di Antonio Bellucci
Consapevolezza. Bisogna avere grande rispetto per le popolazioni europee limitrofe alla Russia di Putin o alla Bielorussia del suo alleato Aleksandr Lukashenko, presidente di quel paese.
Sono stato recentemente in Lituania, ho amici che vivono lì e, rispetto a quello che sta succedendo non lontano da loro, in Ucraina, ho percepito uno stato d’animo che ho subito definito, forse frettolosamente, come “paura” ma che poi, parlando con le persone incontrate, ho compreso essere in realtà “consapevolezza”. Ho chiesto ai miei amici se avessero paura e ho ricevuto delle risposte risentite, come se ammettere questo sentimento fosse una debolezza, una colpa. Ma questa reazione è comprensibile poiché la libertà acquisita deve essere difesa a tutti i costi e non è ammesso aver paura. Soprattutto le generazioni che hanno vissuto l’ultima dominazione sovietica e che sono stati testimoni degli anni che hanno preceduto l’indipendenza della Lituania culminata con la proclamazione dell’Atto di “Restaurazione dello Stato Lituano” l’11 marzo 1990 sono animati da un fortissimo attaccamento alle istituzioni democratiche del loro Paese e sono fortemente orgogliosi di farne parte. Per questo, solo la consapevolezza può trovare spazio tra i loro animi.
Ma consapevolezza di cosa? Di essere estremamente esposti alle mire espansionistiche di Putin, considerato un vicino ingombrante e pericoloso, come dimostra la storia recente lituana; la consapevolezza che da un momento all’altro una qualsiasi “provocazione” da parte dei russi possa scatenare reazioni a catena incontrollate con conseguenze drammatiche soprattutto per coloro che sono in prima linea.
E di “provocazioni”, ce ne sono state diverse in questi ultimi mesi in Lituania ma anche in Lettonia, in Estonia, in Polonia, in Moldavia, in Romania e non solo in quei Paesi ma anche in altri dell’UE tra cui l’Italia (il recentissimo cyber attacco contro il sistema informatico della Farnesina è l’ultimo dei tanti e probabilmente non rimarrà isolato).
Gli esperti militari della NATO definiscono come “guerra ibrida” delle azioni volutamente provocate che non sono generalmente condotte con armi convenzionali ma che combinano mezzi militari e non militari; si tratta perlopiù di azioni palesi e clandestine, tra cui disinformazione, interferenze politiche, disturbi elettronici, strumentalizzazione migratoria, attacchi informatici, pressioni economiche, sabotaggi e impiego di forze armate regolari o irregolari.
La Lituania ha poco più di 3 milioni di abitanti e confina con la Lettonia, la Bielorussia, la Polonia e con l’exclave russa di Kaliningrad un vasto territorio di 15.125 Km² (per intenderci circa 1,8 volte quello dell’Umbria), con una popolazione di circa 1,03 milioni di abitanti, stretto tra Lituania a nord e a est e la Polonia a sud.
Kaliningrad è il capoluogo ed è l’antica Königsberg, città della Prussia orientale tedesca e città natale del filosofo Immanuel Kant (1724-1804), ma che fu conquistata dall’Armata Rossa nell’aprile del 1945. Dopo la sconfitta della Germania, la parte settentrionale della Prussia orientale viene assegnata all’amministrazione sovietica che ribattezzò la città chiamandola Kaliningrad. Come è spesso accaduto in territori occupati dai russi, la popolazione locale rimasta, è stata progressivamente espulsa e sostituita prevalentemente da cittadini sovietici. Con il disfacimento dell’Unione Sovietica, l’exclave è poi passata sotto sovranità russa ed è militarmente strategica poiché sfocia sul mar Baltico.
Ma da dove viene questa “consapevolezza” dei lituani che alcuni, direi, superficialmente o in malafede, soprattutto da noi, non esitano a definire esagerata e fuori luogo. La Bielorussia con Lukashenko, al potere da più di 20 anni, alleato fedele e aggiungerei, asservito a Putin, non può essere definito un paese amico dei lituani, anzi, i rapporti tra i due vicini confinanti per 678 chilometri, sono tutt’altro che buoni. Lukashenko viene infatti accusato di contribuire alla cosiddetta “guerra ibrida” in quanto da tempo, partono dalla Bielorussia dei palloni idrostatici, molti dei quali con appesi 30/40 kg di sigarette diretti verso la Lituania. Si potrebbe liquidare la cosa dicendo che si tratta di contrabbando ma sarebbe semplicistico. Infatti, l’aeroporto di Vilnius è costretto a interrompere i voli notturni per le decine di palloni che, spinti dal vento, passano la frontiera ed entrano in Lituania con conseguenti e immaginabili disagi. Non dimentichiamo che Vilnius si trova in linea d’aria ad appena una trentina di chilometri dalla frontiera con la Bielorussia.
Non solo, fino a poco tempo fa, centinaia di migranti dai paesi del Golfo Persico, soprattutto iracheni arrivavano in Lituania grazie a un volo diretto Bagdad-Minsk, sembra appositamente istituito da Lukashenko per creare malcontento e destabilizzare l’opinione pubblica lituana. Infatti, da Minsk, gli immigrati venivano poi portati nelle foreste della Bielorussia e spinti a varcare la frontiera con la Lituania per chiedervi asilo. Il fenomeno è rientrato grazie a una ferrea ed efficace politica dei centri d’accoglienza e dei rimpatri messa in atto dalla Lituania. Insomma, una vicenda simile a quella accaduta a Ceuta, l’exclave spagnola poche settimane fa. Ora i flussi migratori sembrano essere sotto controllo, almeno in Lituania ma si stanno ripetendo in Lettonia dove da mesi si verifica una forte pressione migratoria al confine con la Bielorussia. Ci sono elementi concreti per ritenere che non si tratti di immigrazione spontanea ma, nuovamente, di un fenomeno deliberatamente provocato dal bielorusso Lukashenko. Dal 1° gennaio al 6 ottobre di quest’anno, sono 11.946 gli attraversamenti irregolari impediti al confine bielorusso con la Lettonia (fonte: Guardia di frontiera lettone). Numerose sono le prove acquisite dal Ministero della Difesa lettone che proverebbero il coinvolgimento di personale militare e delle forze bielorusse nell’organizzazione dei passaggi irregolari. Le autorità lettoni riferiscono di aver acquisito fotografie di guardie di frontiera bielorusse che accompagnavano i migranti oltre a prove dell’utilizzo di veicoli militari bielorussi per trasportare persone verso il confine. La pressione migratoria si è spostata sulla Lettonia soprattutto poiché i 173 chilometri che la dividono dalla Bielorussia, sono in parte sguarniti da ogni difesa e particolarmente difficili da controllare in quanto costituiti da foreste e vaste zone paludose. Molti analisti, l’UE e la NATO non esitano a definire l’immigrazione come uno strumento di pressione utilizzato dalla Bielorussia contro i Paesi Baltici e la Polonia; si tratta quindi di uno strumento non convenzionale che, utilizzando migranti ignari, viene provocato per destabilizzare un Paese o meglio, per aumentare le tensioni politiche interne e creare contrasti tra gli Stati dell’Unione europea.
La lista delle azioni di guerra ibrida è assai lunga: è un fatto recente l’abbattimento di un drone russo denominato “Gerbera” da parte di caccia italiani nei cieli lituani; lo stesso tipo di drone era precipitato al confine tra la Lituania e la Bielorussia a luglio del 2025. Le azioni destabilizzanti non si limitano a quelle descritte sopra; dal 2022 in poi, fonti ufficiali della NATO, dell’UE e nazionali hanno esplicitamente accusato la Russia e la Bielorussia di condurre una campagna di pressione che comprende sabotaggi, attacchi informatici, interferenze elettroniche, provocazioni militari oltre alla strumentalizzazione dei migranti.
Il 16 marzo 2026, il Consiglio dell’Unione europea ha formalmente condannato le attività di guerra ibrida russe, definendole persistenti, coordinate e dirette contro gli Stati membri dell’Unione e i loro partner.
Ma torniamo alla “consapevolezza”. I lituani, gli estoni e i lettoni lo sono poiché conoscono molto bene i russi per essere stati oppressi dai sovietici per ben 45 anni e non vogliono ripetere l’esperienza. Per limitarci alla Lituania e prima dell’occupazione sovietica, vale la pena ricordare che il paese (che ha un’antica identità linguistica e Baltica) fu annesso all’Impero Russo nel 1795 e vi restò fino al 1915.
In inverno in Lituania le temperature scendono spesso sotto lo zero, durante la denominazione sovietica, le forniture di gas russo erano gestite da Mosca che le razionava soprattutto in inverno. Il freddo calma gli animi, rende più docili le popolazioni.
Quelli che invece protestavano andavano a finire nelle celle di quella che fu anche la sede della Gestapo durante la Seconda guerra mondiale e che poi divenne la sede del servizio segreto e della polizia politica dell’Unione Sovietica (KGB) a Vilnius. Un bel palazzo non lontano dal centro della città che oggi è il “Museum of Occupations and Freedom Fights”, comunemente chiamato Museo del KGB.
La storia dell’edificio è particolarmente significativa perché non fu semplicemente una prigione; per quasi un secolo fu uno dei luoghi in cui si concentrò il potere giudiziario e repressivo sulla Lituania e soprattutto attraversò le tre grandi fasi di occupazione del XX secolo: zarista, nazista e sovietica.
Nel museo vi sono conservate le celle e gli ambienti utilizzati dal KGB, rimasti in gran parte come furono trovati quando il famigerato servizio segreto sovietico e i russi lasciarono la Lituania nel 1991.
Visitarlo è particolarmente interessante perché raccoglie le testimonianze di tre diversi momenti storici repressivi: dal 1940 al 1941, con la prima occupazione sovietica che avvenne a seguito dei patti segreti tra Hitler e Stalin, vi si insediarono due organismi di sicurezza e repressione politica, l’NKVD e l’NKGB particolarmente attivi durante la dittatura di Stalin in quanto contribuirono alle deportazioni di massa in Siberia. Dal 1941 fino al 1944, durante l’occupazione nazista, l’edificio ospitò il quartier generale della Gestapo. Dal 1944 al 1991, con il ritorno dei sovietici, divenne nuovamente sede degli apparati di sicurezza, l’NKGB, l’MGB e infine il KGB con prigioni e celle che servivano per gli interrogatori, le torture e le esecuzioni di coloro che si opponevano alla sovietizzazione. I prigionieri erano perlopiù partigiani lituani, oppositori politici, sacerdoti e cattolici perseguitati, intellettuali, dissidenti e tutti coloro che venivano accusati di collaborare con la resistenza.
Molto spesso le esecuzioni non erano documentate, quindi la ricostruzione di come avvenivano si è basata soprattutto sull’esame dei corpi ritrovati nelle fosse comuni. Quando andai a visitare il museo, mi fu detto che il condannato veniva ucciso con un colpo sparato alla nuca da dietro le spalle. Le condanne a morte vennero lì eseguite fino al 1969.
Dai pochi documenti rinvenuti si è potuto accertare che dal 1944 al 1969 vi furono eliminate più di mille persone. Circa un terzo erano state condannate per la loro partecipazione alla resistenza antisovietica. Le esecuzioni avvenivano anche di notte e i corpi venivano temporaneamente accumulati nella stessa stanza, dietro una parete di legno, e successivamente portati via con un camion per essere sepolti clandestinamente. I resti di 724 persone uccise tra il 1944 e il 1947 furono successivamente individuati a Tuskulėnai, un parco praticamente nel cuore di Vilnius.
Secondo i dati pubblicati dal Ministero della Difesa lituano, riferiti soprattutto al periodo 1944-1953, la repressione sovietica in Lituania ha causato circa 73.500 vittime così ripartiti: 20.500 partigiani e sostenitori, 25.000 morti nei campi di lavoro, 28.000 morti durante la deportazione e l’esilio. Si arriva a circa 85.000 vittime se la stima comprende il periodo riferito alle due occupazioni sovietiche dal 1940 al 1990.
Tra il 1988 e il 1991, mentre l’Unione Sovietica si disgregava, davanti a questo edificio cominciarono a riunirsi sempre più frequentemente manifestanti e sostenitori dell’indipendenza lituana. Il KGB abbandonò definitivamente l’edificio nell’agosto 1991. Il museo è stato istituito nel 1992, appena dopo il ritorno della Lituania all’indipendenza.
I lituani conoscono molto bene i russi e non credo di sbagliare affermando che sia del tutto comprensibile e giustificabile la loro “consapevolezza” nei confronti dell’ingombrante vicino russo e del suo alleato bielorusso.



