di Lucio Biagioni
Foto ©Bruno Barral/Wikicommons
La prova generale erano state le Olimpiadi di Roma, che le nostre famiglie, la mia e quella della mia cuginetta Giovanna, abitando nello stesso palazzo a due pianerottoli di distanza, avevano visto insieme equamente in tv un po’ a casa dell’una, un po’ a casa dell’altra. Essendo Giovanna ed io cuginetti di secondo grado, le nostre famiglie erano imparentate: le nostre mamme erano pur sempre “cugine vere”. La mamma di Giovanna, vivacissima maestra di scuola, era il motore pedagogico che considerava l’“Attualità”, da Livio Berruti alla conquista dello spazio e alla cagnetta Laika, una ineludibile occasione educativa, sia per la figlia che per me. Se dunque per le Olimpiadi le nostre abitazioni si erano divise olimpicamente a metà, stavolta non c’erano dubbi sulla scelta. Per il Grande Evento, contavano l’altezza e il panorama. Il loro, di panorama, più in basso e un po’ defilato su un lato, era così così. Il nostro era il vanto della casa: uno di quei terrazzi, nemmeno grandi, degli ultimi piani delle palazzine Anni Cinquanta della nuova via che, lambendo quel che una volta era un giardino pubblico oggi abolito da un parcheggio insensato, da Via Alinda Bonacci Brunamonti precipitava per una discesa ripida laggiù dove un tempo, nel quartiere di Monteluce, cominciava la campagna: e si restava abbagliati (né c’era assuefazione che diminuisse la meraviglia) lo straordinario arrocco di Perugia vecchia, più simile ad un enorme castello diffuso che ad una città; e poi, in una panoramica da manuale, la linea di paesaggio contrappuntata dai campanili di San Pietro e di San Domenico che proseguiva, in un acquerello sfumato, nell’indistinto di orti e verzure e campi e territorî e paesini indecisi all’orizzonte, e, per quel che mi pare di ricordare, si scorgeva fors’anche Assisi, come un cenno sfocato.
Bussarono i parenti all’alba. Il cielo senza nuvole era incredibilmente terso. La temperatura mite, di primavera imminente. Era mercoledì 15 febbraio 1961. Il giorno dell’Eclissi Totale. Ci affollammo in festa sul terrazzo, contenti che non si dovesse andare (avevano dato il permesso per l’eccezionalità dell’evento) né a scuola né al lavoro. Ignoravo che Perugia si trovasse, privilegiatissima, proprio nella piccola zona dell’anello dell’Eclissi totale. Quel che sapevo era che, nascosto dalla luna, il sole si sarebbe oscurato. Chiesi al babbo: ma oscurato come? Come di notte. Ma notte come? Notte, come quando è notte. Pensai ad un trucco, a una specie di gioco di prestigio. Non so perché, mi tranquillizzai.
Non fu per niente così. Se, a sessantacinque anni di distanza, e pochi giorni dopo la sovramediatizzata Eclisse del 12 agosto 2026, penso a ciò che accadde quel mattino del 1961, mi pare che tutto accada di nuovo. Ci trastullammo nell’attesa a guardare scelleratamente il sole (ci avevano detto che si poteva fare), raddoppiando la celluloide di vecchi negativi fotografici, seguendone passo a passo lo spicchio che si restringeva come una fetta di cocomero sotto una mascella inesorabile. Sempre più piccolo, sempre più sottile. Bagliori, sempre più fiochi. Lampi di luce. Gli ultimi. Gli ultimissimi. Èccoci. Via i negativi fotografici! Tra un istante sarebbe scesa la notte.
Ma non fu notte. Quel che fu, perdonàtemi, non so descriverlo. Il linguaggio ha limiti, e figuriàmoci il mio. Non fu un quieto buio a calare, ma una sorta di maxionda terrea e violacea uscita dal nulla, con lo stesso effetto ipermoltiplicato di una risacca violenta sulla battigia, che feroce e velocissima, formicolante di vita propria, come spinta dal brulicare compatto di miliardi di piccole zampe di qualche misterioso essere o anima cosmica, spense e divorò di colpo tutto il paesaggio brillante e le sue tinte dorate, iscurendolo di quel suo viola guizzante e cangiante di lingue e d’ombre, scandito da un precipitare della temperatura e da una sensazione di gelo che estorse a mia madre un urletto di sincera paura. Andai a ricercarla anni dopo, la memoria di quegli attimi, nel film “Barabba”, per il quale il regista Richard Fleischer aveva approfittato dell’eclissi per girare la scena della Crocifissione. A Roccastrada, in provincia di Grosseto. Restai deluso. La macchina da presa era lontanissima da ciò che avevo vissuto. “L’Eclisse” di Antonioni, l’anno dopo, pagò un tributo mediatico, ma solo nel titolo.
E invece, il turismo astrofilo facebookizzato del 2026? È meglio Burgos, o la fascia fra Madrid e Burgos? E Bilbao? Il Mirador de Cabo Busto o il Costa Nord di Avilés? E i prezzi dei B&B maggiorati 20 volte, e 100 per la nottata del 12? L’ albergo *** che costa (costava) 121 euro il 3 agosto, 193 il 10, 500 l’11, 750 il 12, per dormirci su dopo l’ubriacatura mediatica dell’eclisse? Unione con il cosmo, comunione con gli spazî siderali? Mi viene in mente Space X e le sue azioni comprate da Black Rock, che più che sulla colonizzazione di Marte scommette nel lungo periodo “sulle autostrade invisibili del secolo”, quelle celesti, il controllo della Grande Rete su cui passerà la difesa, la connettività e la logistica globale. In questo entusiasmo per la nuova eclisse mi viene non so perché da pensare a Starlink, che ha già in Starshield una sorella militare e classificata, per satelliti impiegati in una sorveglianza continua e globale contro attacchi cyber e cinetici, attraverso un sistema di puntamento di caccia e missili. (Ciò che oggi è cronaca nel mondo è già una bella anteprima.)
Oggi (allora non ero in grado, e infatti, da scolaro di seconda media, composi sull’eclisse un tema immaginificamente farcito di reboanti luoghi comuni, che la mia professoressa di lettere vantò a destra e a manca) capisco un po’ di più il senso di ciò che provai quel giorno. Fu non una conferma, ma uno spaesamento, come l’ebbe mia madre con quel suo grido (che fu tutt’altro che di giubilo e festa da concertone come l’urlo delle folle in Spagna il 12 agosto nel momento clou). Per un paio di eterni minuti non restò niente del conosciuto. Il conosciuto anzi si deformò, dissolto da una forza invincibile, troppo superiore a noi, che veniva da qualche luogo lontano. Non so cosa volesse dirci. Forse che la vita quotidiana è una costruzione fragilissima, una nostra illusione falsamente protettiva; e che la Terra, lasciata all’avaritia e all’odio, lo è ancora di più. I miei zii e la mia cuginetta Giovanna vivevano con i nonni, gente semplice di Grosseto, toscani doc come il sigaro fumato dal nonno, il sor Guido, che ne lasciava traccia per alcuni molesta sulle scale condominiali. Resistendo alle insistenze, i due vecchi, la mattina del 15 febbraio 1961, rimasero a letto a dormire. “Ma vi perdete l’eclissi! Il giorno che diventa buio!” “E allora”, rispose il sor Guido, “vuol dire che accienderem la luce.”



