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Recensione del libro “Contro la paura” di Franco Gabrielli e Carlo Bonini (Feltrinelli). Franco Gabrielli presenterà il suo libro a Todi martedì 20 ottobre, alle 18, nella sala del consiglio comunale

di Umberto Magni

La paura è uno dei sentimenti più antichi della politica, nonché tra i più redditizi. Costa poco, si diffonde da sola, non chiede di essere spiegata. Chi la sa maneggiare ottiene attenzione, consenso, obbedienza; chi la subisce chiede protezione e finisce per pagarla cara, spesso in libertà. Franco Gabrielli e Carlo Bonini hanno scelto di mettersi di traverso a questo meccanismo perverso che avvelena il dibattito pubblico con il libro “Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica”, un saggio denso e ricco di spunti, quasi un programma di governo, che prova, per l’appunto, a togliere alla paura il microfono e a restituire la parola alla realtà.

Franco Gabrielli ha una biografia che pesa e il curriculum di uno dei migliori civil servant della nostra Repubblica. Funzionario di Polizia, Prefetto, Capo della Polizia, Direttore dei Servizi, guida della Protezione civile e Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel Governo Draghi. Ha visto lo Stato, insomma, dai posti guida del Governo, dalle piazze e dalle sale operative, non dai talk show. Quando argomenta, con dovizia di particolari, che certe ricette non funzionano, parla di cose che ha provato a far funzionare.

Un’arma antica, un’industria moderna

Che la paura sia uno strumento di potere non è una scoperta. Sallustio vedeva nel metus hostilis, il timore del nemico alle porte, il collante della Roma repubblicana Thomas Hobbes amava dire di essere nato gemello della paura perché la madre lo partorì prematuro per lo spavento dell’Invincibile Armada e ne fece il fondamento stesso dello Stato. Alla fine dell’Ottocento Gustave Le Bon descrisse nella Psicologia delle folle come l’emozione si propaghi per contagio, come la massa ragioni per immagini e si consegni a chi sa affermare e ripetere. Nel Novecento la paura diventò la tecnica di governo grazie alla quale si affermarono i regimi totalitari ed autoritari.

Oggi, tuttavia, cambia la scala del fenomeno. L’uso politico della paura è il cuore dell’avanzata delle destre sovraniste a livello internazionale, che ha nella filosofia Maga di Donald Trump il suo laboratorio e che trova sponda in grandi capitali (quelli dei “neo-feudatari” del digitale, per citare il Presidente Mattarella) interessati a un consenso a basso costo. Le guerre culturali servono a questo: intercettare la rabbia dei ceti subalterni, schiacciati in società sempre più diseguali e indirizzarla non verso chi concentra ricchezza e potere, ma verso chi sta accanto o sotto, il diverso, l’immigrato in primo luogo.

In Italia il governo Meloni, col “supporto esterno” del Generale Vannacci, ne è l’interprete convinto: la sicurezza come messa in scena, il pacchetto di norme che sale di tono a ogni fatto di cronaca, le pene inasprite a colpi di annuncio, la retorica del nemico di turno. È dentro questa cornice di demagogia securitaria, che fa strame dei cardini del garantismo penale, che il libro va letto, risultando un’opera tanto necessaria quanto controcorrente.

Il rumore e la realtà

A rendere tutto più potente è l’ecosistema digitale. Social e algoritmi premiano l’indignazione, accelerano il contagio di cui parlava Le Bon, scavano un solco tra ciò che accade e ciò che si crede stia accadendo. La percezione si stacca dalla realtà e diventa essa stessa un fatto politico. Non a caso gli autori dedicano ampia attenzione allo spazio digitale: la rete è un luogo in cui si giocano la credibilità delle istituzioni, la circolazione delle notizie, la fiducia dei cittadini, con l’intelligenza artificiale che moltiplica insieme le minacce e gli strumenti per fronteggiarle. Trattare la cybersicurezza come una faccenda da tecnici sarebbe un errore: è una condizione della continuità democratica.

Non si tratta, ovviamente, di negare i problemi. Una società aperta è per natura una società esposta e promettere il rischio zero significa mentire o preparare qualcosa di peggio. Italo Calvino, nelle ultime righe delle Città invisibili, mette in bocca a Marco Polo una pagina che sembra scritta per questo dibattito. L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: è già qui, lo formiamo stando insieme. Due sono i modi per non soffrirne. Il primo è abituarcisi fino a non vederlo più. Il secondo, rischioso e faticoso, è saper riconoscere ciò che inferno non è, “farlo durare, e dargli spazio”. È una buona definizione di cosa debba fare un governo: non negare il pericolo, né ingigantirlo, ma difendere con metodo ciò che funziona.

Governare l’immigrazione, non evocarla

Il terreno su cui la paura rende di più è l’immigrazione, evocata come minaccia identitaria, invasione, assedio, financo “sostituzione etnica”. Il libro propone la mossa opposta: i flussi migratori vanno governati, con politiche stabili e non con risposte a ogni ondata di cronaca. Governare le migrazioni vuol dire fare dell’integrazione un presupposto fondamentale dell’accoglienza. È in questo frangente, soprattutto, che la sinistra, le forze progressiste, devono guardarsi allo specchio: troppo spesso, infatti, rifugiandosi in una generica quanto indiscriminata accoglienza, hanno smesso o omesso di lavorare sull’integrazione, che è la vera infrastruttura della sicurezza, lasciando, così, che il tema scivolasse nelle mani di chi lo usa per raccogliere voti. Scuola, lavoro, casa, lingua, presenza dello Stato nei quartieri sono il contrario della propaganda: sono ciò che trasforma la convivenza da rischio in risorsa.

Difendersi senza perdersi

Per questo la sicurezza non può essere un privilegio dei più forti né, tantomeno, una parola d’ordine da lasciare alla destra, alle forze conservatrici. Chi può permettersi un quartiere tranquillo, un portiere, un allarme, può anche permettersi di discutere in astratto. Chi abita nelle periferie, invece, subisce per primo e più a lungo il vuoto lasciato dalle istituzioni. La sicurezza è il diritto dei più deboli e va riproposta con forza nell’agenda di governo del centrosinistra, specie dopo il fallimento del paradigma securitario della destra, fondato sul panpenalismo: più reati, più pene, più slogan e, tuttavia, nessuna sicurezza in più. “Difendersi senza perdersi” è l’assioma proposto da Gabrielli e Bonini: significa tenere insieme fermezza e Stato di diritto, rifiutando l’idea che per proteggere la libertà bisogna cominciare a limitarla, come se fosse necessario barattare la libertà per avere più sicurezza.

La proposta degli autori è un metodo, non uno slogan: polizia più preparata e più riconoscibile, competenze distribuite con intelligenza tra i corpi, centrali operative che si parlano, informazioni condivise e non custodite, prevenzione, cioè quel lavoro quasi invisibile il cui successo consiste in qualcosa che non accade. È un’idea di sicurezza “relazionale”, costruita nel tempo con presenze stabili sul territorio: gli agenti di polizia non sono una forza estranea alla comunità, ne sono parte, e una presenza che resta solo scenografia non protegge nessuno e logora la fiducia.

E qui il libro non fa sconti nemmeno a chi dovrebbe offrire un’alternativa. La sinistra, i progressisti, sul tema, hanno troppo spesso balbettato: oscillando tra il disagio per una parola sentita come “non sua” e l’inseguimento affannato dei toni dell’avversario, ha lasciato alla destra il monopolio di un’esigenza che è prima di tutto popolare. Non servono una destra in versione più, né un buonismo di maniera, quanto, invece, una proposta con la propria identità: scuole, integrazione, formazione del personale, riorganizzazioni che toccano abitudini consolidate. Risultati che arrivano in anni, non in una settimana, e che per una politica abituata al consenso immediato sono quasi ostili. Proprio per questo il libro è una bussola fondamentale per un centrosinistra che ha la necessità di costruire al più presto una credibile proposta di governo, a partire dal tema della sicurezza.

Il coraggio della complessità

C’è, poi, a giudizio di chi scrive, un merito fondamentale da attribuire a questo libro: aver riportato la complessità in un dibattito che la teme. “Contro la paura” non rassicura e non spaventa. Questo, oggi, è già un atto di coraggio. A chi chiede alla politica soluzioni semplici ricorda che la sicurezza non è mai semplice, ma può essere costruita, con competenza, pazienza e rigore democratico. Una lezione che parla al governo e, forse ancora di più, a un’opposizione che ha tutto da guadagnare dallo smettere di balbettare sul tema.

Umberto Magni