di Gabriella Mecucci
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Due sono le ragioni che consentono di dare una valutazione positiva alla nuova legge regionale sul suicidio assistito: le modalità della sua approvazione e i contenuti.
Innanzitutto c’è stata la scelta di riconoscere un’ampia libertà di coscienza senza che venissero scatenate polemiche sulle divisioni interne alla maggioranza e all’opposizione. Un metodo dunque prudente e rispettoso. Nel centrosinistra è stata addirittura la Presidente della Regione a non votare a favore uscendo dall’aula. Stefania Proietti in questo difficile passaggio della sua Presidenza si è comportata al meglio: non ha fatto forzature contro il provvedimento e ha difeso sino in fondo la sua posizione critica riuscendo a inserirvi una particolare attenzione verso le cure palliative. Un esempio di coerenza, ma anche di rispetto verso le altre componenti della sua maggioranza.
Una scelta difficile e tormentata la sua che rispecchia le convinzioni religiose di Proietti, e proprio per questo decisamente apprezzabile. La stessa posizione, pur critica, dei vescovi umbri è stata caratterizzata da moderazione e non da atteggiamenti polemici particolarmente aspri. Gli alti prelati si sono limitati a parlare di “amarezza e delusione” e hanno sottolineato la necessità di puntare sulle cure palliative come già sostenuto da Proietti. Ha votato contro anche la consigliera di maggioranza, appartenente alla lista civica Umbria Domani, Bianca Maria Tagliaferri, anche lei profondamente cattolica
La libertà di coscienza è stata scelta anche da parte dell’opposizione: ben tre membri infatti (Pernazza, Melasecche e Arcudi) hanno preferito astenersi anziché votare contro. Il dibattito in Consiglio regionale è stato lungo e appassionato e non privo di asprezze, ma è terminato però con una scelta “liberale” sia dall’una che dall’altra parte senza che nessuno pretendesse rigidi incasellamenti. E, del resto, su una materia come il confine fra la vita e la morte, è quantomai indispensabile che prevalga su tutto la propria coscienza.
La seconda ragione per la quale la nuova legge umbra è positiva riguarda i contenuti. In realtà essa riproduce tutti i temi della sentenza della Corte Costituzionale del 2019 che aprì la strada al suicidio assistito. E cioè: possibilità di presentare domanda all’ Asl che verrà esaminata da una commissione composta da medici, da uno psicologo e da un infermiere e fissazione dei tempi per arrivare ad una risposta da parte di questa.
La richiesta è possibile solo se il malato è affetto da una patologia irreversibile, provi sofferenze giudicate insopportabili, dipenda da trattamenti indispensabili per tenerlo in vita, sia in grado di decidere liberamente e consapevolmente grazie anche ad un’approfondita informazione sulle cure palliative, sia infine in condizione di autosomministrarsi il farmaco letale.
La legge è “dedicata” a Laura Santi che è stata la prima in Umbria che, in nome della sentenza della Corte Costituzionale, è riuscita ad utilizzare il suicidio assistito. La sua è stata una battaglia eroica e commovente. Proprio per questo il suo nome è risuonato più volte nell’aula di Palazzo Cesaroni nel corso del dibattito conclusosi con l’approvazione. della legge.
Adesso c’è da superare l’ostacolo che il governo potrebbe frapporre impugnando il provvedimento, come ha già fatto per altre leggi regionali. Da tempo si parla poi della necessità di una norma nazionale che unifichi le prescrizioni per un tema tanto rilevante. Il governo ha in passato presentato sull’argomento un suo progetto, criticato però dall’Associazione Luca Coscioni e da alcune opposizioni. Perché? Così rispose Marco Cappato in un’intervista a Passaggi del 2025: “Questo testo ha come obiettivo, anche se non dichiarato, quello di cancellare l’accesso al suicidio assistito stabilito dalla Corte Costituzionale.
Restringe infatti la platea degli aventi diritto concedendolo solo a coloro che sono attaccati alle macchine, mentre la sentenza dell’Alta Corte, parlando di soggetti tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale, lascia aperti spazi maggiori. Il testo governativo annienta inoltre il ruolo della sanità pubblica: toglie alle Asl il potere di concedere l’autorizzazione e lo sposta su un comitato di nomina politica. Da ultimo, parla della possibilità di concedere l’autorizzazione a malati con una gravissima sofferenza fisica e psichica, mentre la Corte Costituzionale anziché la e metteva la o: citava cioè la sofferenza fisica o psichica. Con questa formulazione, una delle due è sufficiente”.



