Salta al contenuto principale

di Sud

Che c’azzecca la menta con la mentula? D’estate, si sa, a molti piace giocare con gli enigmi; e quello che vi proponiamo è un vero rompicapo etimologico, sul quale neanche gli studiosi riescono a trovare un accordo. Ma forse non tutti hanno letto Catullo e imparato che cosa è la “mentula”. Il grande poeta latino, seguito poi da Marziale, Petronio e tanti altri, utilizza il termine, vivo ancora oggi nel siciliano “minchia”, per indicare il membro virile.

Nel 1537 il grande tipografo Francesco Marcolini pubblicò a Venezia, senza il nome dell’autore, le Stanze in lode della menta. Il poemetto osceno, spesso attribuito a Luigi Tansillo ma in realtà opera di Ludovico Dolce, descrive con una raffica di doppi sensi le virtù erotiche di quell’erba e, solo negli ultimi versi, svela quale essa sia: «Ma veder parmi che saper volete / dell’erba il nome per cui m’affatico / menta picciola è detta; e ven ridete».

“Mentula”, quindi, dovrebbe derivare da “menta”, a sua volta derivato da Myntha, una ninfa della mitologia greca trasformata in erba. Ma perché? Per la radice? Ma non è affatto fallica! Per il presunto potere afrodisiaco dell’erba? Un po’ debole. Più forte l’argomento a favore del primato e dell’autonomia di “mentula”. I linguisti riconducono il termine all’indoeuropeo “men“, che significa “sporgere” o “elevarsi”, e da cui deriva anche “monte”.

Luglio è il mese in cui la menta, in tutte le sue varianti, è più lussureggiante e raggiunge il suo picco balsamico. Veramente infiniti sono i suoi usi in cucina (e al bar, dove trionfa nei mojito). Le foglie, e anche i fiori, possono abbellire e profumare piatti di carne e pesce, ortaggi crudi e cotti, dolci. Se però vogliamo conservare a lungo il suo profumo, niente di meglio che un bel pesto, con olio, un po’ d’aglio, noci o mandorle, parmigiano o pecorino.