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di Fabio Maria Ciuffini

Il progetto di demolizione e sostituzione del Curi con un ridondante iperstadio in cui la funzione sportiva resterebbe del tutto minoritaria (forse poco più del 10%, mentre ci sarebbero un albergo, un centro commerciale, uffici ed altro) riporta l’attenzione su uno snodo cruciale dell’assetto urbanistico di Perugia: il Pian Massiano. La realizzazione dell’iperstadio avverrebbe a prescindere dai risultati sportivi della squadra che al momento sono molto grami. Il Curi al contrario fu costruito in un momento di grande ascesa del Perugia che debuttava in serie A.
Teniamo presente, per capirci, che quell’area pianeggiante compresa dentro l’ansa formata dalla linea Foligno Terontola, unitamente al Parco Chico Mendez ed al Parco Campagna lungo il corso della Genna avrebbe potuto, in una visione intensiva dello sviluppo urbano, contenere tutta l’espansione edilizia di Perugia dal dopoguerra ad oggi.
La grande area verde che il PRG del ’62 destinava a verde pubblico e impianti sportivi
Non è stato così perché sessantun anni fa nel ’62, si scelse la linea opposta. E non dovrebbe sfuggire il grande valore di quella scelta: mentre in tutta Italia le città crescevano a macchia d’olio intorno al nucleo originario, qui da noi si lasciava inedificato un grande polmone verde di centinaia di ettari da destinare al tempo libero, agli sport, allo svago, mentre l’espansione della città avrebbe dovuto distribuirsi – come è poi avvenuto – intorno alle tante frazioni dell’immenso territorio perugino, esteso quanto la somma di quello di Milano, Torino, Bologna. Non abbiamo avuto una Perugia 2, per usare un lessico berlusconiano, ma al Pian di Massiano ciò che per New York rappresenta il Central Park: un’area dove nessuno si permetterebbe nemmeno di pensare ad uno sviluppo edilizio di alcun tipo.
Tanto per la storia: è possibile dare un nome a quella scelta ed è quello dell’assessore all’Urbanistica pro tempore Ilvano Rasimelli. Così come è giusto ricordare Mario Serra che lo seguì in quell’incarico e non solo confermò quella destinazione ma riuscì a far mettere in bilancio la somma necessaria all’acquisto di 300 di quegli ettari. Ascrivo a merito della successiva giunta di sinistra di cui ho fatto parte l’avere effettivamente finanziato quell’acquisto e di avere messo in campo l’infrastrutturazione di tutta l’area: il Percorso Verde, la serie di impianti sportivi a carattere dilettantistico, gli spazi di parcheggio e mercatali, lo Stadio Comunale poi chiamato Curi costruito in pochi mesi partendo dal nulla. Un’area viva, frequentata quotidianamente da centinaia di cittadini che divengono migliaia in occasione di grandi eventi, sportivi, fieristici, ludici, politici.
Mi si dice che i propositori dell’iperstadio definiscono l’area di Pian di Massiano un “punto morto” della città. Se così fosse, avrebbero azzeccato dal loro punto di vista la definizione. Per un promotore immobiliare quella è un’area, morta, mortissima, negata ad ogni speculazione. E invece, dal punto di vista degli interessi della città e dei cittadini è bene che resti così, verde, libera e viva . Un fatto comunque è certo: un complesso di quell’entità non potrà mai essere approvato in sé, ma dovrà essere valutato in rapporto al peso che avrà nella futura vita di questa città. In cui, fra l’altro, ci sono ormai tanti vuoti urbani da riutilizzare piuttosto che pensare a consumare nuovo territorio in un’area tanto strategica quanto sensibile. E a chi sostiene, giustamente, che non si può avere uno stadio che si adopra una volta ogni quindici giorni, ma piuttosto un organismo complesso e redditizio capace di avere una utilità ogni giorno della settimana, rispondo che il Curi, progettato più o meno quaranta anni fa sia pure come stadio provvisorio (è vero che in Italia nulla dura di più che le cose provvisorie!) era stato pensato per essere proprio così. Se lo osservate vedrete che esso è predisposto per inserire dei livelli intermedi negli spazi sotto le tribune. Per migliaia di mq di possibili utilizzi compatibili con la funzione sportiva di uno stadio.
Che questa opzione non sia mai stata attivata dovrebbe porre qualche interrogativo: magari il bisogno di quegli spazi non c’era e non c’è. A proposito, una curiosità. Il Curi è la copia esatta del Flaminio a Roma. Ci andammo il Dott. Castellani e il sottoscritto con metro e fettuccia per prenderne le misure e riprodurle qui. E del Flaminio ha la piena visibilità del terreno di gioco.
Tornando alla proposta del nuovo stadio ci sono poi altre cose che danno molto da pensare. La prima: per la comunità perugina quell’opera sarebbe tutt’altro che gratis. Si parla di circa 12 milioni, forse più, senza contare che gli uffici avrebbero un cliente assicurato: il Comune stesso, che dunque dovrebbe assicurare una rendita ai promotori pagando dei fitti per uffici che non è detto siano nel punto giusto. Questo senza considerare il valore delle esternalità negative. La seconda: voi penserete che ci sia già una catena alberghiera e un grande marchio commerciale che fanno parte della cordata. No, prima si costruisce, poi si vedrà se qualcuno si presenterà per comprare. Quali garanzie ci sono, oggi, che le cose andranno veramente così, che le vendite copriranno i costi? Non vorrei sbagliare, ma per il Comune non si tratterebbe della partecipazione ad una sorta di scommessa? Ed infine: per tre anni il Perugia dovrebbe andare a giocare altrove. A Gubbio, a S. Maria degli Angeli? A parte il fatto che tre anni di trasferte obbligatorie sono certamente tanti, che garanzie ci sono che non siano di più? Dunque Perugia perderebbe uno stadio, senza la certezza di averne un altro. Perdere il certo per l’incerto! Sarebbe come scoperchiare una casa senza avere la certezza di potersi pagare un nuovo tetto. E nonostante tutti i dubbi che possono essere sollevati, si chiede la dichiarazione di pubblico interesse (che equivarrebbe ad una variante) prima di avere chiarito fino in fondo la portata e le ricadute sull’intera città dell’operazione. Non si vede quale pubblico interesse possa avere un centro commerciale. Forse che a Perugia mancano? In un raggio di un km dal Curi ce ne sono 4 o 5. E l’albergo? Perché lì?
Ci si potrebbe domandare anche perché in Italia sia esplosa una nuova pandemia: la “stadite”. Rispondo dando voce ad un ipotetico promotore immobiliare. “Vorrei fare un centro commerciale un albergo una clinica (sì, a Terni vogliono fare uno stadio-clinica) e dovrei dunque comprare un’area e soprattutto un’area dove il PRG preveda la possibilità di farli ( il centro commerciale, l’albergo, la clinica). E allora: idea! Li infilo sotto uno stadio e sono a posto. Una specifica legge lo permette. Così il “fine”, lo sport, il calcio, dunque lo stadio, diventa il “mezzo” per veicolare iniziative edilizie sotto le sue gradinate . Non ci dice niente che la proposta di costruire stadi di calcio (Firenze, Venezia) con i fondi del PNRR sia stata rigettata dall’Europa? Qualcuno ha detto. “L’Unione europea conferma quello che tutte le persone di buon senso hanno sempre pensato. Non si possono usare i soldi del PNRR per rifare lo stadio della Fiorentina. I soldi dell’Europa devono andare alle case popolari e alle scuole, non per gli stadi di Serie A”. E’ Renzi che parla, ed è vero che non va più molto di moda, ma in questo caso non riesco proprio a dargli torto.
Ritengo comunque che una proposta del calibro di almeno 70 milioni di euro debba essere affrontata in modo costruttivo. Perché se dovesse cadere da sé, non si accusi nessuno di averla fatta fallire se non la sua eventuale intrinseca debolezza. E il modo per farlo è valutare le possibili alternative, come sarebbe obbligatorio fare per ogni decisione di questa entità. Non si potrebbe

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immaginare, ad esempio, una ristrutturazione del Curi che potrebbe essere fatta per settori senza spostare il terreno di gioco, unitamente ad un potenziamento di tutte le infrastrutture ricreative e sportive esistenti magari aggiungendone di nuove negli spazi ancora non sfruttati? Aggiungendo inoltre funzioni compatibili con quella sportiva nel rispetto della vocazione di grande parco pubblico del Pian di Massiano? O magari verificare se non sia possibile rifare il Curi con un progetto meno ipertrofico che però non richieda lo spostamento del terreno di gioco? Oltre a dare una risposta definitiva per l’utilizzo del vecchio Stadio a S. Giuliana. Questo in una città che ha un Piano Regolatore vecchio di vent’anni che avrebbe bisogno di una rivisitazione generale piuttosto che tante piccole varianti slegate da una visione complessiva del futuro di Perugia e dell’Umbria. Credo dunque, per quel poco che può valere la mia opinione, che sarebbe giusto aprire subito un dibattito serrato sulla proposta, nelle sedi istituzionali, ma anche allargandolo a tutti ed a tutta la città per capire fino in fondo il suo valore, pesandolo in rapporto alle possibili alternative, comunque in una visione complessiva degli interessi di Perugia e dei suoi cittadini.