di S. Aureli
Etnocentrismo, contingenza storica e determinismo culturale sono tre definizioni distinte che esprimono, più o meno, lo stesso concetto: la nostra conoscenza, i nostri valori e il nostro senso di appartenenza a determinati eventi storici sono frutto del caso geografico, il fatto cioè di essere nati in un determinato luogo e in uno specifico periodo. Conosciamo bene la Magna Grecia, molto poco la civiltà olmeca, ignoriamo del tutto chi siano gli Zhou e, per lo stesso motivo, abbiamo sentito parlare innumerevoli volte dello sbarco in Normandia, visto dieci volte il film Salvate il soldato Ryan, conosciamo l’importanza che hanno avuto gli alleati nella liberazione dell’Europa dalle maglie della Germania nazista ma non sappiamo dov’è Kursk o cosa rappresentano i ‘dieci colpi di maglio’. Quanti di noi sanno che le vittime statunitensi e inglesi della seconda guerra mondiale, sommate tra di loro, ammontano a circa 850.000 mentre quelle russe a 25 milioni? Grazie al mio lavoro prendo in mano e sistemo centinaia di libri; proprio qualche giorno fa dopo aver sfogliato un volume su Eisenhower, ho fatto una piccola ricerca sulle biografie dei generali della seconda guerra mondiale scoprendo che proprio ‘Ike’ guida la classifica con quasi duecento libri pubblicati sulla sua vita, seguito dalle decine su Patton, MacArthur, Rommel, Manstein e Guderian ma trovarne sui generali del fronte orientale è attività da investigatori. Fortunatamente (conoscere è decisamente meglio che ignorare) questa lacuna inizia ad essere colmata dalla monumentale biografia sul maresciallo Žukov (Žukov – Il martello dell’Est), l’eroe dell’Armata Rossa che riuscì a rompere l’assedio delle truppe naziste a Stalingrado nel novembre del 1942 imprimendo così una svolta decisiva alla seconda guerra mondiale, scritta dagli storici Jean Lopez e Lasha Otkhmezuri pubblicata quest’anno dalla casa editrice Leg. Zukov, figlio di un ciabattino, scarsamente scolarizzato e destinato a diventare pellicciaio presso la bottega di uno zio a Mosca diventerà uno dei generali più importanti dell’Armata Rossa e probabilmente il militare che più di ogni altro contribuì alla sconfitta della Germania nazista. Nella sua scalata ai vertici dell’esercito beneficiò delle purghe staliniane del 1937 e del 1938, alle quali scampò per poco, nonostante non mostrasse particolare interesse alla fede comunista ideologica a cui preferì sempre la dottrina militare decisamente prioritaria nel suo agire. Nonostante l’ossessione di Stalin, perseguitato dalla paura della presa di potere da parte dell’esercito, Žukov di fatto diverrà sul campo il vero comandante dell’esercito sovietico, secondo nella gerarchia e nell’autorità decisionale, soltanto al dittatore georgiano il quale gli concesse gli onori della parata vittoriosa a Berlino nel 1945 in sella ad un cavallo bianco (!)
La biografia di Lopez e Otkhmezuri analizza minuziosamente ogni aspetto della vita di Žukov non tralasciando le continue ombre sulla sua figura gettate dalla propaganda sovietica sia in epoca staliniana che in quella di Chrušëv quando la sua stella sembrava brillare troppo oscurando quella dei leader politici. Da sottolineare perché decisamente nuova, la parte relativa al periodo postbellico, il ruolo svolto dal generale nell’armamento nucleare dell’URSS e l’ennesimo tentativo di marginalizzare il ruolo della politica all’interno dell’esercito. Non lasciatevi spaventare dalla mole del libro, è leggibilissimo e fluido come un romanzo.



