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In Umbria si sta presentando in modo molto serio il problema dell’impatto, talora disastroso, dell’eolico e del fotovoltaico sul paesaggio. Fabio Maria Ciuffini illustra con questo e con altri articoli successivi le nuove tecnologie – alcune già in funzione, altre ancora allo studio- che riescono a ridurre il danno. Nell’articolo che segue ci sono elaborazioni fotografiche che rendono visibile come cambierebbe San Sisto con il nuovo fotovoltaico sui tetti e le tecniche per rendere meno visibili le pale eoliche.

di Fabio Maria Ciuffini

Due notizie quasi in contemporanea riguardanti l’energia.

L’U.E. concede all’Italia margini di bilancio aggiuntivi, fino a circa 14 miliardi in tre anni, per investimenti capaci di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili usando energie rinnovabili. Nello stesso tempo la Camera approva la legge delega per il ritorno al nucleare, ora attesa al Senato. Una tecnologia che usa come combustibile l’uranio, disponibile in quantità limitata, dunque non rinnovabile.

Non ho nulla di ideologico contro il nucleare. I reattori a fissione me li mettano pure sotto il letto, purché intrinsecamente sicuri e senza scorie pericolose. Che è anche quello che promettono quelli a fusione. Nessun problema, niente scorie, energia illimitata. Allora non è meglio aspettare la fusione, il Sole qui in terra? Ma tanti scienziati dicono: la fusione? L’energia del futuro! E lo sarà sempre!

Dunque, lasciata anche la fusione nel novero delle più rosee speranze, oggi la domanda vera è: nucleare o rinnovabili? Qualcuno potrebbe dire: è un falso problema. Facciamole tutte e due. E no! Che senso ha oggi, sotto il profilo programmatico, impegnare il Paese in uno scontro sull’uso del nucleare? È come trovarsi davanti a un bivio e pretendere di imboccare entrambe le strade nello stesso momento. No, non si può: ce lo nega il fattore tempo.

Infatti, lasciando da parte il terzo referendum che potrebbe andare come i primi due – 1987 e 2011, niente nucleare – ci vorrebbero almeno dieci anni, per mettere in funzione una nuova centrale in territorio italiano. Ed è una valutazione molto ottimistica, molti dicono il doppio e con ragione.

Di più, il nucleare divide il Paese e divide anche gli stessi schieramenti. Una parte non irrilevante del centrodestra voterebbe NO, mentre una parte del centrosinistra voterebbe . Proprio per questo sarebbe un errore l’ennesima guerra di religione. Meglio non spaccare il Paese su una tecnologia che, nella migliore delle ipotesi, darà risultati fra quindici o vent’anni ed invece concentrare subito energie, denaro e intelligenza sulle rinnovabili, le uniche oggi disponibili per soddisfare l’obiettivo della decarbonizzazione entro il più breve tempo possibile. Infatti, ogni giorno che passa c’è qualche evento climatico straordinario che ci dice che forse dovremmo al più presto smettere di bruciare combustibili fossili. E non solo quelli necessari a produrre elettricità.

Ci sono in più i trasporti che sono già un terzo dei consumi finali energetici, tutti da elettrificare. Ed anche, in futuro, i Data center per l’AI se – come auspicano sia Draghi che Panetta – l’Italia e l’Europa decideranno di affrancarsi dalla dipendenza USA o Cinese. Dunque, se vorremo viaggiare in elettrico e farci l’intelligenza artificiale in casa dovremo fare un passo ancora più lungo per cercare alternative energetiche disponibili nell’immediato.

Se poi fra quindici o vent’anni arriveranno reattori a fissione avanzati sicuri, di IV generazione o addirittura a fusione, tanto meglio.

Le valuteremo allora sulla base dei fatti e non delle promesse.

Impegnare oggi il Paese con il nucleare sarebbe una scelta unilaterale che produrrebbe i suoi primi effetti solo fra uno o due decenni e ridurrebbe il grande impegno collettivo a favore di una corsa alle rinnovabili che andrà ben oltre i 14 miliardi concessi dall’U.E.

E allora difronte all’emergenza energetica e climatica, che aspettiamo?  Non andiamo a cercar farfalle nucleari sotto l’arco di Tito! Avanti con le rinnovabili e a spron battuto….

In poco più di dieci anni potremmo rendere inutili, “ultronei” come si dice in parlamentarese, i reattori a fissione e lasciare la fusione al futuro.

Già che aspettiamo?

Intanto che si sblocchino i 1700 grandi progetti di energia rinnovabile oggi fermi. Fermi per problemi autorizzativi di tipo burocratico, ma anche – e soprattutto – per sacrosanti motivi di tutela ambientale e paesaggistica.

Dunque, sarebbe bene fare subito un triage che escluda quelli certamente inaccettabili e velocizzi gli altri.

Però anche se, Dio non voglia, li approvassimo tutti domani quei progetti, quanta energia produrrebbero?

Considerando una produzione media – il vento non soffia sempre e il sole riposa la notte e parecchio in inverno – quanta?

Una decina di Gigawatt?

Ora consentitemi una digressione. Se parliamo di Watt e Kilowatt siamo nel sicuro: Watt evoca lampadine e Kilowatt la bolletta. Ma appena i giornali o la TV parlano di Megawatt (MW), Gigawatt (GW), Terawatt  tutto cambia. Che vorrà dire?

Io propongo una scala più intuitiva: un treno per il Megawatt, una Roma per il Gigawatt, una Lombardia per il terawatt. Cioè la potenza necessaria rispettivamente a muovere un treno, alimentare il fabbisogno di Roma o quello della Lombardia.

Ed ora andiamo avanti in scala Ciuffini. Se realizzassimo tutti i progetti fermi avremmo 10 Rome di potenza media realmente produttiva, ma se almeno il 50% – stima probabile – andassero escluse dal triage rapido da me proposto, saremmo a 5 Rome.

E in Italia, per far pari con i bisogni attuali e tener testa a quelli futuri, servono ancora, stiamo sempre ragionando in termini di ordini di grandezza, almeno una trentina di Rome per sostituire la produzione da combustibili fossili.

Un obiettivo raggiungibile, ma da quel che risulta, superiore alla disponibilità di Imprese private a investire in rinnovabili.

Forse dovremmo dunque passare dalla logica del si può fare a quella del si deve fare. Tornare al principio su cui fu costituita l’ENEL, senza ovviamente tarpare le ali ai privati. Considerare la produzione di energia come un servizio: come fare una ferrovia.

E non avremmo deficit da accollare a nessuno: produrre energia elettrica da rinnovabili conviene. Ripaga i costi di costruzione e di gestione e ci si guadagna pure parecchio.

Però anche se tornassimo in logica ENEL, siamo sicuri che potremmo farcela a risolvere i problemi posti dalla scarsità di suolo disponibile e risolvere l’impatto visivo prodotto da campi fotovoltaici e parchi eolici sull’ambiente e soprattutto sui paesaggi italiani?

È una domanda che ci dobbiamo porre senza scorciatoie e senza pregiudizi.

E qui conviene separare il fotovoltaico dall’eolico.

Per il fotovoltaico il problema della scarsità di suolo può essere risolto utilizzando quello già impegnato: parcheggi, vecchie cave, tratti stradali dismessi, tracciati ferroviari, altri terreni abbandonati e comunque sottratti all’agricoltura.   

E poi ci sono i tetti di case e capannoni. L’Enea ha calcolato che coprendo di pannelli solo il 30% delle coperture italiane si coprirebbe l’intero fabbisogno elettrico domestico. Diciamo dieci Rome.

Quindi potremmo tranquillamente escludere tutti i tetti dei centri storici e quelli che non potessero sopportare nemmeno il minimo sovraccarico dovuto ai pannelli. E poi, se ci spaventasse quel funereo loro colore, potremmo rinunciare ad una piccola parte del rendimento fotovoltaico e farli del classico “color tetto”. Vediamo: ecco una parte del quartiere S. Sisto – Perugia, prima e dopo la cura.

Decidete voi se la cosa può essere accettabile. A me lo sembra.

Fra l’altro il rendimento dei pannelli è in continua ascesa e potremmo compensare alla svelta quello che si perde per soddisfare l’”armocromatica”.   

Poi ci sarebbero i tanti problemi per mettere in rete quell’energia, ma non siamo a quel livello di approfondimento.

Ed ora arriviamo all’eolico. E qui, avrebbero detto i miei nonni, casca l’asino. Perché è vero che l’eolico non consuma suolo – i parchi eolici ammettono la coltura del sedime con qualche limitazione – ma il loro impatto visivo è spesso devastante. “Massacrante” in certi casi, come ci ha già spiegato qui Giampiero Rasimelli. Le moderne pale sono alte ormai sui 250 metri ed hanno rotori di 100 – 150 metri. Dunque, la punta del rotore sfiorerà i 300 metri.  Questo significa che in pianura saranno visibili a decine di Km di lontananza e sui crinali praticamente dappertutto. E poi le pale eoliche potrebbero incrociare le “viste”,

come le chiamano le sopraintendenze. Viste di Venezia, Roma o Assisi Perugia e Orvieto. E vediamo come la pensa la gente sull’eolico, in attesa di sondaggi che si stanno conducendo.

C’è qualcuno, ne conosco alcuni esemplari, che accetta le pale tout court. Gli piacciono. C’è però chi le giudica “orrende”: per esempio Trump, ma certamente non solo. E non siamo nemmeno in Texas.

Ce ne sono altri che sono disponibili ad accettare una compromissione del paesaggio pur di avere energia disponibile, ed infine ci sono tanti comitati del NO alle Pale e 150 comuni italiani – sia di destra che di sinistra, l’avversione alle pale non conosce partiti – si sono uniti per frenare l’installazione di impianti eolici, chiedendo una nuova norma nazionale che ne limiti l’installazione se non in aree circoscritte da individuare insieme ai sindaci.

Allora rinunciamo all’eolico? No, senza l’eolico le rinnovabili sono zoppe. Fotovoltaico ed eolico sono complementari. Il sole splende ma non di notte e d’inverno le notti sono sempre più lunghe e il sole illumina con angoli meno diretti. Il vento tira di giorno e di notte e, d’inverno, magari più forte. Due energie verdi che si completano a vicenda per raggiungere l’obiettivo di sostenibilità.

Inoltre, è importante considerare che l’eolico e il fotovoltaico possono essere installati in aree diverse e con impatti ambientali diversi; quindi, possono essere utilizzati in modo complementare per minimizzare l’impatto ambientale complessivo.

Già ma quali aree?

In Umbria è cronaca di questi giorni l’opposizione dell’assessore De Luca al progetto Phobos approvato dalla Giunta precedente. Con cui, per quel che vale, concordo. E se n’è occupato questo magazine titolando Pale eoliche, Una prima vittoria …la Regione Umbria agirà in autotutela nei confronti del silenzio assenso della giunta Tesei con il quale si dette il via libera al progetto Phobos, dopo l’approvazione del governo Meloni che non prese in considerazione il No del Ministero della Cultura”, e poi continuando: Come coniugare energie verdi e paesaggio?

Appunto, come coniugare?

Intanto, si dovrà capire dove piazzare l’eolico ad impatto zero o comunque ridotto. Una sorta di Piano Regolatore dell’eolico, che ormai tutte le Regioni hanno fatto o hanno in cantiere.

E dato che non puoi aggiungere capitale distruggendone un altro, oltretutto insostituibile, in questa fase attiva di individuazione dei siti e di progettazione degli impianti il progettista pubblico del si deve fare sarà più facilitato nel risolvere la contraddizione sempre possibile tra produzione di energia eolica v/s ambiente e paesaggio.

E per fare quel PRG, sono convinto però che occorra prendere prima in esame possibili politiche di mitigazione. Che esistono e che sono studiate da anni. Ed abbattere o annullare l’impatto visivo dell’eolico.

Quali metodi, quali nuove strategie ambientali e paesaggistiche?

La seconda parte di questo articolo tenterà di rispondere a questa domanda. E vi anticipo che ci sono almeno tre strade da seguire per farlo. E già sperimentate.

1 – Il mimetismo passivo, che gioca sui colori e quello attivo che punta all’Invisibilità, soluzione possibile ma costosa e che solo in certe situazioni e con certi accorgimenti potrebbe però essere attuata a costi accettabili.

Mimetismo passivo

E quello attivo.

2 – La ricerca di forme meno impattanti

È la strada percorsa ad esempio da Cal – Tech. Turbine eoliche ad asse verticale controrotanti alte da cinque a dieci metri disposte a distanze tali da massimizzare il rendimento del parco. Una sorta di albereto tecnologico. Che promette la stessa energia di un parco con turbine gigantesche. Con un impatto visivo del tutto diverso.

E poi soluzioni architettoniche in cerca di bellezza. Campo d’azione per architetti, paesaggisti, artisti. Magari ispirandosi a modelli del passato che ancora oggi suscitano ammirazione e rispetto. E ci prendiamo pure l’aereo per andarle a vedere.

Queste antiche ammirate macchine non erano estranee al paesaggio. Lo definivano e ne facevano parte e ne diventavano il simbolo. I mulini olandesi, le norie siriane come questa che segue.

E dovremmo trarne ispirazione per fare nuove macchine “belle”.

Cercheremo qui di seguito di approfondire ulteriormente le tre strategie, con qualche aggiunta sul si deve fare.

Illustrazioni generate con ChatGPT 5

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