di Marina Bon Valsassina
Stampatori ed editori nel corso del Settecento sono tra i principali artefici di una trasformazione epocale destinata a cancellare per sempre in tutta Europa il vecchio mondo di origine feudale. Una generazione di uomini nuovi, desiderosi di emanciparsi accrescendo attraverso lo studio le proprie conoscenze, guarda con fiducia crescente alle nuove scoperte scientifiche e tecniche, che scardinano radicati pregiudizi e promuovono l’ascesa di una nuova classe sociale colta e consapevole. Questo processo di ‘modernizzazione’ non avviene ovunque con gli stessi tempi e le medesime modalità ovviamente, al contrario di quanto accade invece sul finire del secolo, quando l’eco degli eventi che infiammano la Francia rivoluzionaria a partire dal 1789, radicalizzando drammaticamente quei principi e quelle idee, si diffonde con grande rapidità in ogni angolo del vecchio continente e scardina ovunque e per sempre i presupposti ideali e religiosi su cui si erano fondati per secoli gli antichi poteri.
Charls Nicolas Cochin pinx – Bonaventure Louis Prévost inc. La Verità con la Ragione e la Filosofia antiporta dell’Encyclopédie, 1772
La “rivoluzione nella lettura”
Anche in Italia, sulla scia di quanto già avvenuto in Europa da tempo, tra gli anni Sessanta e Ottanta del XVIII secolo il numero dei lettori – e per la prima volta anche delle lettrici! – aumenta esponenzialmente, dando vita a quella che Reinhard Witmann definisce una “rivoluzione della lettura”. Ne consegue il moltiplicarsi di stampatori, editori e librai che sperimentano ogni possibile formula per aumentare il profitto delle loro attività e accompagnano le occasioni di produzione e vendita di libri, opuscoli e riviste offrendo ad autori e clienti innumerevoli formule per realizzarle.
Pompeo Batoni Pietro Leopoldo di Toscana e l’imperatore Giuseppe II Asburgo Lorena olio su tela, 1765, Vienna, Kunsthistorisches Museum
Nella provincia dello Stato della Chiesa, tra tutti gli Stati italiani il più rigido e arretrato, al contrario di quanto si potrebbe pensare l’industria della stampa è abbastanza attiva nella produzione ma è quasi completamente soggetta alle asfissianti ingerenze governative per quanto concerne i contenuti. Per pubblicare un qualsiasi foglio a stampa ci vogliono sia l’imprimatur del Padre Inquisitore, con il quale si attesta la conformità del testo alle verità di Fede, che quello del Vicario Generale, con cui se ne riconosce la legittimità ‘politica’. Quindi il controllo governativo e quello del Santo Uffizio qui si sommano, laddove invece in altri luoghi dello Stivale – per esempio nella Firenze leopoldina, nella Milano de Il Caffè, nella Venezia goldoniana e perfino nella Napoli di Cuoco e Filangieri – le autorità governative tendono a scrollarsi di dosso l’ingerenza della Chiesa e ad accertare con un unico atto che promana dalle autorità governative di ciascuno Stato la conformità politica e quella religiosa delle pubblicazioni all’interno dei propri confini.
Perugia e il grande ruolo di Annibale Mariotti
In Umbria e in particolare a Perugia operano nel settore librario numerosi imprenditori, tra i quali emerge progressivamente a partire dagli anni ’70 del XVIII secolo la figura di Carlo Baduel, un giovane intraprendente la cui attività editoriale è destinata ad accompagnare i fremiti di libertà che si diffondono poco a poco in città e a trasformare la sua stessa bottega in un luogo identitario per un’intera generazione di ‘illuminati’ locali. A lui è dedicata un’accuratissima ricerca monografica (Gli annali tipografici di Carlo Baduel, Volumnia, Perugia, 1983) curata da Maria Ernesta Bianchi Menichetti in cui è puntualmente ricostruito l’intero catalogo delle pubblicazioni della bottega badueliana; piccole aggiunte a questo elenco si debbono allo studio, più recente, di Vincenzo Trombetta, inserito nel catalogo della mostra “Baldassarre Orsini, arte e scienza” nel 2017.
Charles Gabriel Lemonnier (1743-1824) Il salone di Madame Geoffrin nel 1775, olio su tela, 1812, Rueil-Malmaison, Musée National du Château de Malmaison
A Perugia il diffondersi di idee che segnano l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità, per dirla con le parole di Immanuel Kant, passa attraverso figure di giuristi, studiosi e professionisti di varie discipline; personaggi che, in generale, possiamo definire ‘intellettuali’, come Baldassarre Orsini, Annibale Mariotti, Antonio Brizi, Giovan Battista Vermiglioli, Giovan Battista Agretti, i quali proprio grazie a editori come Piergiovanni Costantini, Mario Riginaldi e Carlo Baduel, pubblicano libri dai quali emergono, talvolta più chiaramente tal altra sotto traccia, anche le nuove idee riformatrici e più avanti perfino quelle filogiacobine, fortemente invise, ovviamente, al governo papalino. D’altra parte librai, editori e stampatori settecenteschi sono soprattutto intraprendenti imprenditori e commercianti, decisi se necessario a sfidare o ad aggirare le autorità preposte a rilasciare l’imprimatur pur di soddisfare le richieste di una clientela sempre più ampia e composta per lo più da ceti intermedi, ai quali le idee illuministe riconoscono un nuovo protagonismo ma soprattutto prospettano un ruolo sociale assai più incisivo che non in passato. Carlo Baduel, che i mestieri del libro li ha praticati tutti, non si discosta per nulla da questi modelli. Ma chi fu dunque questo personaggio?
Carlo Baduel, uno “straniero” che fu linfa vitale per gli intellettuali perugini
Nato ad Asti nel 1739, era l’ultimo di quattro fratelli, Teresa, Giovanni Maria, Giovanni Battista e lui, Carlo. I genitori, Giuseppe e Caterina, per quanto è dato sapere dalle carte parrocchiali accuratamente indagate dalla Menichetti, si erano trasferiti dalla Francia meridionale in Italia, prima a Ivrea e successivamente a Piacenza, per poi tornare nuovamente nel Regno di Sardegna, dove appunto era nato Carlo. Il padre Giuseppe intorno al 1745 si sposta a Perugia, dove viveva già da qualche tempo la figlia Teresa, andata in sposa a un oriundo lionese, che curiosamente però portava un cognome italianissimo, Bianchi. l’altra di queste categorie. Carlo comincia abbastanza giovane il suo apprendistato come tipografo presso le due principali botteghe perugine, prima quella di Antonio e Piergiovanni Costantini, attiva fin dal secolo precedente, e poi quella di Mario Riginaldi.
Anonimo Ritratto di Annibale Mariotti olio su tela, 1801
A circa 33 anni, cioè nel 1772, è pronto per partire con un’attività in proprio, che avvia grazie a un accordo con Cesare Orlandi, nobiluomo, scrittore e tipografo originario di Città della Pieve. I due entrano in contatto con Annibale Mariotti (1738-1801) che è un apprezzato medico docente presso l’Ateneo perugino ma è anche un poeta arcadico, partecipa alla vita delle Accademie ed è un intellettuale tra i più attivi in città. Avendo frequentato a più riprese per motivi di studio e di lavoro Roma, Padova, Bologna, Pisa e Parma egli è perfettamente consapevole del fermento che fuori dai confini della sua piccola patria ‘illumina’ già da molti decenni le menti più progredite d’Europa e d’Italia. Grazie a Mariotti, Orlandi prima e successivamente anche Baduel – che ne diviene abbastanza rapidamente il pupillo, sebbene i due siano coetanei! – accedono al mondo scientifico e intellettuale ed entrano in contatto, almeno potenzialmente, con una clientela che va oltre i confini della sola Perugia. Ma se Orlandi non aveva saputo sfruttare questa relazione e i contatti che ne derivavano, per Baduel invece l’amicizia con Annibale Mariotti costituisce la chiave di volta del suo successo.
L’importanza della biblioteca dei Bourbon di Sorbello
Dalle frequentazioni con scienziati, filosofi e letterati di mezza Italia, Mariotti aveva maturato, infatti, una solida cultura di stampo illuminista e, una volta tornato a Perugia aveva portato con sé una ricca biblioteca dove figuravano autori come Erasmo, Locke, Montesquieu, Rosseau, Voltaire, D’Alambert. Egli mette questi volumi a disposizione degli amici, segretamente, ovvio, poiché si tratta di autori proibiti dalle autorità pontificie. Qui è d’obbligo richiamare la presenza a Perugia anche di altre biblioteche che si aprono ad amici e conoscenti fidati: una è la ricca biblioteca di Uguccione, Diomede e Ugolino Bourbon di Sorbello, nella quale circolano pubblicazioni aggiornate, molte delle quali formalmente proibite, e l’altra è la biblioteca dei Benedettini a San Pietro, che tanto nella parte teologica quanto in quella filosofica possiede volumi borderline! Attraverso Mariotti, anche Baduel può accedere a questi ambienti e conoscere altri intellettuali, cittadini e forestieri, destinati a diventare suoi Autori oltre che suoi clienti.
Nel 1772, al momento di avviare l’impresa, Carlo è già sposato da qualche anno con Colomba Felicetti, di modeste sostanze ma imparentata con un notaio, tal Giovanni Scarlattini, il quale oltre a rappresentare un motivo di orgoglio per l’intero gruppo familiare, aiuta il parente acquisito a costruirsi in città una rete parentale e di relazioni. Baduel all’epoca è ancora considerato uno ‘straniero’ a Perugia e conquisterà la cittadinanza “di giustizia” soltanto nel 1795, dopo trent’anni di residenza e di lavoro! Non è solo un fatto culturale o formale, poiché in conseguenza di ciò la sua attività per decenni non potrà beneficiare delle agevolazioni e dei contributi governativi, ai quali hanno invece diritto i suoi concorrenti che possono vantare il titolo di “Stampatore pubblico” e le commesse conseguenti.
La tipografia Baduel e la modernizzazione di fine Settecento
Tra il 1772 e il 1839 – tanto durerà la vita dell’attività tipografica dei Baduel – dai torchi del suo laboratorio artigiano escono 2.500 titoli, un numero ragguardevole che contribuisce con un dato quantitativo a spiegare il suo rilievo nel campo della produzione libraria perugina.
Nel 1797-98, pur senza abbandonare del tutto i locali di piazza della chiesa Nuova, la Tipografia Baduel si trasferisce al n. 110 di Via del Corso, dove Carlo prende in affitto un grande locale al secondo piano con una bottega fronte strada, ancora arredata con i mobili notarili – grandi banconi, scansie, librerie con sportelli – e un quadro antico che raffigura un’Annunciazione. Qui colloca i macchinari più pesanti, un torchio a vite di legno del tipo Gütemberg, uno più moderno a vite di metallo e uno specificatamente dedicato alle incisioni, perché le sue pubblicazioni più raffinate sono arricchite da frontespizi figurati e decorati, come anche da tavole illustrate che vengono preparate a parte e poi ‘legate’ al volume.” La svolta, anche sotto il profilo economico, si registra con l’avvento a Perugia del governo giacobino. Durante la presenza dei Francesi in città (4 febbraio 1798 – agosto 1799) Carlo Baduel, come pure il Costantini del resto, essendo diventato nel frattempo cittadino perugino a tutti gli effetti, può fregiarsi dell’appellativo di “Stampatore naziona. In quell’anno e mezzo i provvedimenti dell’autorità governativa sono quotidiani e tutte le tipografie perugine lavorano a ritmo serrato.
La legatura del libro, immagine tratta dall’Enyclopèdie
Gli studi etruschi e la centralità di Vermiglioli
Quando i lealisti tornano al potere, Baduel subisce un contraccolpo, ma più economico che politico. Le attività editoriali riprendono però dopo il ritorno del governo papalino con un’intensità certamente maggiore di quanto non avvenisse prima della rivoluzione: infatti, per abolire i numerosissimi provvedimenti di quell’anno e mezzo di giacobinismo perugino, occorre stendere altri atti che vadano in senso opposto e renderli noti, il che comporta ancora una volta il lavorio continuo dei torchi tipografici. Inoltre, conoscono nuovo impulso proprio in questi stessi anni gli studi etruschi e Baduel è il tipografo più accreditato di queste pubblicazioni. Ne è un esempio il volume sulle “Antiche iscrizioni perugine” curato da Giovan Battista Vermiglioli, archeologo, storico, numismatico e docente presso l’Università di Perugia, del quale la tipografia Baduel fece ben cinque ristampe tra il 1800 e il 1833. In un certo senso Vermiglioli prende il posto di Mariotti e di Orsini (che erano morti rispettivamente nel 1801 e nel 1810) e diviene cioè una sorta di ‘direttore editoriale’ per le pubblicazioni della Tipografia Baduel.
Il tramonto della tipografia Baduel acquistata da Bartelli e Costantini
In realtà dei due figli che Carlo aveva associati nell’impresa, soltanto il maggiore, Francesco, affianca effettivamente il padre. Quest’ultimo sposa una ragazza senese di famiglia benestante, Anna Malacrida, figlia di un medico, che contribuisce a più riprese con proprie sostanze alle urgenze economiche della tipografia e anche dopo la morte del suocero, avvenuta l’11 settembre del 1808, sostiene il marito. La Tipografia Baduel però continua a godere di un’ottima fama in città ma gli affari non vanno bene: nel 1815 il suo nome viene associato a quello Vincenzo Bartelli, figlio del libraio Angelo, che diventa sostanzialmente socio di Francesco e cerca d’imprimere all’attività un nuovo corso degno di Carlo. In realtà la tipografia gli viene affittata e Francesco si ritira progressivamente dall’attività della bottega, anche per ragioni di salute, fino alla morte avvenuta nel 1831.
Come talvolta accade, non è affatto detto che i veri eredi siano quelli del sangue e così, sebbene Anna sostenga con tenacia, anche dopo la vedovanza, la possibilità che il nome “Baduel” rimanga impresso nei frontespizi dei volumi pubblicati in via del Corso, Vincenzo Bartelli liquida definitivamente la questione nel 1839 e, rilevando la tipografia in società con Giovanni Costantini, conclude il cerchio dell’attività fondata sessantasette anni prima da Carlo Baduel, interprete di una parabola esemplare che ha lasciato un’orma importante nella storia culturale e sociale di Perugia.











