Il tema dell’Università e del suo funzionamento è sempre più lontano dal dibattitto pubblico. Eppure è di grande importanza e lo è più che mai in una città come Perugia che di atenei ne ha due. Passaggi Magazine ha deciso di iniziare una riflessione sull’argomento con un primo articolo del professor Fabrizio Fornari a cui segue quello del professor Paolo Montesperelli.
di Paolo Montesperelli
Foto ©Fabrizio Troccoli
“Passaggi” fa bene a sollecitare una riflessione sulla condizione universitaria, perché l’università e la democrazia sono direttamente collegate: basti considerare lo scempio della democrazia ad opera di Trump e, a fianco, i suoi rozzi tentativi di irreggimentare le università americane.
In Italia la condizione è migliore, almeno per ora; ma da tempo i decisori politici si sono interessati all’Università poco e in misura episodica, sottovalutando il suo rapporto con la democrazia del Paese. Si sono destati quasi solo in occasione di riforme e riformine, giustificate in nome di principi sacrosanti ma vani: la lotta al baronaggio, la trasparenza, l’apertura al progresso, la qualità della ricerca e dell’insegnamento, ma soprattutto la disciplina, il controllo.
Così l’Università è stata invasa da una regolamentazione sempre più pervasiva. Però, come capita ad ogni “ipertrofia normativa”, sono cresciuti il verticismo (diretto da nuovi baroni), la farraginosità, l’incertezza , talvolta l’arbitrio.
Il ceto politico è alquanto distratto anche perché – soprattutto a livello nazionale – sono tendenzialmente cambiate la sua composizione sociale e la sua cultura politica, entrambe distanti dall’università. Così si sono aperti spazi a “enclosures”, consorterie, lobby influenti (grandi banche, fondazioni dai nobili nomi, etc.), interessate a piegare il sistema universitario ai propri interessi.
Intanto si sono diffusi alcuni miti a detrimento dell’università. Il primo è attecchito in ampia parte dell’opinione pubblica ed è di natura neo-liberista: il privato è garanzia di efficienza e qualità, mentre il pubblico – compresa l’università – va ridotto e raddrizzato. Se l’università vuole diventare efficiente, deve conformarsi a un’azienda in competizione con le altre, dentro un libero mercato basato sul merito.
Invece, a mio avviso, rendere l’università ad azienda significa infilarle una camicia di forza paralizzante e snaturante. Inoltre la competizione si è tradotta in una frammentazione litigiosa fra sedi universitarie, dipartimenti, corsi, saperi, discipline, singole persone, quando invece la scienza richiede cooperazione e dialogo. Infine la meritocrazia è un principio indefinibile o ideologico, come ha scritto acutamente Fabrizio Fornari in “Passaggi” del 16 aprile.
Un secondo mito riguarda la stratificazione sociale: “tutti siamo diventati classe media”. Allora i due estremi, più in alto e più in basso, sono minoranze sparute e trascurabili.
Al contrario, secondo uno studio molto recente (P.G. Ardeni), sono abbastanza consistenti sia le classi più basse (23,4% sul totale della popolazione), sia quelle più alte (11%). Le une sono colpite dall’allargarsi delle disuguaglianze sociali, da un sistema formativo ancora classista, dall’inceppamento dell’università come “ascensore sociale”. Da qui un misto di delusione, rassegnazione, risentimento, che hanno contribuito allo svilimento dell’università. Le classi alte non sono molto interessate all’ascensore sociale universitario, perché spesso altri meccanismi funzionano meglio: il capitale culturale delle famiglie d’origine, altre risorse in eredità, le cooptazioni nelle carriere direttive, etc.
Un terzo “mito” è di origine positivista: per conoscere oggettivamente occorre quantificare. Questo presupposto si proietta sulla valutazione dei prodotti scientifici. Con più pubblicazioni, più citazioni o, per gli studenti, più crediti formativi sei più bravo e vai più avanti. Ecco uno dei tanti effetti perversi: nella prassi della valutazione, tanti articoletti, magari scritti in breve tempo e su micro-argomenti, valgono maggiormente di un libro denso, ampio, arioso, scritto in dieci anni. Quindi anche la kantiana “Critica della ragion pura” verrebbe svalutata.
Il predominio dei criteri quantitativi si riproduce anche in una gerarchia dei saperi. Sarebbero più scientifiche le discipline “stem”, perché si basano sulla quantificazione dei fenomeni da analizzare e perché sono maggiormente utili allo sviluppo quantitativo della società (più consumi, più tecnologia, etc.). Questo mito si è diffuso anche in corsi “umanistici” e si è tradotto – con alcune eccezioni, naturalmente – in una didattica concentrata prevalentemente sulla “applicazione”, sulle tecniche, sulla “pratica”. Così negli studenti è visibilmente calata la capacità di astrazione: un danno molto preoccupante, di cui non sono responsabili i giovani .
Un quarto mito, istituzionalizzato dal sistema universitario, è la subordinazione mentale all’estero: se un testo è scritto in lingua straniera, o l’autore vive all’estero, o una sede accademica è in altra nazione; e specialmente se sono anglofoni, meglio ancora americani: allora sono considerati di più alta qualità scientifica.
Invece, come Habermas denuncia, questa tendenza ha introdotto sia un livellamento delle differenze nazionali, sia un privilegio immeritato, sia una limitazione del pensiero: infatti esiste “una stretta connessione tra un edificio intellettuale e la lingua in cui è stato eretto (…). Nella propria lingua madre ci si può esprimere con più sfumature”.
Il rapporto fra il pensiero e l’università è una questione cruciale, la più profonda. La vocazione dell’università è pensare ed educare a pensare. Però “il pensiero o è critico o non è pensiero” (Th. Adorno). Invece l’ideologia – intesa come legittimazione di un potere – distrae dalle ragioni della critica, rassicura, ottunde.
Nell’università moltiplicare le incombenze quotidiane, le preoccupazioni, le norme, gli obiettivi immediati, le procedure minuziose svolge anche la funzione ideologica di ridurre il tempo necessario a pensare serenamente, con profondità e senso critico.
In tutta la società contemporanea cresce la “accelerazione sociale”; cioè i ritmi di vita; le azioni e l’intera organizzazione sociale diventano più veloci. Ma la conseguenza è la “stasi frenetica” (H. Rosa): ossia, l’insieme di tanti movimenti frenetici è a somma zero, cioè non si riesce a procedere secondo uno scopo, un progetto coordinato e a medio-lungo termine. Non si possono neppure garantire i ritmi necessari alla partecipazione democratica; infatti anche nell’università la democrazia si riduce più a forma, molto meno a sostanza.
Non c’è sufficiente tempo nemmeno per pensare agli studenti, se non come destinatari passivi dell’organizzazione didattica. Durante tutta la mia carriera mi è capitata una sola riunione convocata appositamente per riflettere a fondo e fra colleghi sulle finalità di ciò che insegniamo, sui valori da trasmettere e da testimoniare.
Lo spazio di questo articolo lo limita ad alcuni cenni critici, ma dietro ogni “no” c’è sempre un “sì”. Ne esplicito uno: per ragioni etiche, educative, culturali, politiche l’università deve abituare i ragazzi a due atteggiamenti per la vita: andare “in direzione ostinata e contraria”; coltivare la speranza, cioè l’ambizione a un nuovo mondo possibile.



