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di Andrea Mazzoni
Foto ©Mixabest-Wikicommons

Avviso il lettore che per arrivare al punto della presentazione del libro di Giulio Buciuni “Innovatori outsider, nuovi modelli imprenditoriali per il capitalismo italiano” (il Mulino) dovrò fare una serie di premesse di carattere generale.

Finalmente possiamo prendere atto che la re-industrializzazione non è un fatto economico, ma un atto di potere. Lo dimostra il dibattito negli Stati Uniti, dove Donald Trump – in un editoriale sul Wall Street Journal – rivendica dazi, investimenti pubblici e protezionismo selettivo come strumenti per ricostruire la base industriale americana. Non solo nostalgia manifatturiera, ma strategia geopolitica: lo Stato usato come leva industriale in un contesto di competizione sistemica con la Cina. L’intervento della Corte Suprema nulla sposta rispetto a questa traiettoria, su cui batte forte la propaganda Maga, salvo ribadire i provvidenziali checks and balances del sistema americano.

Durante molti decenni Washington ha accettato di sacrificare parti della propria industria per mantenere il ruolo di importatore di ultima istanza, sostenendo la centralità del dollaro. Oggi quel modello mostra crepe evidenti, su tutte un deficit commerciale e di bilancio insostenibile, dipendenza da filiere esterne sulle materie prime, vulnerabilità tecnologica. La risposta americana è un modello aggressivo di “capitalismo politico”: tariffe, incentivi, controllo delle catene del valore, grandi investimenti in settori strategici come difesa, semiconduttori, automotive, farmaceutica. Chiaramente l’obiettivo dell’impero non è il riequilibrio dei conti, bensì frenare un declino che è prima demografico e industriale e poi attiene alla potenza.

In Europa, e ancor più in Italia, la re-industrializzazione è invece spesso evocata come formula salvifica, una scorciatoia per tornare a un passato che tendenzialmente non esiste più. Si parla di fabbriche da riportare “a casa”, di capannoni da riempire, di aree industriali da rigenerare. Qualcuno, oggettivamente sprovveduto, pensa che ciò possa addirittura accadere grazie a bandi e incentivi

Innanzitutto nel 2026 nessuno ambisce più a lavorare al tornio. Basta fare un rapido sondaggio in famiglia. E’ cambiato l’orizzonte delle aspirazioni, il lavoro manuale è per lo più percepito come estraneo al tempo presente. L’economia della conoscenza, la platformization e la retorica del successo facile hanno costruito un immaginario incompatibile con la manifattura tradizionale. Fattore generazionale, una diversa concezione del lavoro, carichi di aspettative che contribuiscono a innalzare barriere emotive rispetto a settori tradizionali che, un tempo, erano punto d’arrivo per i nostri nonni o genitori.
Intanto questo, per non sfuggire a un piano di realtà, e poi i tre nodi strutturali, demografia, innovazione e capitale che rendono, oggi, qualsiasi ipotesi di re-industrializzazione una chimera alle nostre geografie.

L’Italia è il Paese più vecchio d’Europa, con una popolazione in calo di 150–180 mila unità l’anno e una forte emorragia di giovani. Il nostro paese esprime parossisticamente una parabola che contiene tutto ciò che ci ostiniamo a chiamare Occidente, che fra 50 anni sarà il 10% dell’umanità. Senza immigrazione qualificata e un nuovo modello di integrazione, qualsiasi politica industriale è velleitaria: mancano le persone prima ancora delle fabbriche.

Il secondo nodo è l’innovazione e un progresso profondamente diseguale, che esclude le province del mondo, all’interno di un processo di crescente urbanizzazione (il 70% dell’umanità entro il 2050 vivrà in aree urbane). In Europa i campioni tecnologici si concentrano in pochi poli urbani – Parigi, Londra, Monaco, Stoccolma – dove ricerca, capitale e industria convivono. In Italia l’ecosistema si riduce a Milano e a una parte dell’Emilia. Il resto del Paese resta ai margini delle catene globali del valore, con bassa produttività, salari stagnanti e fuga di talenti. Questa è la realtà che ci squaderna Buciuni che presenta senza mezzi termini il ciclo concluso del sistema industriale italiano.

Il terzo nodo è il capitale. Nonostante una crescita del venture capital nel 2025, l’Italia resta molto indietro rispetto alla media europea, con i poli più virtuosi molto distanti e una crescita significativa di grandi città dell’est Europa (Praga, Kyev, Varsavia). Soprattutto manca capitale paziente, un paradosso in un paese dall’enorme risparmio privato. I fondi pensione investono meno dello 0,3% in venture capital. Una riallocazione più ambiziosa potrebbe mobilitare miliardi, ma senza questo salto il rischio è chiaro. Pochissimi campioni, i cui processi a maggior valore aggiunto sono dislocati dalla produzione, per sviluppare buone tecnologie, che se va bene sono destinate a essere acquistate da altri.

In sintesi, la re-industrializzazione europea, alle condizioni attuali, è più uno slogan che una strategia. Senza affrontare insieme demografia, filiere, innovazione e capitale, parlare di “ritorno delle fabbriche” significa ignorare la realtà strutturale dell’economia globale. E restare, ancora una volta, fuori dalla partita.

Dopo aver passato in rassegna tutto il pessimismo possibile, vediamo alcune possibili ricette su breve-medio-lungo termine.

Breve termine

Una possibilità intermedia, meno romantica e più pragmatica è quella avanzata da Giulio Buciuni, cervello in fuga recentemente ospite del Partito Democratico dell’Umbria per la seconda parte dell’iniziativa “Umbria Terra di mezzo – Identità e innovazione per un nuovo modello di sviluppo sostenibile”. Start-up plug-in, così le chiama il Prof. Buciuni in “Innovatori outsider” che segue “Periferie competitive”, per definire quegli operatori economici che devono agire sulle periferie dello sviluppo italiano, per innestarsi nella tradizionale manifattura e scuoterla dalla stagnazione in cui è sprofondata. Upgradare, in sostanza, un tessuto senza linfa, scarsamente produttivo e lontano dall’innovazione. L’idea è quella di costruire Start-up che lavorano sulle funzioni a maggior valore aggiunto e che non siano aliene rispetto ai territori che le ospitano. Plug-in per renderle competitive e valorizzare funzioni e know-how della provincia. Innovazione che innestano efficienza, automazione, servizi avanzati su economie locali che non reggono più.

Un bagno di realismo, quello di Buciuni, per combinare i fattori e integrare l’innovazione nelle geografie remote dello sviluppo, realizzando ecosistemi ibridi ad alta produttività, che si organizzano intorno a filiere o prodotti o nuovi modelli di business.

Medio termine

Nel medio periodo, più che slogan, servono modelli. Non formule astratte, ma architetture di sviluppo capaci di tenere insieme tecnologia, territorio e filiere produttive. In questa direzione si colloca la proposta di un Ecosistema Umbro per la Robotica Bionica, avanzata nell’episodio zero di Raskol’, newsletter di analisi strategica pubblicata su Substack.

L’idea di fondo è semplice e ambiziosa: l’Umbria deve tornare a pensarsi grande, non in termini dimensionali ma strategici. I cambiamenti in atto nel lavoro, nel digitale e nell’organizzazione della produzione aprono una finestra storica anche per territori oggi marginalizzati. L’Umbria può offrire ciò che molti grandi player globali cercano sempre più spesso: qualità della vita, tempo, stabilità sociale, contesti umani in cui conciliare produttività e senso. Qui il paesaggio non è un vincolo allo sviluppo, ma può diventarne parte integrante.

Un segnale forte in questa direzione è arrivato dal CES di Las Vegas, dove Generative Bionics, spin-off dell’Istituto Italiano di Tecnologia, ha presentato il prototipo di robot umanoide Gene 0.1 davanti ai vertici di Nvidia e AMD. Non solo un successo simbolico: è l’indicazione di un cambio di fase. L’intelligenza artificiale sta entrando nel mondo fisico — robotica, manifattura, hardware — ed è proprio in questo spazio che Europa e Italia possono ancora giocare un ruolo, facendo leva sul proprio know-how industriale.

In questo scenario, l’Umbria appare un terreno sorprendentemente adatto. Oggi è una “provincia nella provincia”, ma conserva una densità significativa di PMI della meccanica di precisione, dall’acciaio di Terni alla meccanica della Valle Umbra. Il punto non è chiedere alle imprese di cambiare mestiere, ma di diventare fornitori strategici di nuovi campioni tecnologici, risalendo gli anelli più forti delle catene globali del valore.

Da qui la proposta di UMBROTICS: un ecosistema regionale per la robotica bionica fondato su robot industriali ad alto valore aggiunto, componentistica meccanica avanzata, integrazione di physical AI, design e ricerca, con il coinvolgimento dell’Università di Perugia. La leva non è la singola azienda, ma la filiera: condivisione di ricerca e sviluppo, competenze, living lab (anche attraverso il recupero di siti industriali dismessi) dove testare tecnologie direttamente sulle linee produttive.

Aggregazione, integrazione, diversificazione: è questa l’unica traiettoria credibile per aumentare la produttività, contrastare il declino demografico che presto colpirà anche la capacità industriale, trattenere e richiamare talenti. Un modello possibile per l’Umbria e, forse, un laboratorio replicabile per altri territori di mezzo italiani. Nei momenti straordinari, servono azioni straordinarie.

Lungo termine

Come disse Keynes, nel lungo termine siamo tutti morti. Fuor di battuta, nel lungo termine la risposta è LA PIENA AUTOMAZIONE.

Un passo indietro. La storia dell’uomo è costellata di accidenti, catastrofi, problemi apparentemente insormontabili. Nel 1894 il New York Times titolava, disperato, che Londra e New York nel giro di pochi anni sarebbero state sommerse dal letame. “La crisi del letame” era un circolo vizioso causato dagli escrementi dei cavalli che trainavano le carrozze e le carrozze deputate alla rimozione del letame erano trainate da altri cavalli che a loro volta producevano nuovi escrementi. Arrivò il motore a scoppio, e la crisi scomparve, insieme a milioni di stalle. Le teorie malthusiane che prevedevano una Terra incapace di sostenere più di 4,5 miliardi di persone: oggi siamo oltre gli 8 miliardi, e viviamo mediamente meglio, più a lungo e più sani. La Cina è stata in grado di sfamare milioni di persone grazie all’agricoltura intensiva, con tecniche più sofisticate e macchinari moderni. Tutto ciò è stato possibile non grazie alle decrescite felici, ma con il progresso, l’innovazione, l’aumento della produttività.

Eppure, ancora oggi, sopravvivono narrazioni apocalittiche e riflessi luddisti: la paura per un futuro che non riusciamo a immaginare, che l’avanzamento esponenziale della tecnologia travolga tutto, fino a sostituirci nelle nostre funzioni minime, o a distruggerci. Razionalmente parlando, la piena occupazione è una chimera, già da qualche tempo. Stiamo provando a fermare una valanga a mani nude, senza guanti. Dobbiamo avere il coraggio di dire che il lavoro come principale fonte di reddito e identità è un modello forse destinato a finire. Mai come oggi potremmo disporre di soluzioni tecnologiche e piegarle ai bisogni dell’uomo, per ridisegnare l’impresa, il lavoro e il nostro stile di vita, per il superamento dell’attuale modo di produzione.

Robotica, intelligenza artificiale, sistemi autonomi. Se mancano i lavoratori, uso le macchine. Di più, apro fabbriche di robot che costruiscono altri robot. Ora sì che re-industrializzo a partire dai settori strategici per il paese. Un investimento pubblico massiccio per la piena automazione, per finanziare lo sviluppo, la realizzazione e l’acquisto di umanoidi. Una politica industriale intorno alla robotizzazione di tutti i processi produttivi. La macchina può fare meglio e più in fretta. Sostituiamo forza lavoro dove serve, perseguiamo la piena automazione e distribuiamo gli extra-profitti generati da costi di produzione inferiori e un aumento esponenziale di produttività per finanziare nuove forme di reddito di base, universali, non condizionate al lavoro e per garantire la tenuta del welfare.

L’obiettivo non è togliere senso alla fatica umana, ma trasformare il lavoro in una scelta, libera. Accelerare oggi significa scegliere un futuro nuovo, con un orizzonte di progresso per la nostra specie.

Fine delle illusioni

La re-industrializzazione, così come viene raccontata oggi, è un mito rassicurante. Serve a non prendere decisioni. Serve a non scegliere. Serve a non dire la verità, cioè che non torneremo a essere un Paese industriale diffuso, perché non abbiamo più né la popolazione necessaria né un sostrato economico-finanziario adeguato. Peraltro, al momento, qualsiasi tentativo di re-industrializzazione necessita di una scala perlomeno europea, dove vi sono interessi e visioni contrapposte, dal tech, all’energia, alla difesa.

Possiamo però decidere come affrontare questa trappola. Da un lato continuare a ingannarci, promettendo fabbriche piene di giovani operai e risvegliarci un bel giorno tra le macerie. Dall’altro cambiare tutto, fare scelte radicali, elaborare inedite strategie di rilancio che combinino politiche serie per trattenere talenti, attrarne degli altri, assieme a un grande piano per l’automazione della produzione. Vale la pena tentare, se abbiamo a cuore le nostre radici e la civiltà europea. Vale la pena provarci, se vogliamo avere un posto nel secolo prossimo. In barba a Keynes.

La re-industrializzazione funziona solo se è parte di una strategia lunga, se sta dentro una missione, almeno secolare, di difesa e rilancio di territori e di identità. Tutto il resto è marketing politico. E la storia, come sempre, non perdona chi confonde la tattica con la strategia. In questo salto d’epoca è chiaro che tutto ciò che avevamo imparato, tutto ciò in cui credevamo ciecamente, non esiste più. La globalizzazione regolata dalla razionalità degli agenti economici ed eterodiretta dai poteri finanziari mostra, plasticamente, vincoli scandalosi.