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di Antonio Bellucci

In questi giorni con la guerra scatenata da Trump e Netanyahu contro l’Iran e il Libano, con lo stretto di Hormuz utilizzato come arma politica ed economica da parte dell’Iran e degli Usa che lo controllano limitandone l’accesso e con l’Europa che, da un punto di vista soprattutto economico, ne subisce le conseguenze, torna in auge il Patto di stabilità e Crescita. Membri del governo Meloni, con il ministro Salvini in prima fila, lo nominano dichiarando l’esigenza di una sua sospensione a causa del particolare momento di crisi che stiamo vivendo.

Il blocco dello stretto di Hormuz, riducendo l’offerta globale di petrolio (circa il 20% passa dallo stretto) ha avuto un effetto immediato sul prezzo che ha superato ampiamente i 100 dollari al barile. Inoltre, dallo stretto passa un quinto del gas naturale liquefatto (Gnl); ciò genera una forte pressione sui prezzi delle bollette di luce e gas per le famiglie e le imprese in Europa e quindi anche in Umbria. Il governo Meloni ha cercato di mettere un freno all’aumento del costo del petrolio intervenendo sulle accise e sul prezzo dei carburanti. Tuttavia, il prezzo del gasolio è più alto di quello della benzina e ciò è dovuto alla parificazione delle accise per entrambi i carburanti imposta dal governo Meloni nel gennaio scorso. Oltre al caro gasolio da trasporto e lavoro, la crisi sta incidendo anche sul comparto agricolo per l’aumento dei fertilizzanti e dei prodotti chimici e sulle Pmi. Entrambi questi comparti sono particolarmente importanti in Umbria.

La riduzione temporanea delle accise scade il primo maggio; senza una proroga, il prezzo del gasolio e della benzina salirebbe alle stelle; il governo sembrerebbe intenzionato a prorogare il taglio delle accise oltre il primo maggio, modulandolo senza però specificare come. È probabile che il taglio riguardi solo il gasolio causando però un aumento della benzina che andrebbe a incidere fortemente sulle tasche degli umbri.

Oltre al caro carburanti, anche l’inflazione rischia di aumentare per via dell’aumento dei prezzi. Secondo la Cgil, per un lavoratore con un carico imponibile fiscale da 35 mila0 euro, un aumento dei prezzi stimato del 2.9% comporterebbe una perdita di 1.500 euro mentre un pensionato che riceve mille euro al mese pagherebbe al fisco 370 euro in più.

In questa situazione non certo rosea, alcuni esponenti di governo cercano delle soluzioni che definirei astruse per un Paese come l’Italia che ha un debito enorme, quali, ad esempio, una sospensione del Patto di stabilità e crescita (Psc).

Cerchiamo di capire di cosa si tratta. Il Psc nasce nel 1997, viene più volte rafforzato in particolare dopo la crisi del 2008 e diventa un pilastro fondamentale della politica economica dell’Unione europea (Ue) poiché serve a fare in modo che gli Stati membri non accumulino debito e deficit eccessivi; nel caso ciò dovesse verificarsi, la stabilità finanziaria dei Paesi dell’Unione europea ne risentirebbe.

Per rientrare nei limiti del Psc ed evitare quindi una procedura d’infrazione da parte della Commissione europea, i Paesi dell’Ue devono avere un deficit pubblico (quanto cioè lo Stato spende in più rispetto a quanto incassa in un anno) inferiore o uguale al 3% del Pil e un debito pubblico (il totale dei soldi che lo Stato deve a banche, risparmiatori, assicurazioni e fondi d’investimento) inferiore o uguale al 60% del Pil. Le regole per rientrare dentro questi parametri sono cambiate nel tempo ma i parametri sono rimasti gli stessi.

Durante la pandemia da Covid 19, il Psc è stato sospeso mediante una “clausola di salvaguardia generale” che ha consentito agli Stati dell’Unione di spendere liberamente.

È nel 2024 che le regole sul Psc cambiano in maniera sostanziale; in pratica non variano i parametri (3% e 60% del Pil) ma si introducono degli aggiustamenti che meglio si adattano alla situazione di ogni Stato membro quali, per esempio, dei piani nazionali personalizzati e pluriennali che consentono a ogni Stato di ridurre deficit e debito secondo le proprie esigenze con una certa flessibilità ma sotto il controllo più ravvicinato della Commissione europea. Inoltre, ogni Stato può ottenere tempi più lunghi per rientrare dentro i parametri stabiliti se attua investimenti mirati in settori strategici quali, per esempio, il digitale, la difesa e la transizione verde.

Come succede in molte riforme importanti a livello europeo, le differenti esigenze dei 27 Stati dell’Unione emergono ed è importante trovare un punto di equilibrio che possa portare all’approvazione finale della riforma in questione. Nel caso del Psc sono emerse le esigenze di Paesi “rigoristi” quali Germania, Paesi Bassi e Austria che avevano chiesto regole rigide e riduzione rapida del debito. Questi Paesi sono in genere contrari alla flessibilità poiché temono che in alcuni Stati ciò si trasformi in lassismo fiscale e libera spesa. Le posizioni dei “rigoristi” si sono scontrate con quelle più flessibili richieste da Paesi quali Italia, Francia e Spagna che invece chiedevano tempi più lunghi per rientrare nei parametri richiesti e l’esclusione o misure ad hoc per investimenti strategici. In questi casi la Commissione europea deve cercare il punto d’equilibrio ma poi nel caso del PSC, sono stati il Consiglio e il Parlamento europeo che hanno raggiunto un accordo politico approvato in seguito da entrambi consentendo la pubblicazione di un “Regolamento del Parlamento e del Consiglio” direttamente applicabile a livello nazionale.

Come accaduto nel Consiglio, dove si sono verificate divisioni tra i Paesi dell’Unione, anche nel Parlamento europeo le posizioni dei vari gruppi parlamentari erano abbastanza distanti ma, pur con delle contrapposizioni, il pacchetto di riforma del Psc è stato definitivamente approvato ad aprile del 2024. I gruppi parlamentari si sono così espressi: Ppe (Partito Popolare Europeo), Renew Europe (Europa rinnovata) e parte dei Socialisti (Alleanza progressista dei Socialisti e Democratici rappresentati con l’acronimo S&D) hanno votato a favore, mentre si sono opposti o astenuti i restanti parlamentari socialisti, una parte dei conservatori e la destra sovranista. Per quanto riguarda gli europarlamentari italiani presenti nei vari gruppi, le loro posizioni sono state in parte diverse dalla posizione finale poi espressa dall’Italia come Stato in sede di Consiglio dove il ministro Giorgetti ha votato a favore del Psc riformato. L’immagine che ne è risultata è stata però quella di un Paese diviso politicamente al suo interno.

Ma torniamo alle regole del Psc. Il compito della Commissione europea è quello di valutare se i bilanci nazionali consentano il rispetto dei parametri prima di approvarli definitivamente. Per l’Italia si è sempre applicata una pressione politica accompagnata da richiami e raccomandazioni che hanno sempre evitato sanzioni finanziarie effettive. Come per l’Italia anche Francia e Germania furono oggetto di proposte sanzionatorie da parte della Commissione europea nel 2003/2005 per deficit eccessivo ma poi il Consiglio dell’Ue decise di non dare seguito alla proposta della Commissione.

L’Italia non ha mai avuto una posizione ideologica unica sul Patto, ma una posizione strutturale legata al suo enorme debito che in questi ultimi anni è aumentato raggiungendo la somma più elevata di sempre pari a 3.140 miliardi di euro; con un debito così elevato, nessun governo italiano può permettersi rotture totali ma, per via di una crescita molto debole, non può neanche permettersi regole troppo rigide del Psc. È su questo aspetto che i nostri governanti dovrebbero puntare chiedendo maggiore flessibilità a Bruxelles.

L’attuale crisi dovuta alle guerre in Iran e in Libano e il blocco dello stretto di Hormuz rappresenta la classica situazione che può mettere sotto pressione il Psc. Per l’Italia la situazione è sicuramente delicata poiché con un’energia più cara, la crescita che è già molto bassa, subirebbe un ulteriore rallentamento, inoltre la spesa pubblica aumenterebbe con conseguenze negative sul debito.

Il Psc non è solamente una regola europea che deve essere rispettata in quanto tale, ma è soprattutto un meccanismo che rende sostenibile un debito elevato come quello italiano. Senza l’ombrello protettore del Psc, un Paese come l’Italia sarebbe maggiormente esposto ad azioni speculative dei mercati; si verificherebbe un aumento dello spread e dei tassi, aumenterebbe la pressione dei mercati, la fiducia nel “sistema Paese” ne risentirebbe e l’Italia rischierebbe di non riuscire più a pagare i propri debiti alle scadenze stabilite.

Invece di proporre soluzioni astruse, come una sospensione o addirittura un’uscita dal Psc, quello che i nostri governanti dovrebbero fare è cercare di ridurre il debito attuando riforme strutturali che consentano di far tornare a crescere il Paese ben oltre lo 0,6% del Pil annunciato recentemente dal ministro Giorgetti. Solo una riduzione considerevole del debito darebbe all’Italia più margini di spesa, ma soprattutto darebbe più libertà di scelta in merito a come spendere e meno vulnerabilità.