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di Sud
Foto ©Alessandro Vecchi

Si è scritto molto sul rapporto di Friedrich Nietzsche con Genova. E non poteva essere altrimenti, viste le decine di riflessioni che il filosofo dedicò alla città e ai suoi abitanti. Vi soggiornò a più riprese tra il 1876 e il 1888, l’anno che precedette l’inizio della sua follia, manifestatasi a Torino. A Genova, «la città meno moderna che io conosca e che al tempo stesso scoppia di vitalità», Nietzsche scrisse le sue opere meno “distruttive” e pessimistiche.

Così la descriveva, ad esempio, in un capitoletto della Gaia scienza: «Genova. Mi son guardato per un bel pezzo questa città […] disseminata di simulacri di uomini arditi e signori di sé. Essi hanno vissuto e hanno voluto continuare a vivere: questo mi dicono con le loro case edificate e abbellite per i secoli e non per l’ora fuggitiva: si sentivano ben disposti verso la vita, per quanto malvagi potessero essere stati con sé stessi».

Oltre ai vicoli, alle case e agli abitanti, i quali «nella loro sete di cose nuove, instaurarono un modo nuovo accanto all’antico», Nietzsche apprezzava anche la cucina di Genova, come scrisse alle sorelle Franziska ed Elisabeth il 6 aprile 1881: «La cucina genovese è fatta per me. Lo credereste che da 5 mesi ormai ho mangiato trippa quasi ogni giorno? Tra tutte le carni è la più digeribile e la più leggera, e costa meno».

Che cosa aggiungere a questa esattissima analisi nutrizionistica ed economica? Niente; se non la ricetta. A Genova (ma anche a Napoli) la trippa si serve all’insalata, con olio, limone, sale e pepe. Ma a marzo, mese di passaggio, che non sopporta più le carni grasse e non è ancora pronto per le pietanze fredde, la serviremo alla romana, cotta a lungo in umido in una buona passata di pomodoro, condita con pecorino e abbondante mentuccia.