di Ruggero Ranieri
Foto ©Fabrizio Troccoli
Ho visitato recentemente la nuova Città del Cioccolato aperta al Mercato Coperto e nei locali attigui di Palazzo Ansidei, compreso l’interessantissimo restauro e musealizzazione del primo laboratorio Perugina dell’inizio del secolo XX. Non voglio qui pronunciarmi sul complesso della realizzazione di Eugenio Guarducci se non per anticipare due cose: la prima: ho qualche dubbio che possa attirare il numero di visitatori previsto, ben 300.000 all’anno da raggiungere nell’arco di tre anni, e la seconda che penso che tutta la città dovrebbe tifare per che questa iniziativa abbia successo, in quanto può portare un grande beneficio alla scena turistica e culturale. Sono due considerazioni solo apparentemente contraddittorie. In realtà i numeri raccontano solo una parte del successo di una nuova iniziativa; il resto è legato al suo diventare parte della identità della città (e della regione) e quindi coinvolgere scuole, università e residenti. A maggior ragione lo dico gestendo, come Presidente della Fondazione Ranieri di Sorbello, due strutture museali nel centro storico di Perugia. Non si tratta qui di concorrenze o gelosie, ma di attivarsi e collaborare perché la Città del Cioccolato possa rendere la città più attraente per i turisti e ricca di sinergie culturali ed esperienziali. Mi fermo qui perché il tema, per l’ambizione e il carattere complesso del progetto di Guarducci, merita di essere studiato bene, in tutti i suoi risvolti. Intanto però mi stupisco che l’amministrazione comunale, dopo aver appaltato un pezzo importante della città per trent’anni a una società privata con un progetto ambizioso, sembra non volersene più occupare, come fosse un aspetto marginale.
Oggi volevo affidarmi piuttosto ai ricordi: girando per i corridoi espositivi del Mercato Coperto, sono tornato, per un momento, agli anni della mia adolescenza, quando si aprì e cominciò a funzionare la Città della Domenica, creazione di un perugino geniale e dinamico quale fu Mario Spagnoli. La Città della Domenica, per lo meno nel primo decennio dopo l’apertura nel 1963, registrò un successo strepitoso: era un grande parco divertimenti, pieno di attrazioni di tutti i tipi, a metà fra una piccola Disneyland, un grande parco all’aperto, un luogo di ristorazione, di sport e divertimento. Non c’era, ancora, niente di simile in Italia. Oggi di esperienze in qualche modo paragonabili, ne sono nate parecchie, alcune delle quali, come la Città del Cioccolato, legate soprattutto alla gastronomia. Allora si trattava di un progetto pionieristico.
La mia fotografia si ferma agli anni Sessanta e Settanta. Mario Spagnoli muore nel 1977, la gestione della Città della Domenica da allora passò nelle mani della figlia Mariella, che la tenne molto a lungo, trasformandone in parte la natura in un luogo di educazione ambientale oltre che di custodia di animali rari (particolarmente importante il Rettilario) e di specie in via di estinzione. Oggi il parco è soggetto a un nuovo rilancio, teso a trovare equilibrio fra il passato e il presente, e senza dubbio il progetto merita attenzione. Il momento magico degli inizi della Città della Domenica era legato, peraltro, a anni speciali, quelli del miracolo economico, della prima ondata di vero benessere di massa, della crescita dei consumi e della nascita della industria del tempo libero. Eravamo tutti da una parte molto più ingenui di oggi e dall’altra vogliosi di vivere e sperimentare, uscendo da stretti confini e rigide gabbie sociali.
Quali furono i meriti di Mario Spagnoli nell’interpretare quella fase e nell’offrire un prodotto di tale successo? Direi che ci fu una filosofia vincente e poi alcune buone pratiche e intuizioni. La filosofia vincente è forse stata quella meno compresa e cioè il richiamo all’esperienza americana di Disneyland. È vero che ci sono molte differenze fra quella che allora si chiamava Spagnolia e il grande parco di Los Angeles: intanto la differenza di dimensione e poi una differenza di gusto e di qualità, a tutto vantaggio di Perugia. Ma i molti commentatori che allora, sdegnosamente, negavano il parallelismo o lo vedevano come un segno sminuente, non coglievano una similitudine: la Città della Domenica voleva trovare una sintesi fra divertimento e offerta culturale e nel contempo abbattere il muro fra esperienza elitaria e partecipazione popolare. Faceva leva su innovazioni vincenti (come in un’impresa di successo), sullo sfondo di una inedita serie di scenografie, come una piccola Hollywood. E così si spiegano le grandi statue e i mostri di Bruno Orfei, le infinte committenze ad artisti locali per gli arredamenti del parco, le innovazioni della ristorazione di massa (“la pastasciutta elettronici”), le piste da sport e da ballo, e tanti altri accorgimenti, fantasie e intuizioni che resero la Città della Domenica un luogo unico.
Questa filosofia si accompagnava a tante ottime realizzazioni che avevano a che fare con il genio versatile di Spagnoli. Intanto c’erano la sua forte sensibilità turistica e sportiva: era stato, infatti, presidente dell’Azienda Autonoma del Turismo negli anni Cinquanta e in quella veste si era adoperato per trasformare Perugia in una grande mèta turistica, ciò che sarebbe avvenuto finalmente con molto ritardo. Era 0anche pienamente coinvolto nel mondo del calcio, dell’automobilismo, del golf e di tanti altri sport, come dirigente e presidente. Erano mondi, quello dello sport e del turismo, meno integrati di quanto lo siano diventati e uno degli obiettivi della Città della Domenica era di trovare le sinergie e offrire spazi dove potessero contaminarsi.
C’era poi l’aspetto dell’innovazione sempre vivo in Mario Spagnoli che aveva fatto il suo apprendistato nella Perugina di sua madre Luisa e di quel geniale imprenditore che fu Giovanni Buitoni. Alcune delle intuizioni di Mario, probabilmente svilupparono idee di Giovanni e viceversa. Buitoni portò per esempio nei suoi ristoranti di New York alcune delle trovate di Mario. Mario Spagnoli si era distinto fin da giovanissimo per i suoi interessi nell’innovazione tecnica e aveva portato queste sue abilità dal cioccolato, alla produzione di lana, all’agricoltura e agli allevamenti. Molte di queste contaminazioni le ritroviamo alla Città della Domenica, dove si gustava il suo speciale spremuto con macchine di suo brevetto e si svolsero grandi fiere industriali sulla meccanizzazione agricola.
Ci sono poi altri due aspetti che contribuirono al successo della Città della Domenica. Mario Spagnoli non era un intellettuale né un’artista, per lo meno nel senso classico della parola, ma aveva una forte sensibilità per quei mondi e per la tutela del patrimonio culturale che lo spinsero ad attrarre artisti e intellettuali. Li lasciava liberi di creare secondo i loro gusti e poi valorizzava le loro creazioni dandogli una opportuna scenografia. È straordinario ricordare quanti pittori, scultori, architetti e paesaggisti, fotografi, molti dei quali perugini o assisani (Assisi è la città di origine degli Spagnoli) abbiano contribuito alla Città della Domenica. Infine, e non vorrei dimenticarlo c’era una sensibilità non comune per il gioco e il tempo libero, soprattutto diretto alle famiglie e ai bambini, valorizzando e ricostruendo le favole dell’infanzia. Anche questo oggi ci sembra scontato, ma allora era un campo che andava aperto e valorizzato.
Questi alcuni degli ingredienti di quella fortunata e inimitabile stagione della Città della Domenica. Non ho visto pubblicate mai le cifre degli ingressi, né tantomeno degli incassi della struttura. A memoria, credo che i primi anni furono di grande successo, poi, con ogni probabilità, negli anni Settanta ci furono difficoltà economiche generali che probabilmente resero più difficili i conti dell’azienda. I gusti poi e gli stili di vita cominciarono a cambiare, diventammo tutti meno entusiasti e meno ingenui. Perugia non aveva più bisogno della sua piccola Disneyland familiare. Sembrava tramontare per sempre (ma vediamo che non è proprio così) l’era dei grandi imprenditori, liberi e capaci di fare qualunque cosa. Entrammo nell’era delle speranze legate alle nuove burocrazie, quelle dei piani, degli enti ecc. Poi ci siamo in gran parte ricreduti. Oggi guardando indietro forse possiamo trattenere e imparare qualcosa da quella esperienza.


