di Emanuele Montelione
Poco prima della fine dello scorso anno, Unioncamere ha reso noti i risultati di una propria elaborazione sui depositi di brevetti europei da parte delle imprese italiane, da cui emerge un calo nel 2024 rispetto all’anno precedente (2023), sulla base dei dati dell’Ufficio Europeo dei Brevetti (EPO).
La notizia del calo dei brevetti europei è stata ampiamente riportata come sintomatica di una debolezza strutturale dell’economia italiana, letta in chiave di ridotta capacità innovativa rispetto alle economie degli altri Paesi avanzati.
Il numero di brevetti è, infatti, comunemente considerato uno degli indicatori dell’innovazione tecnologica, che a sua volta viene spesso assunto come cosiddetto “proxy” della capacità competitiva e della redditività delle imprese.
In Umbria, il dato relativo al calo dei brevetti europei nel 2024 ha suscitato un’attenzione ancora maggiore per almeno due ragioni.
In primo luogo, l’Umbria risulta collocarsi tra le regioni con le peggiori performance a livello nazionale in termini di domande di brevetto europeo.
In secondo luogo, tale notizia si inserisce in un quadro già delineato da analisi precedenti, in particolare da studi e relazioni della Banca d’Italia, che negli ultimi anni hanno evidenziato una limitata propensione all’innovazione del tessuto produttivo umbro, anche in relazione alla dimensione media delle imprese e alla loro specializzazione settoriale.
Il dato Unioncamere è stato quindi interpretato, nel dibattito pubblico regionale, come una conferma di una (apparente) scarsa attitudine delle imprese umbre a innovare.
Salvo miei pregiudizi, mi è parso tuttavia che i commenti finora emersi sul rapporto Unioncamere – così come su quello della Banca d’Italia – non abbiano introdotto elementi di reale novità, ma abbiano insistito su un argomento già noto: la difficoltà del sistema umbro nel “fare sistema” e nel valorizzare, o rendere effettivamente utilizzabili sul mercato, le innovazioni sviluppate dagli enti di ricerca con sede in Umbria.
Da tali interventi sembrerebbe emergere l’idea che un miglioramento della cosiddetta “cinghia di trasmissione” tra università e imprese sarebbe sufficiente a produrre effetti significativi in termini di innovazione tecnologica e di maggiore redditività delle imprese, anche a livello regionale.
Vorrei provare a fornire qualche dato tecnico e avanzare una proposta disruptive.
In primo luogo, il dato relativo al minor numero di brevetti europei depositati da imprese umbre può risultare, almeno in parte, fuorviante. È noto infatti che, in passato, i brevetti italiani non erano sottoposti a un esame sostanziale di merito sullo stato della tecnica. Oggi, invece, la procedura di concessione del brevetto italiano prevede un parere di brevettabilità espresso dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, con il supporto dell’Ufficio Europeo dei Brevetti, ossia la stessa autorità che esamina e concede i brevetti europei.
In tale contesto, il brevetto italiano – in alternativa al brevetto europeo – rimane spesso l’opzione più razionale per le imprese che hanno nel mercato nazionale il proprio principale sbocco commerciale o che non sono in grado di sostenere, o non intendono sostenere, i costi elevati legati alla gestione e all’eventuale contenzioso di titoli brevettuali su scala europea.
Il fatto che poche imprese umbre si rivolgano all’Ufficio Europeo dei Brevetti non implica necessariamente che esse non innovino; è possibile che si avvalgano prevalentemente di brevetti italiani o che optino per altre forme di tutela della proprietà intellettuale, quali i disegni e modelli o la protezione del know-how e dei segreti industriali. Del resto, lo stesso Ufficio Europeo dei Brevetti, insieme all’EUIPO (l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale, competente in materia di marchi e disegni), ha promosso studi empirici – tra cui il rapporto congiunto EPO–EUIPO sulle imprese ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale – che non prendono in considerazione esclusivamente le imprese che depositano brevetti, ma quelle che fanno un uso significativo e combinato di diversi titoli di proprietà intellettuale (appunto i marchi, il design, il know-how, il diritto d’autore…).
Se si guarda alle principali imprese umbre, può darsi che non siano immediatamente noti i brevetti di cui esse dispongono (ammesso che ne abbiano), ma sono certamente ben conosciuti i loro marchi e, in taluni casi, il design che caratterizza le loro produzioni. Prima di affermare che “le imprese umbre non brevettano”, sarebbe quindi opportuno integrare tale affermazione considerando l’insieme degli strumenti di proprietà intellettuale utilizzati, che – anche perché più accessibili rispetto al brevetto europeo – risultano spesso più adeguati alle dimensioni e alle caratteristiche dell’impresa umbra.
Chi invece sembra brevettare poco è l’università (entrambe le università umbre), così come appare limitato il numero di spin-off accademici nati e, soprattutto, sopravvissuti nel tempo sul territorio regionale. Avrei piacere di essere smentito, ma ritengo che l’eventuale scarsa brevettazione universitaria non possa essere valutata con la stessa indulgenza con cui si può guardare alla propensione alla brevettazione, in senso lato, delle imprese umbre, poiché l’università ha istituzionalmente tra le proprie funzioni fondamentali quella della ricerca.
Un confronto pubblico su questo tema sarebbe auspicabile.
Se, ad esempio, la ridotta brevettazione universitaria dipendesse dalla debole organizzazione della cosiddetta “terza missione” (accanto a didattica e ricerca) nelle università umbre, sarebbe opportuno che ciò emergesse chiaramente nel dibattito. Se, invece, essa fosse riconducibile alla concentrazione di risorse e attenzione sugli adempimenti legati al PNRR, sarebbe altrettanto utile discuterne apertamente, anche alla luce dei risultati effettivamente conseguiti sul territorio. Non sembra, infatti, che le imprese umbre abbiano beneficiato in modo significativo delle opportunità del PNRR in termini di innovazione brevettabile, laddove esse hanno continuato a proteggere le proprie innovazioni nei limiti e con gli strumenti a loro accessibili. Il discorso potrebbe inoltre estendersi al ruolo delle fondazioni bancarie operanti in Umbria, che negli anni hanno finanziato assegni e progetti di ricerca all’interno delle università. È lecito chiedersi se da tali progetti non siano scaturite innovazioni suscettibili di protezione brevettuale.
Se la “cinghia di trasmissione” tra università e imprese non funziona, forse il primo interlocutore a cui chiedere conto delle ragioni di tale inefficienza è proprio l’università.
Quanto a una proposta concreta, ritengo che si dovrebbe muovere da un principio in parte opposto rispetto a quello che ha ispirato finora l’erogazione di risorse pubbliche (o di origine bancaria) per l’innovazione, puntando sulla creazione di soggetti – eventualmente anche pubblico-privati – con obiettivi chiari e misurabili, come consorzi strutturati.
Mi riferisco, in particolare, alla creazione di indicazioni geografiche nel settore industriale o artigianale. È infatti recente l’introduzione, a livello europeo, della possibilità di registrare indicazioni geografiche anche per prodotti dell’artigianato e dell’industria, sul modello di quanto già avviene per vini, oli e prodotti alimentari.
In Umbria non mancherebbero settori industriali e artigianali fortemente legati ai toponimi e alla reputazione territoriale: si pensi alla maglieria, al cioccolato, alla ceramica. Sul versante industriale, potrebbero inoltre individuarsi ambiti quali la refrigerazione, l’automotive o l’aerospazio. Una simile “cinghia di trasmissione” territoriale potrebbe contribuire a evitare esiti analoghi a quelli che rischiano di verificarsi a Fabriano, qualora la dismissione delle cartiere da parte dell’unico grande operatore industriale dovesse divenire definitiva.
Viene allora spontaneo chiedersi: finirebbe il cioccolato a marchio Perugina se Nestlé decidesse di dismettere il marchio Perugina? Le DOP e le IGP artigianali e industriali potrebbero essere uno strumento di salvaguardia e di ulteriore sviluppo.
Le università potrebbero contribuire molto in tal senso.



