole, mentre Milani, l’autore di questo teatrale monologo realistico e fantastico assieme, gli fa chiedere se quel che ricorda gli sia accaduto veramente, se sia stato davvero a Calvi.

Il libro però non finisce qui, perché l’altra metà delle pagine è dedicata ad appendici che si leggono con grande interesse, specie le 24 biografie, queste sì storiche, di tutti i personaggi che compaiono nella vicenda, quindi una serie di documenti compresi giudizi sul Merisi pittore da parte di contemporanei.

Tratto da Succedeoggi