di Marina Sereni
A poco più di un anno dalla fine della legislatura é ormai chiaro che la sanità rappresenti uno dei principali fallimenti del governo della destra. Dopo la drammatica e amara esperienza della pandemia era legittimo sperare che tutta la politica, al di là e oltre le distinzioni politiche, scegliesse la strada del rilancio del SSN da accompagnare con le necessarie riforme. E invece il Governo Meloni ha di nuovo imboccato la strada del definanziamento della sanità, diminuendo ogni anno la spesa sanitaria in rapporto al Pil fino al 6,1 % (con un trend che addirittura scende negli anni successivi sotto la cifra anche simbolica del 6%). Continuare da parte del governo a rivendicare di aver impegnato risorse importanti in valori assoluti, cosa che nessuno nega, significa tenere in poca considerazione l’intelligenza degli italiani, molti dei quali, quotidianamente, sperimentano sulla loro pelle le difficoltà di accesso alle cure nella sanità pubblica.
Chi può permetterselo si rivolge sempre più spesso alla sanità privata, soprattutto per le visite specialistiche e gli esami diagnostici, mentre 6 milioni di persone nel 2025 sono state costrette a rinunciare a prestazioni importanti per ragioni economiche. Nonostante queste criticità il SSN resta un enorme patrimonio di professionalità e qualità e, soprattutto di fronte a malattie gravi, rappresenta una garanzia di equità straordinariamente importante.
Ma oggi, senza un cambiamento vero in termini di investimenti, questo patrimonio rischia di andare perduto. Rischiamo, senza nemmeno una discussione pubblica esplicita, un cambio di modello: da quello universalistico disegnato dalla legge 833/78 ad un modello fondato sulle assicurazioni che farebbe tornare l’Italia alla frammentazione e alle diseguaglianze delle vecchie mutue. Ecco perché non possiamo retrocedere dalla battaglia per raggiungere progressivamente almeno la media europea del 7-7,5% di spesa sanitaria rispetto al Pil. Questo sarà necessariamente un obiettivo prioritario del programma che la coalizione progressista porterà alle prossime elezioni politiche. Toccherà a noi – per citare Elly Schlein nel suo recente intervento alla Camera – attuare la Costituzione sul diritto fondamentale alla salute.
Ma torniamo al bilancio del Governo Meloni. Non solo meno fondi per la sanità pubblica, ma anche zero riforme. Infatti, mentre la legge sulle liste d’attesa è ancora priva di alcuni decreti attuativi e non ha prodotto alcun beneficio per i cittadini, in Parlamento sono in discussione tre leggi delega – professioni sanitarie, farmaceutica, organizzazione dell’assistenza territoriale e ospedaliera – che non aggrediscono nessuno dei nodi strutturali della sanità italiana e che anzi possono aprire la strada a rischi di “controriforma” rispetto all’impianto della legge istitutiva del SSN.
Intanto una riflessione critica sullo strumento: sono tutti disegni di legge in cui la delega è molto vaga e sui quali non sarà possibile un reale confronto in Parlamento. Dopo l’approvazione della legge, infatti, i decreti attuativi passeranno alle commissioni competenti per un semplice parere, rimanendo in realtà uno spazio molto limitato per incidere. Delle tre deleghe la più insidiosa a noi sembra la terza che prefigura l’istituzione di Ospedali di Terzo livello (eccellenze nazionali e sovranazionali, che passano sotto il controllo diretto del Ministero anziché delle Regioni); ospedali elettivi (prevalentemente privati accreditati senza pronto soccorso cui viene indicato e garantito il collegamento con il PS più vicino); una delega praticamente in bianco su salute mentale e dipendenze (dopo che da poco sono stati fatti i nuovi Piani Nazionali Salute Mentale e Dipendenze, migliorati grazie al contributo delle Regioni e dei professionisti); solo buone intenzioni sulla dimensione territoriale, mentre la parola “prevenzione” non compare mai (lecito aspettarsi un ridimensionamento dell’impianto del DM77). Una delega “ospedalocentrica”, che va esattamente nella direzione opposta a quello che servirebbe. Tra l’altro il tutto, come sempre, ad invarianza di spesa. Quindi anche qui – come sulle liste di attesa – si immaginano riforme a costo zero! Non è un caso che i sindacati siano stati tutti molto critici su questa proposta, che le Regioni abbiano chiesto di sospendere l’esame del ddl, che la Fondazione Gimbe abbia suggerito il ritiro del provvedimento e l’apertura di una sera discussione tra tutti i soggetti interessati. Accompagneremo la nostra dura opposizione in Parlamento alla mobilitazione nel Paese insieme a tutti i soggetti che vogliono difendere il diritto costituzionale alla salute e rilanciare la nostra sanità pubblica.
L’Umbria e il piano regionale: da dove ripartire
E l’Umbria, in questo contesto? Ci sono pochi dubbi sul fatto che il centrosinistra abbia vinto le ultime elezioni regionali anche e forse soprattutto grazie alla cattiva prova della Giunta Tesei sulla sanità e grazie ad una mobilitazione del Patto Avanti che ha battuto molto sul tema della salute nei cinque anni di opposizione. Proprio per questo le aspettative dei cittadini umbri per un miglioramento sostanziale nella qualità e quantità dei servizi sanitari e sociosanitari erano e sono a tutt’oggi molto alte. E molto alta è l’aspettativa per il nuovo Piano Sociosanitario Regionale al quale meritoriamente la Presidente Proietti e la nuova Giunta stanno lavorando e che dovrebbe vedere la luce nelle prossime settimane. Questo fondamentale atto di programmazione regionale manca da troppo tempo, i bisogni di salute delle persone che vivono in Umbria sono cambiati e l’emergenza pandemica, aggravata dall’incuria e dall’approssimazione della Giunta Tesei, ha messo in evidenza fragilità vecchie e nuove con le quali misurarsi. Il nuovo Piano Sociosanitario Regionale deve dunque rappresentare la visione strategica e indicare le priorità per la sanità dell’Umbria nei prossimi anni.
Non essendo ancora noti i contenuti del Piano, e leggendo dai giornali locali più o meno corrette anticipazioni, vorrei esprimere alcune considerazioni, anche guardando al panorama nazionale.
Innanzitutto: al centro del nuovo PSSR devono essere poste le domande di salute della popolazione di una delle Regioni in cui, nonostante tutti i problemi, la qualità della sanità pubblica è ancora molto elevata. Grazie ai professionisti che vi lavorano, e grazie ad una cultura dei servizi che risale al passato meno recente, la sanità umbra ha perso sì terreno ma ha ancora una buona intelaiatura da cui ripartire.
Su quali priorità e innovazioni puntare?
Positivamente la Giunta Regionale ha già anticipato alcune iniziative, come il rilancio della Salute Mentale e l’adozione di modelli innovativi di presa in carico di alcune disabilità, su cui intende investire nuove risorse ed energie, mentre sono state inaugurate alcune delle Case della Comunità previste dal PNRR. Bene, sono convinta che la nuova sanità territoriale e di prossimità debba rappresentare il “pezzo forte” del nuovo Piano. Per tante ragioni: perché siamo la seconda regione più anziana d’Italia, perché anche le famiglie umbre si sono fatte più piccole, perché i dati epidemiologici ci dicono che anche nella nostra regione le cronicità toccano grandi numeri e richiedono una presa in carico complessiva, che parte dal domicilio e viene resa possibile da una forte integrazione tra sociale e sanitario. E poi perché alle vecchie fragilità si sono aggiunte le “nuove”, quelle che riguardano gli adolescenti, le donne vittime di violenza, le marginalità legate a povertà e immigrazione, la solitudine di tante persone e famiglie alle prese con le disabilità gravi e la non autosufficienza. Bisogni di salute e di cura che non si risolvono con l’ospedale ma con una robusta innovazione e un forte investimento sul territorio e sulle comunità. Il coinvolgimento pieno di tutte le risorse che si muovono nel territorio e all’interno della comunità – dai medici di medicina generale agli specialisti, dagli infermieri a tutte le altre professioni sanitarie e sociosanitarie, dagli amministratori locali agli Enti del Terzo Settore – è la precondizione per realizzare in Umbria una sanità di prossimità fondata sull’appropriatezza delle risposte e sull’uso ottimale delle risorse disponibili.
No all’Asl unica e alla drastica riduzione dei Distretti
E’ interessante vedere come l’esigenza di attuare il DM 77 e dare certezze per il funzionamento delle Case della Comunità abbia portato alcune Regioni come l’Emilia Romagna, la Toscana, la Puglia a investire su percorsi di concertazione con le Organizzazioni Sindacali e a siglare nuovi Accordi Integrativi Regionali con i Medici di Medicina Generale. Ed è indispensabile ricordare che coprogrammazione e coprogettazione con il Terzo Settore dovrebbero diventare la regola e non l’eccezione anche per far funzionare al meglio le Case della Comunità e i diversi nodi di una rinnovata sanità territoriale. In questa prospettiva capirei poco – devo essere sincera – l’idea di una unica Asl territoriale e magari di una drastica riduzione del numero dei Distretti sociosanitari che, in questo nuovo contesto, dovrebbero a mio avviso diventare il luogo di governo di tutte le risorse territoriali.
Far funzionare bene i servizi del territorio significa d’altra parte anche far funzionare bene gli ospedali. Ed è compito della politica animare un dibattito pubblico che renda questa parte del Piano non meno interessante di quella che dovrà riguardare la rete ospedaliera. Qui ci sono alcune certezze e alcuni problemi da risolvere. Le certezze sono le due Aziende Ospedaliere di Perugia e Terni, che devono garantire le prestazioni più complesse con i mezzi più avanzati, e il rapporto con l’Università degli Studi di Perugia, che deve e può contribuire a rendere la sanità umbra sempre più attrattiva per i professionisti migliori.
Terni, nuove idee sull’ospedale del futuro
Tra i problemi da risolvere c’è la costruzione del nuovo ospedale di Terni, tema che nel dibattito politico diviene caldo anche per l’atteggiamento polemico e non collaborativo del Sindaco Bandecchi nei confronti della Regione. La Presidente Proietti ha ereditato dalla precedente Giunta Regionale una montagna di bugie e di confusione sul tema del nuovo ospedale di Terni. Come è ora chiaro ed evidente, la precedente Giunta Tesei non aveva né un progetto ne’ le risorse per dare finalmente il via alla costruzione del nuovo ospedale di Terni. E si capisce che l’insistenza sull’ipotesi del project financing era funzionale solo a coprire l’assenza di una risposta reale e concreta. Quindi bisognava e bisogna ripartire da qui. I primi passi della nuova Giunta vanno nella direzione giusta. E’ molto importante che la Presidente Proietti abbia ribadito la volontà di dare a Terni un nuovo Ospedale, che sia stata incaricata una società specializzata per un approfondimento sui possibili siti della nuova struttura, che si sia avviata la ricerca delle importanti risorse pubbliche necessarie per realizzarla. Ora ci sono le condizioni per passare al progetto, chiamando a raccolta anche competenze che, in Italia e all’estero, stanno elaborando nuove idee sull’ospedale del futuro. Il nuovo nosocomio di Terni nascerà in piena rivoluzione tecnologica e digitale ed è opportuno che il progetto abbia l’ambizione di creare una struttura all’altezza delle nuove opportunità che il progresso scientifico e tecnologico ci offre. Il Comune di Terni, anziché minacciare e insultare continuamente la Presidente della Regione e l’intelligenza dei ternani, dovrebbe disporsi a collaborare a questo percorso, sicuramente complesso ma anche affascinante non solo per la città ma per l’intera regione.
C’è poi da ridisegnare le vocazioni e gli obiettivi del resto della rete ospedaliera, che deve rispondere ai bisogni di salute di un territorio piccolo ma articolato. In passato l’Umbria ha chiuso e riconvertito diversi piccoli ospedali, creando in qualche caso nel territorio delle vere e proprie eccellenze, come fu ad esempio per la Riabilitazione di Trevi. Oggi mi sembra che il tema sia, anche alla luce di una certa carenza di professionisti che è purtroppo un dato nazionale, far sì che la rete dei DEA (Dipartimento Emergenza e Accettazione) di primo livello e degli altri presidi ospedalieri possa raccogliere adeguatamente le patologie che non necessitano del ricorso alle Aziende Ospedaliere e integrarle pienamente con una rinnovata e più ampia offerta di servizi dal territorio. Per le due città capoluogo, inoltre, avere nelle vicinanze dei presidi che possono assorbire una domanda di prestazioni meno complesse può essere una necessità, al fine di non intasare i posti letto delle due Aziende. In questo senso, solo per lanciare una suggestione, non escluderei che l’attuale ospedale di Pantalla e il costruendo nuovo ospedale di Narni-Amelia possano entrare direttamente a far parte delle due Aziende di Perugia e Terni.
Un Pd rispettoso del pluralismo
Concludo con una considerazione sulla politica e sul Pd. In questi anni a livello nazionale, grazie all’impulso di Elly Schlein, il Partito Democratico ha fatto della difesa del diritto alla salute e della sanità pubblica un tratto identitario, dialogando con tutti gli attori del mondo della sanità, ascoltando i cittadini e il Terzo Settore, elaborando proposte concrete di riforma e di rilancio. A questo sforzo nazionale è corrisposta anche in Umbria una forte mobilitazione diffusa che ha contribuito non poco alla vittoria elettorale del 2024. Oggi il PD è al governo della Regione ed è il partito di maggioranza relativa della coalizione. Abbiamo la responsabilità di sostenere con proposte e iniziativa politica lo sforzo di cambiamento in cui è impegnata la Giunta Regionale su molti terreni, e primo fra tutti quello della sanità e delle politiche per la salute. Ma ciò richiede a mio avviso un cambio di passo del Pd umbro. Innanzi tutto per chiudere davvero la complicata vicenda del congresso regionale e includere nella direzione politica tutte le anime del partito in uno spirito unitario e rispettoso del pluralismo. Le ultime elezioni europee e anche il risultato del referendum hanno dimostrato che la coalizione progressista può essere competitiva a Terni, i rapporti tra le forze del Patto Avanti a livello cittadino sono positivi. Ma le sfide che dobbiamo affrontare a Terni, verso le prossime elezioni amministrative, richiedono una totale sintonia e collaborazione tra i diversi livelli di direzione politica del Pd per non ripetere gli errori del passato che hanno portato a Palazzo Spada un personaggio pericoloso e squalificato come Bandecchi.
In secondo luogo il Pd può e deve intensificare la sua azione per promuovere e organizzare una fase di partecipazione e discussione vera e larga sulla sanità e sulle altre priorità dell’azione di governo regionale.
Il nuovo Piano Socio Sanitario Regionale rappresenta una grande occasione per un dialogo approfondito sugli obiettivi da raggiungere, un confronto che deve coinvolgere tutta la comunità regionale, le competenze, le organizzazioni sindacali e imprenditoriali, il Terzo Settore, gli amministratori locali. Alex Langer diceva sempre che la conversione ecologica dell’economia si sarebbe realizzata quando fosse diventata desiderabile per i cittadini. Noi sappiamo che la maggior parte dei cittadini umbri apprezza e considera desiderabile la sanità pubblica ma dobbiamo sconfiggere la sfiducia e la rassegnazione con cui purtroppo molti oggi reagiscono di fronte alle difficoltà di accesso e alle inefficienze. La storia dell’Umbria, e della sinistra umbra, ci dice che possiamo avere la forza e le capacità di rilanciare e rinnovare un modello di sanità e di welfare fondato sulla solidarietà, sulla valorizzazione delle competenze, sull’integrazione sociosanitaria, sulla partecipazione democratica.



