di Antonio Bellucci
Le manifestazioni di questi giorni stanno portando in piazza migliaia di giovani in Umbria come in Italia, al grido di “Vogliamo pace, no al riarmo, vogliamo soldi per la scuola e per la salute”. I giovani umbri hanno protestato contro le politiche del Governo contestando le spese militari e chiedendo maggiori investimenti pubblici per il welfare e il diritto allo studio.
Mi sembra giusto manifestare per un’ideale, la pace, a cui siamo abituati da almeno 75 anni, per cui abbiamo marciato tante volte da Perugia ad Assisi sulle orme di Aldo Capitini, ma, aggiungerei anche grazie ad alcune menti illuminate europee come Jean Monnet, Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, che insieme ai capi di governo del Belgio, Lussemburgo e Olanda che a Parigi nel 1951, fondarono la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) solo sei anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Queste menti illuminate, statisti e non politici di bassa lega, capirono che la pace in un’Europea martoriata dalle guerre, poteva essere raggiunta solo condividendo le due materie prime che erano servite per farsi la guerra, il carbone e l’acciaio, mettendo da parte, rancori, odio, vendette e rivendicazioni territoriali.
Ora beceri nazionalismi portati avanti da sovranisti vogliosi di sfasciare un’Unione Europea faticosamente costruita in 75 anni, sicuramente non ancora al passo con i tempi, con i difficili tempi che viviamo, ma indispensabile se vogliamo continuare questo percorso di pace, rischiano di farci tornare al tempo di un’Europa bellicosa dove si rivendicavano con le armi e con il sangue territori contesi. Proprio quello che sta succedendo alle nostre frontiere oggi dove divampa una guerra che sta facendo migliaia di morti provocata da un Putin che bombarda ininterrottamente gli ucraini da più di cinque anni per sottomettere un popolo e una nazione sovrana con il pretesto di voler conquistare territori che appartenevano un tempo alla Russia prima zarista e poi sovietica. Se giustifichiamo Putin dovremmo per assurdo accettare che l’Austria rivoglia il Sud Tirolo o prepararci per riconquistare l’Istria e la Dalmazia. Francamente pensavo che avessimo superato questo modo di ragionare che ha prodotto solo guerre, devastazioni, povertà, migrazioni e morti.
Un’Unione Europea forte serve proprio per evitare di tornare indietro ai beceri nazionalismi. In proposito, Winston Churchill nel 1947 all’Università di Zurigo invocò la creazione degli Stati Uniti d’Europa come unico “rimedio sovrano” per garantire pace e prosperità futura.
Gli stessi padri fondatori della CECA che poi diedero vita a Roma nel 1957 alla Comunità Economica Europea (CEE), si resero conto già nel 1950 che un esercito comune europeo sovranazionale era indispensabile per fronteggiare la ricostituzione di un esercito nazionale tedesco fortemente caldeggiato dagli Stati Uniti che spinsero per il riarmo della Germania Ovest in chiave anti-sovietica; in questo contesto, il 24 ottobre 1950 il Primo Ministro francese René Pleven su ispirazione di Jean Monnet, propose come soluzione alternativa al riarmo tedesco, l’istituzione della CED (Comunità Europea di Difesa). Il piano prevedeva la creazione di un esercito europeo unificato, con un bilancio comune e contingenti militari di Francia, Germania Ovest, Italia, Belgio Lussemburgo e Olanda sotto la direzione di un unico Ministro della Difesa europeo. L’allora Presidente del Consiglio italiano, Alcide De Gasperi, (sostenuto dal federalista Altiero Spinelli) caldeggiò vivamente il progetto. Il CED fu firmato dai Paesi che ne facevano parte ma benché proposto su iniziativa francese, fallì nell’agosto del 1954 per via di una forte opposizione alla ratifica da parte dei sovranisti francesi d’allora (gollisti ma anche dei comunisti) contrari alla perdita di sovranità militare della Francia. E così, l’idea di una difesa europea comune fu accantonata per decenni anche per via della nascente NATO patrocinata e guidata dagli Stati Uniti. L’integrazione europea prendeva la strada di un grosso spazio comune economico e commerciale che però escludeva un’integrazione politica.
Tutto ciò avveniva all’ombra di una nascente Guerra Fredda, dove il soggetto/nemico nei confronti del quale ci si doveva difendere era l’Unione Sovietica.
La storia sembra ripetersi. Ora il pericolo viene internamente da sovranisti e da un pacifismo malinteso (movimenti o leader che chiedono l’interruzione immediata dell’invio di armi all’Ucraina e l’avvio di negoziati) ed esternamente da figure potenti come Putin e Trump, uniti in un intento comune che è quello di indebolire se non sfasciare del tutto l’Unione europea. In effetti, la Russia vede l’unità dell’Unione Europea e della Nato come un ostacolo alle proprie ambizioni di influenza regionale che si sono manifestate con l’aggressione prima della Crimea, e poi dell’Ucraina, oltre ai conflitti, agli interventi o anche alle presenze dell’esercito russo in altre regioni quali Cecenia, Siria, Georgia, Kazakistan, Transnistria, Tagikistan e Nagorno-Karabakh, per non citare le ingombranti presenze armate russe in Libia, Repubblica Centroafricana, Mali e Sudan, rendendo così evidenti le intenzioni di Putin. Donald Trump invece, non solo difende l’aggressore Putin incolpando l’aggredito Zelenski come la causa di una guerra in Ucraina che dura oramai da più di cinque anni e dove la popolazione ucraina è bombardata sistematicamente ogni giorno, ma attraverso varie dichiarazioni non ha mai nascosto che l’Unione europea sia un ostacolo commerciale alla sua idea di “America first” cercando di spingere di fatto l’Unione europea verso una maggiore frammentazione o verso un’accelerata autonomia degli Stati membri che la compongono. Se vogliamo che la nostra Europa sopravviva, dobbiamo difenderci da due populisti nazionalisti a capo di un capitalismo oligarchico, i quali hanno chiaramente dimostrato che vedono come unico strumento alla risoluzione di contese internazionali non il negoziato, ricercato nell’ambito di organismi internazionali da loro ampiamente screditati, ma l’uso della forza come è successo recentemente, in quelle regioni che Putin e Trump considerano sotto la loro sfera d’influenza.
Ma torniamo alle manifestazioni giovanili e non solo di questi giorni. Credo che dobbiamo cercare di non limitarci a slogan ma andare un po’ più a fondo sui problemi che i giovani stanno portando alla ribalta.
Come ho già avuto modo di scrivere in questa rivista, l’Unione Europea con il NextGenerationUE ha messo a disposizione per gli Stati colpiti dalla pandemia di Covid-19, 807 miliardi di euro. In Italia questa forma di aiuto ha preso il nome di PNRR attraverso il quale abbiamo usufruito di 194,4 miliardi di euro a cui sono stati aggiunti fondi nazionali per circa 30 miliardi di euro.
Ma per cosa doveva essere spesa questa ingente massa di denaro che, se raffrontata ai 26 miliardi della manovra finanziaria che il Governo Meloni dovrebbe approvare per il 2027, corrisponde a poco meno di otto manovre finanziarie dello stesso importo? Con il PNRR si doveva intervenire sui seguenti assi d’intervento: digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura, turismo, transizione ecologica, infrastrutture per una mobilità sostenibile, istruzione e ricerca, salute, inclusione e coesione. Poiché il Governo italiano ha dichiarato il pieno raggiungimento di tutti i 156 obiettivi finali legati alla decima e ultima rata del PNRR (pari a 28,4 miliardi di euro, i quali sono in fase di realizzazione dei progetti e/o di rendicontazione e non possono essere più assegnabili o negoziabili) si suppone che anche per sanità e istruzione le azioni intraprese abbiano inciso positivamente sul loro miglioramento. Perché quindi i giovani manifestano per migliorare la scuola, l’istruzione e la salute?
Viene così spontaneo chiedersi se il Governo abbia speso bene le somme del PNRR ricevute dall’Europa. Mi risulta che l’Italia abbia stanziato 17 miliardi di euro provenienti direttamente dal PNRR per la scuola e l’istruzione, a cui si sono aggiunti ulteriori 5,7 miliardi di euro sotto forma di fondi nazionali e strutturali, arrivando così a circa 23 miliardi di euro per azioni quali infrastrutture, scuole nuove, contrasto alla dispersione scolastica e al potenziamento delle competenze, trasformazione digitale, istruzione tecnico-professionale, formazione e reclutamento. Poi nell’attuale manovra in discussione dal Governo si parla di tagli di 7.000 unità del personale scolastico, di cui 5.000 docenti. I conti non tornano! Con il PNRR nell’asse formazione e reclutamento si prevedevano piani straordinari per la formazione del personale scolastico e l’assunzione di centinaia di migliaia di insegnanti e personale ATA (personale Amministrativo, Tecnico e Ausiliario). Forse il Governo dovrebbe assumersi le sue responsabilità, i nostri politici dovrebbero meglio chiarire questi aspetti ai giovani che protestano e non spendere fiumi di parole sul perché sia stato scarcerato Youssef Siher.
Per la sanità, vorrei brevemente ricordare che la Commissione europea durante la pandemia di Covid-19 aveva messo a disposizione 250 miliardi nell’ambito del MES sanità che l’Italia non ha mai volto ratificare. Forse questi soldi avrebbero fatto comodo.
Per la difesa e il riarmo, sempre l’UE ha deciso nel maggio 2025 un programma d’investimenti con una dotazione di 154 miliardi di euro sotto l’acronimo di SAFE (Azione per la sicurezza dell’Europa), mediante il quale gli Stati membri possono decidere di ricevere prestiti a lungo termine (fino a 45 anni) dall’UE. Come per NextGenerationUE, è la Commissione europea che raccoglie fondi sui mercati finanziari per poi emettere obbligazioni comuni.
Il SAFE prevede regole stringenti per l’utilizzo delle somme ricevute; per esempio i fondi non possono andare a un solo Stato ma occorrono almeno due paesi per partecipare agli appalti. Inoltre, esiste la clausola Buy European, che impone dei vincoli rigidi sui fornitori: almeno il 65% dei componenti militari deve provenire direttamente dall’UE o dallo spazio economico Europeo SEE/EFTA. La componente paesi terzi (per esempio USA) non deve superare il 35%.
Con il SAFE si finanziano sistemi di difesa aerea, droni, munizioni e cybersicurezza quest’ultima fondamentale per far fronte ad attacchi, sempre più frequenti ultimamente, ai nostri sistemi informatici. Se non sviluppiamo questo settore, attacchi mirati per esempio contro i sistemi informatici degli ospedali potrebbero causare danni incalcolabili; basta pensare alla gestione informatizzata delle cartelle cliniche o dei risultati delle analisi.
Dobbiamo quindi saper ascoltare i giovani, la grande maggioranza che non sfascia le vetrine, dialogare con loro su questi argomenti che distinguono difesa europea da riarmi nazionali a dipendenza americana, con i giovani che protestano pacificamente e a ragione, perché temono di non avere un futuro, o perché non stanno vedendo concretizzarsi gli ingenti aiuti ricevuti dall’Unione Europea o perché non vedono avanzare l’Unione Europea come soggetto politico sulla scena mondiale.
Ma dovremmo anche avere il coraggio di dirgli che le armi e i sistemi di difesa servono se vogliamo un’Unione Europea in grado di difendersi dove le armi e i sistemi di difesa non tolgono nulla né alla scuola né alla sanità che già hanno ricevuto lauti finanziamenti dall’Europa, che il nostro Governo ha evidentemente mal gestito. Si tratta solo di scegliere se vogliamo prolungare il periodo di pace che stiamo vivendo da 75 anni in un’Unione Europea culla dei diritti fondamentali di uguaglianza, libertà, democrazia, dignità umana, stato di diritto, rispetto dei diritti umani (compresi i diritti appartenenti alle minoranze) e cittadinanza come stabilito all’articolo 2 del Trattato dell’Unione Europea (TUE) il quale aggiunge anche che questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata da pluralismo, non discriminazione, tolleranza e giustizia, solidarietà e parità tra uomini e donne. Se non capiamo che è fondamentale oggi più che mai sostenere questa Unione Europea, faremo il gioco di coloro che vogliono sfasciarla con il rischio molto concreto di finire vassalli alla corte di Putin o della Cina o degli Stati Uniti che spero recuperino quei valori di democrazia e libertà che sono stati per anni un esempio ma che ora con Trump vengono costantemente e ripetutamente calpestati.



