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di Porzia Corradi

Se vai negli States non puoi fare a meno di notarlo: gli americani parlano di soldi più di noi. E non hanno la nostra ritrosia nel dire quanti ne guadagnano e nemmeno nel chiederti i tuoi introiti. E’per questo forse che la rivista Forbes ha tanto successo con quelle sue classifiche sui più ricchi. Ormai questa mania di fare del proprio e dell’altrui danaro un ricorrente oggetto di conversazione, ha contagiato tutti. E ogni anno i paperoni del mondo – che lo vogliano o no – finiscono sulle prime pagine dei giornali in ordine di guadagni.

Chi prenderà il 25% di Colacem? Cucinelli si ritira Vacchi continua

In Umbria questa moda ha stentato a diffondersi. Sarà che è la terra del santo della povertà?  Eppure, almeno in parte, il contagio è arrivato anche da noi. E di recente c’è chi va a spulciare le classifiche di Forbes  per vedere come se la passano i nostri corregionali. Per consegnare la palma dell’umbro più ricco non c’era bisogno di frugare in una rivista specializzata, è intuitivo: si tratta di Brunello Cucinelli che, a livello nazionale, è ai primissimi posti del settore del lusso. In passato il campione è stato sempre Giorgio Armani. Ma, dopo la sua morte, la proprietà è stata divisa in 5 parti. Tutti gli eredi sono diventati miliardari, ma ciascuno di loro non è più nel ristretto gruppo di testa. Altri paperoni del made in Italy di altissimo lignaggio hanno finito col vendere a stranieri, e sono scomparsi dalla classifica. E’ così che Il re del cachemire si è trovato con i suoi 4,2 miliardi di patrimonio piazzato subito dopo Miuccia Prada (4,9 miliardi) e Renzo Rosso (4,3 miliardi), fondatore del marchio Diesel.

La classifica mondiale degli imprenditori  colloca Cucinelli oltre l’ottocentesimo gradino e a livello nazionale intorno al venticinquesimo. Il campione italiano di ricchezza è da anni Ferrero, il re del cioccolato.

Scendiamo di rango e guardiamo solo all’Umbria. Qui, nel settore del lusso, a notevole distanza dal re del cachemire viene Spagnoli con 123 milioni di fatturato, ma, attenzione, la storica griffe perugina fa registrare una perdita d’esercizio intorno ai 5 milioni. Al terzo posto c’è Fabiana Filippi (53milioni), anche lei però ha un segno meno rispetto all’anno precedente. La moda – come è noto – negli ultimi due anni è andata un po’ meno bene del solito, ma il problema non ha nemmeno sfiorato Solomeo.

Se sul piano dei bilanci aziendali, il 2025 è stato per Cucinelli un anno eccellente, non si può dire la stessa cosa per quanto riguarda la Borsa e l’immagine. A Piazza Affari il titolo ha oscillato parecchio come stesse su un ottovolante. Niente di grave e tantomeno di irreparabile, ma nemmeno un trionfo continuo come negli anni precedenti.

Solomeo produce abiti, giacche, cappotti, maglie e accessori di vario tipo e di grandissima qualità e eleganza. Questa caratteristica non è stata mai messa in discussione. Qualche colpo invece l’ha preso la mitologia del “capitalista umanista”. Gli attacchi provenienti da Morpheus e di recente da Dagospia e da Selvaggia Lucarelli hanno avuto un qualche peso. Tanto è vero che c’è chi pensa che questa sia fra le ragioni del ritiro di Solomeo dal business Colacem: sottrarsi cioè alle malelingue che vorrebbero dimostrare come il “visionario garbato” predichi bene e razzoli male. La fama di cui gode Cucinelli sul piano dell’immagine è molto importante e va preservata facendo anche qualche passo indietro. Conta infatti più della stessa qualità dei prodotti.

Perché sono partite tante frecce avvelenate? C’è una mano che le ha pilotate? Oppure è del tutto normale: quando diventi molto importante ingeneri invidia?  A pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina, avrebbe risposto Andreotti. E’ la natura umana, bellezza.