La Regione dell’Umbria ha preadottato un atto con il quale si riducono da tre a due i centri di salute mentale di Perugia. Inoltre i due che restano sono fra loro molto vicini e non coprono dunque nemmeno geograficamente il territorio. Questa decisione ha destato critiche sia da parte della sindaca Vittoria Ferdinandi che da parte dell’opposizione. Pubblichiamo di seguito un articolo di Assunta Pierotti che è il frutto di una riflessione maturata all’interno de “Il Pellicano”, l’onlus che si occupa di patologie alimentari e che opera nel capoluogo da trent’anni.
di Assunta Pierotti
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La riorganizzazione dell’assistenza territoriale e la realizzazione delle Case della comunità rappresentano un’occasione importante per il Servizio sanitario regionale. L’obiettivo di avvicinare le cure ai luoghi di vita, integrare le professionalità e garantire continuità nella presa in carico risponde a bisogni che l’ospedale, da solo, non può affrontare.
È una direzione che condividiamo. Proprio per questo riteniamo necessario riflettere sul ruolo che i Centri di salute mentale di Perugia possono assumere nella nuova organizzazione.
Abbiamo lavorato per decenni nei servizi psichiatrici territoriali perugini e ne conosciamo la storia, le difficoltà e le potenzialità. La nostra esperienza ci porta a considerare la riorganizzazione non come una minaccia da respingere, ma come un’opportunità per rilanciare una rete che ha svolto una funzione decisiva nella trasformazione dell’assistenza psichiatrica e può ancora offrire un contributo all’intero sistema sanitario.
A partire dagli anni Sessanta, Perugia fu uno dei luoghi nei quali prese forma il superamento concreto del manicomio. La cura venne progressivamente trasferita dall’istituzione separata ai luoghi della vita quotidiana, attraverso servizi responsabili della salute mentale di una popolazione territorialmente definita. Quell’esperienza anticipò i princìpi affermati dalla legge n. 180 del 1978 e fece di Perugia uno dei laboratori della nuova psichiatria italiana, conosciuto e studiato anche fuori dai confini nazionali.
I Centri di salute mentale non furono soltanto la conseguenza della chiusura del manicomio. Furono lo strumento che ne rese possibile il superamento.
Il loro contributo andò oltre la psichiatria. Nella storia dell’organizzazione sanitaria italiana, i servizi di salute mentale territoriali furono tra gli antesignani del modello distrettuale. Prima ancora che il distretto sanitario ricevesse una compiuta configurazione legislativa nazionale, essi avevano già sperimentato alcuni dei princìpi sui quali si sarebbe costruita l’assistenza di prossimità: responsabilità verso una comunità definita, lavoro multiprofessionale, intervento domiciliare, continuità della presa in carico, integrazione sociosanitaria e collaborazione con le risorse del territorio.
Per questa ragione i CSM possono essere considerati tra i padri nobili degli attuali modelli di assistenza territoriale. La stessa concezione delle Case della comunità riprende oggi molte di quelle intuizioni. Non si tratta di stabilire una derivazione normativa diretta, ma di riconoscere una precisa parentela culturale e organizzativa.
Anche gli indirizzi dell’Organizzazione mondiale della sanità indicano la necessità di costruire reti comunitarie integrate, nelle quali l’assistenza primaria e i servizi specialistici di salute mentale operino in modo coordinato. Integrazione, pertanto, non significa assorbimento. Le Case della comunità e i Centri di salute mentale non sono strutture alternative: rappresentano componenti diverse e complementari della stessa rete.
È in questa prospettiva che dovrebbe essere valutata l’ipotesi di trasferire le attività degli attuali CSM di via XIV Settembre, Bellocchio e Ponte San Giovanni in due sole sedi, collocate a Monteluce e a Villa Massari.
La questione non riguarda la conservazione degli edifici esistenti. Se alcune sedi non sono più adeguate, devono essere migliorate o sostituite. Il punto è stabilire quali funzioni debbano essere garantite e quale distribuzione territoriale sia necessaria per assicurarle.
Un Centro di salute mentale non è un poliambulatorio né un dispensario. Il poliambulatorio eroga prestazioni su richiesta; il CSM assume la responsabilità della presa in carico. Il poliambulatorio attende che la domanda arrivi; il servizio territoriale deve raggiungere anche chi, per la gravità del disturbo, per l’isolamento o per la marginalità sociale, non riesce a chiedere aiuto. Il primo organizza appuntamenti; il secondo garantisce continuità terapeutica, interventi domiciliari, risposta alle crisi, riabilitazione e collaborazione con le famiglie e con la rete sociale.
Queste funzioni richiedono prossimità, conoscenza dei contesti di vita, stabilità delle équipe e presenza nei territori. Non possono essere valutate soltanto in base al numero degli accessi ambulatoriali o delle prestazioni erogate.
La domanda di assistenza psichiatrica, nel frattempo, è cresciuta e si è fatta più complessa. Ai disturbi mentali gravi si affiancano la doppia diagnosi, il disagio degli adolescenti, la difficile transizione dai servizi dell’età evolutiva a quelli per gli adulti, i disturbi del neurosviluppo e le condizioni nelle quali la sofferenza psichica si intreccia con dipendenze, con i disturbi della alimentazione e nutrizione, con la povertà, con la solitudine e marginalità sociale.
Questi bisogni attraversano i confini tra i servizi e richiedono una collaborazione stabile tra salute mentale, neuropsichiatria infantile, servizi per le dipendenze, cure primarie, servizi sociali, scuola, Terzo settore e istituzioni locali. La crescente complessità della domanda richiede più integrazione e una maggiore capacità di presenza nel territorio.
Anche l’eventuale razionalizzazione dei costi deve essere valutata in questa prospettiva. Il confronto non può limitarsi alle spese necessarie per mantenere tre sedi anziché due. Deve considerare gli effetti sull’intero sistema: accessi al Pronto soccorso, ricoveri, inserimenti residenziali, interruzioni terapeutiche, interventi nelle situazioni di crisi e carico assistenziale trasferito alle famiglie e ai servizi sociali.
Una riduzione dei costi immobiliari non costituisce un’effettiva economia se determina un aumento della spesa ospedaliera, residenziale o sociale. Per questo ogni scelta organizzativa dovrebbe essere preceduta da una valutazione degli esiti attesi, dell’accessibilità, dei bacini di utenza, dei carichi assistenziali e del costo complessivo della presa in carico.
La nascita delle Case della comunità offre a Perugia un’opportunità più ambiziosa: garantire le necessarie articolazioni territoriali dei CSM e trasformarle in nodi qualificanti della nuova rete. Non strutture isolate, ma servizi collegati alle cure primarie, ai servizi sociali e agli altri presìdi sanitari, dotati di équipe multidisciplinari e di percorsi condivisi per le situazioni più complesse.
La riorganizzazione dei servizi rappresenta un’opportunità che sosteniamo. Perché abbia successo, i Centri di salute mentale non devono essere assorbiti o ridimensionati, ma riconosciuti come una componente essenziale della nuova assistenza territoriale.
Perugia possiede la storia, le competenze e l’esperienza per tornare a essere un laboratorio di innovazione sanitaria. Il nuovo Piano può trasformare questa eredità in un progetto per il futuro.



