di Giuseppe Venturi
Le due destre ternane sono ormai al capolinea e quando sgombreranno il campo lasceranno nella città più rovine di quante non ne abbia lasciate la destra regionale a guida leghista che si era raccolta intorno a Donatella Tesei. La risalita non sarà facile perché la città dell’acciaio è reduce da quattro consecutive ubriacature e altrettanti disamoramenti populisti che l’hanno snervata: Cinque Stelle, Lega Salvini, Fratelli d’Italia e Bandecchi. Tutte subitanee esplosioni e altrettanto rapide implosioni che hanno rappresentato altrettante tappe di un processo di avvitamento che ha portato la città ai margini della politica. Si sono così sostituiti al confronto sulle grandi questioni dello sviluppo locale (infrastrutture carenti, costo dell’energia, risanamento ambientale, ruolo europeo dell’acciaieria Arvedi, Università, servizi sociali e sanitari, ospedale, crisi della manifattura, sicurezza, qualità urbana) una serie di specchietti propagandistici per le allodole di cui quello del fantomatico “progetto stadio-clinica” è l’emblema principe (frattanto la Ternana, che Bandecchi aveva utilizzato come cavallo di Troia per introdursi a Terni, è finita in serie D).
In questo marasma, la fase delle giunte Latini e Tesei ha rappresentato un lungo momento di stasi che ha avuto l’unico effetto di dimostrare alla città l’inadeguatezza di quella proposta politica. Tuttavia Latini avrebbe probabilmente potuto competere con possibilità di successo per un secondo mandato a Palazzo Spada se i suoi stessi “sostenitori” non lo avessero pugnalato alle spalle e messo fuori gioco, in un regolamento di conti tutto interno, tra leghisti in declino e meloniani in ascesa, che è all’origine del successivo inglorioso sfaldamento della coalizione di destra (è singolare che ad essere giustiziato dai post-fascisti sia stata una persona come Leonardo Latini, leghista per caso, che in quanto a quarti di nobiltà nostalgica non era certo secondo al Masselli che lo ha fatto fuori).
Il resto è storia recente: il clamoroso crollo nell’urna di Orlando Masselli che ha ingrossato a dismisura la percentuale elettorale di Bandecchi, trasformando le elezioni comunali in una sfida a destra, con la coalizione di centro-sinistra fuori dal ballottaggio. Parte da lì, l’inizio di una diaspora che manda localmente in frantumi la destra collegata al governo Meloni. Masselli finisce tra i seguaci del generale Vannacci, Fratelli d’Italia si frantuma in tre o quattro spezzoni, la Lega sparisce, con il solo Melasecche vigile a Perugia dagli scranni del Consiglio Regionale ma fuori dai giochi locali. Forza Italia, che ha in Parlamento un grosso calibro come il portavoce nazionale del partito e vicecapogruppo alla Camera, Raffaele Nevi, vede l’antagonista interno di Nevi, Francesco Ferranti, imbarcarsi surrettiziamente con Bandecchi, venendo da lui incoronato vice presidente della Provincia ma rimanendo con un piede di qua e uno di là. Un’ambiguità che fa si che in Comune si assista a un paradosso, che ha tutti i caratteri dell’illegittimità: Ferranti è presidente della commissione di controllo e garanzia, carica che compete alle opposizioni, ma vota sistematicamente con la maggioranza e sostiene la giunta del sindaco Bandecchi che, come già ricordato, lo ha voluto suo fedele vice in Provincia.
A questo singolare minestrone politico fa da contraltare una seconda destra, quella bandecchiana, che in realtà non è una coalizione ma una corte, con una sovrano assoluto e indiscutibile, Stefano Bandecchi. Questa corte, con il progredire della consiliatura comunale, si è venuta via via slabbrando e frantumando. I poderosi mezzi economici del capo, che hanno inciso in modo formidabile in questo infradiciamento del quadro politico ternano, il suo piglio autoritario e a tratti violento, la sua assoluta indifferenza per le regole, le garanzie e i conflitti di interesse, l’evidente volontà di fare della carica di sindaco il piedistallo politico di altre ambizioni personali, hanno prodotto un progressivo smottamento, al punto da fargli ormai mancare la maggioranza in Consiglio Comunale. In aggiunta, sul ras dell’Unicusano gravano pesanti nubi giudiziarie: penali, amministrative, contabili e fiscali. Un quadro che non tranquillizza chi, e sono praticamente tutti gli eletti della ex-maggioranza, alla politica e all’amministrazione è arrivato per caso e scopre che potrebbe essere chiamato alla fine a condividere responsabilità pesanti ed inattese.
Le due destre ternane sono in frantumi; i conti, con ogni probabilità, si faranno assai presto, al momento dell’approvazione del bilancio comunale; con l’approdo, altrettanto probabile, al voto insieme alle elezioni politiche o giù di lì. Terni, che ha sperimentato in pochi anni quattro ubriacature e altrettanti disamori, ha bisogno di uscirne, di ritrovare stabilità, di tornare ad essere una città normale, normalmente ben amministrata. Di lasciarsi alle spalle infatuazioni, conflitti di interesse, prepotenze e prevaricazioni, di tornare ad essere la città solida che è sempre stata. Queste due destre hanno clamorosamente fallito, ma non è una garanzia di cambiamento sufficiente, questa, se non si affaccia una alternativa credibile capace di restituire alla città fiducia in una prospettiva, proponendo cose serie, con il linguaggio della verità.



