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di Antonio Bellucci
Foto ©Heinz Tesarek-World economic forum

Perché le prossime elezioni parlamentari del 12 aprile in Ungheria sono così importanti per l’Unione Europea.

Il vicepresidente degli Stati Uniti J. D. Vance è andato a Budapest a incontrare il presidente del consiglio Viktor Orban lo scorso 7 aprile, a ridosso dell’elezione politiche con le quali gli ungheresi il 12 aprile si esprimeranno democraticamente o per riconfermare Orban, che dal 2010 governa ininterrottamente il Paese o per interrompere il dominio di Orban a favore dello sfidante Péter Magyar.

Vance non ha nascosto lo scopo della sua visita, anzi ha dichiarato apertamente di essere andato in Ungheria per sostenere la rielezione dell’amico Orban accusando l’Unione Europea di interferire con il voto.

Vance non ha usato mezze parole nel criticare Bruxelles sostenendo che l’Unione Europea usa l’arma dei fondi europei per ricattare Orban e gli ungheresi influenzando così le scelte politiche interne dell’Ungheria. Quella di Vance è una vera e propria critica politica in quanto ritiene che l’UE, con il congelamento dei fondi all’Ungheria stia esercitando una forte pressione sugli elettori per convincerli a non votare Orban. Vance ha inoltre criticato l’UE poiché starebbe andando ben oltre quelli che sono i suoi poteri; infatti, secondo Vance, ogni Paese deve poter decidere autonomamente su alcuni temi fondamentali quali l’immigrazione, i valori sociali e la politica interna. Molto probabilmente, la critica di Vance è di natura prettamente politica e non è dovuta a ignoranza dell’acquis communautaire (patrimonio normativo dell’Unione Europea). Vance sa probabilmente molto bene che quando uno Stato entra nell’UE deve accettare l’intero corpo di norme dell’Unione, il primato del diritto europeo su quello nazionale e si impegna a rispettare le regole che governano il mercato interno, la concorrenza, gli standard giuridici e lo stato di diritto. Questo vale quindi anche per parti della politica migratoria che comprendono il trattato di Schengen, le norme sul diritto d’asilo e sulle frontiere nonché alcuni diritti fondamentali stabiliti dalla Carta dei diritti dell’Unione Europea.  Se ne deduce che ogni Stato membro non è completamente sovrano in questi ambiti.

Ma vi sono dei settori dove gli Stati membri mantengono le loro competenze nei confronti dei quali l’UE non prevale. È qui che secondo Vance l’UE esonda: si tratta delle politiche sociali, dell’organizzazione interna dello Stato, di parte delle problematiche legate all’immigrazione quali per esempio, welfare e integrazione e le politiche relative ai valori culturali e identitari.

Vance non critica da un punto di vista tecnico l’acquis communautaire ma da una sua visione politica, interpretando a suo modo di vedere, come l’UE dovrebbe funzionare; sia Vance che Orban hanno una visione diversa di “sovranità” poiché ritengono che solo il voto espresso dai cittadini possa legittimare uno Stato ad applicare delle regole, non accettando quindi vincoli sovranazionali che interferiscono con il potere decisionale di ogni Stato.

Lo scontro che si verifica oramai da anni tra l’UE e l’Ungheria di Orban riguarda due modi contrapposti di intendere l’Unione: da un lato, vi è una visione “classica” dell’UE dove esistono e devono essere accettate da tutti delle regole comuni vincolanti, dove vi sono dei limiti alla sovranità di ogni Stato membro e dove sussiste un controllo reciproco tra gli Stati che compongono l’UE; l’altra visione,  quella “sovranista” di Orban e Vance, consiste nel dare una priorità assoluta al voto nazionale, un’interpretazione ristrettiva delle regole che governano l’UE e il rifiuto di ingerenze politiche.

In definitiva, Vance e Orban contestano il fatto che ogni Sato debba rispettare l’acquis, rifiutando il modello d’integrazione degli Stati all’UE. Oltre a Vance, anche Trump si è scagliato a più riprese contro l’UE trovando in Orban un fervente sostenitore delle politiche trumpiane: entrambi vedono l’UE come troppo burocratica, interventista e distante dagli elettori. Tra Orban e Trump vi sono inoltre affinità ideologiche in materia di immigrazione, sovranità nazionale, critiche alle istituzioni sovranazionali. Inoltre, Orban rappresenta un modello politico in quanto vincente per quindici anni in un contesto democratico e un alleato dentro l’UE nella destra internazionale.

Orban da anni applica una politica basata sui veti per cercare di limitare il campo di azione dell’UE in materia di politica estera, di politiche sociali e di politiche economiche. Dal canto suo, l’UE ha iniziato a cercare dei modi per aggirare il veto ungherese o per ridurne l’impatto.

Ma andiamo per ordine e vediamo dove Orban ha cercato di far valere il diritto di veto in sede di Consiglio dei capi di stato e di governo dell’UE in questi ultimi anni.

Nel 2021 inizia un conflitto politico più che un veto formale in merito alla legge ungherese su media e sui diritti LGBTQ+. L’UE avvia una serie di procedure d’infrazione nei confronti dell’Ungheria. In proposito occorre ricordare che Orban ha, nel corso dei suoi quindici anni ininterrotti di governo, limitato la libertà di espressione dei media, introducendo per esempio, un’autorità di controllo con membri vicini al governo, ridotto l’indipendenza della magistratura varando norme che consentono all’esecutivo di incidere sul funzionamento della giustizia oltre a emanare delle leggi che sono state fortemente criticate dall’UE poiché considerate discriminatorie verso le persone LGBTQ+ e le minoranze in genere.

Nel 2022 con l’invasione della Russia in Ucraina, l’UE decide delle sanzioni contro la Russia e così inizia la stagione dei veti di Orban con lo scopo di rallentare l’attuazione di pacchetti di sanzioni dell’Unione contro la Russia e ottenere delle deroghe sull’utilizzo di petrolio russo da parte dell’Ungheria. D’altronde Orban non ha mai fatto mistero della sua vicinanza a Putin.

Inoltre, Orban si oppone o ritarda pacchetti di aiuti finanziari all’Ucraina; nell’Unione Europea c’è chi comincia a capire che Orban può davvero paralizzare delle decisioni chiave.

Nel 2023 Orban fa un utilizzo sistematico dei veti: blocca un fondo di cinquanta miliardi di euro di aiuti pluriennali per l’Ucraina; inizia un duro scontro tra UE e Ungheria che si tramuta nel congelamento di fondi europei all’Ungheria. Ciò spinge Orban a utilizzare l’arma del veto per sbloccare tali fondi che, ricordiamo, sono vitali per il Paese in quanto rappresentano dal 3 al 5% del PIL ungherese.

Nel 2024, Orban minaccia l’utilizzo del veto per bloccare un pacchetto di nuovi aiuti a Kiev; della minaccia di veto di Orban ne fa le spese anche l’adozione del bilancio dell’UE. Per aggirare l’ostacolo del voto all’unanimità su certi temi importanti quali la sospensione dei diritti di uno Stato membro, la fiscalità, l’allargamento dell’UE, l’adozione del bilancio e le misure di politica estera e di sicurezza, l’UE inizia a valutare soluzioni alternative.

Ma è nel 2025 che si verifica il punto di massimo scontro tra Orban e l’UE. Orban mette il veto sulla proposta di allargamento dell’UE all’Ucraina. Tuttavia, i meccanismi studiati per aggirare il voto all’unanimità si rivelano efficaci: l’Ungheria blocca le conclusioni ufficiali ma i capi di stato e di governo dell’UE approvano il documento senza l’Ungheria adottando quindi un consenso “a 26” Stati.

Infine, Orban minaccia di bloccare l’approvazione del bilancio dell’UE per il periodo 2028-2034 se non vengono scongelati i fondi destinati all’Ungheria. Tutto ciò si traduce in una tendenza molto chiara che consiste in un uso costante del veto da parte di Orban su Ucraina, Russia, bilancio dell’UE e in un negoziato permanente con Bruxelles. L’Unione Europea dal canto suo cerca soluzioni alternative al voto all’unanimità ma resta vincolata in molti ambiti; il risultato che ne consegue è un evidente e preoccupante rallentamento del processo decisionale dell’Unione.

Pertanto, le prossime elezioni in Ungheria sono molto importanti per l’Unione Europea poiché Budapest è diventato un nodo politico di notevole rilevanza, malgrado sia un “piccolo” Paese di non più di dieci milioni d’abitanti, in quanto capace di bloccare o perlomeno rallentare decisioni strategiche per l’UE. In gioco non c’è solo chi governerà l’Ungheria ma anche e soprattutto come funzionerà l’UE nei prossimi anni; è molto probabile che se Orban vincerà le elezioni, il faticoso cammino verso una maggiore coesione tra gli Stati membri subirà un ulteriore rallentamento. Negli ultimi anni si discute di abolire o limitare il diritto di veto rafforzando le decisioni a maggioranza; Orban si è sempre opposto alle proposte di limitare l’uso del voto all’unanimità e in questo, ha trovato un alleato anche in Giorgia Meloni.

Quindi se Orban verrà rieletto, le riforme nell’Unione Europea saranno più difficili, se invece Orban perderà le elezioni, è lecito pensare che si possa verificare una maggiore apertura a un cambiamento delle regole che, in un’Unione Europea a ventisette Stati membri è diventato imprescindibile.