di Lucio Biagioni
“Ma sotto un marmo, o d’una pianta all’ombra/ Men duro è forse della morte il sonno?” Forse no, ma un pochino aiuta. I morti ad essere ricordati. I vivi, in dialogo con i proprî cari, a trovarlo con se stessi, a rapportarsi diversamente con la propria soggettività, continuamente messa in crisi “dagli usi della scienza e della comunicazione”, diceva lo psicanalista Jacques Lacan più di mezzo secolo fa. Usi della scienza e della comunicazione, diceva Jacques Lacan (e pensa tu quel che direbbe oggi, di Mark Zuckerberg, Elon Musk, Dario Amodei, Sam Altman, Peter Thiel & soci e l’ossessione delle élites della Silicon Valley per una immortalità tipo gli Elfi di Tolkien), che impediscono la riflessione sul “senso particolare della propria vita e della propria morte”. Quel senso di cui tenacemente la tecnosocietà persegue l’annullamento, nel nome di un mondo e di umanità uniforme fatta di comportamenti sorvegliati e prevedibili.
Col di Lòdola in comune di Bettona, a poca distanza dalla città, è un vasto appezzamento posto su un acclive versante collinare, che, in direzione Nord Ovest, digrada verso la vallata di Assisi e Santa Maria degli Angeli, e dalla Chiesa di Sant’Onofrio e l’annesso convento, posti all’ingresso, segue le curve di livello del ripido pendio, per allargarsi in un’area a terrazzamenti, fittamente coperta da vegetazione d’alto fusto. È, in Umbria, il Cimitero di Bettona. La descrizione non è mia. La mia sensazione, vedendolo per la prima volta al termine di una strada amena fra gli alberi che si fa per raggiungerlo, è stata quella, irresistibile, di una selva antica, contrappuntata da massi e larghe lastre di arenaria, cespugli e fogliame folto, radure tra sparsi boschetti, che intrattengono un francescano dialogo con la chiesa sul piazzale antistante e protrusa all’interno insieme al convento. Varcate le ottocentesche colonne in laterizio, l’aria che si respira è di natura ed eremo, a conferma di quel genius loci, comune in Umbria a tanti scorci di paesaggio noti e meno noti, che speriamo non si perda, irriso da sedicenti modernità. Poco più in là, qualcosa di compatto e luminoso colpisce lo sguardo. È una costruzione novissima, che spicca ancor più tra le ingrigite e muscose cappelle funerarie, un edificio che, a mano a mano che ci si avvicina, perde la sua apparenza di corpo unico per scomporsi e articolarsi, seguendo il terreno, in tre parallelepipedi digradanti, la cui sequenza è scandita al centro dal telaio di una porta, che immette in una piccola camera. L’ingresso e la camera sono il punto di equilibrio, mediano, il baricentro stesso del monumento. Accoglie il visitatore, inciso sulla soglia di travertino, quel motto latino caro al Petrarca: SEPULCHRUM COGITA, “Pensa del sepolcro”. Nel riquadro superiore del telaio un dipinto anticipa tutto ciò che si troverà sviluppato e declinato nella stanzetta misteriosa (vestibulum? pronao?): un vero e proprio ciclo pittorico che (fatta eccezione del soffitto che da un lucernaio arioso si apre su cielo e alberi) ne ricopre per intero le pareti. È una sorta di contemporaneo “affresco”, realizzato trasferendo i quadri originali dell’artista Corrado Battistoni su un supporto di piastrelle, con la tecnica detta della decalcomania su ceramica. È un ciclo pittorico fatto di pennellate ampie, di frastagli di colori e vaghi, di forme aeree, di policromie nebbiose che s’intersecano, uniscono e separano in una continua mutevolezza degli spazî, a suggerire paesaggi ctoni, elementi primordiali, geologie acquose dove, tra le macchie e gli sfumi del colore, s’immaginano volti e figure, regni e mitologie. E, in continuità con le pareti dipinte, il pavimento – piastrellato anch’esso e ritmato al centro da un passaggio a bòtola in comunicazione con la vecchia “ossaia” – viene idealmente ripartito ai lati da due iscrizioni simmetriche, realizzate con la medesima tecnica, che simulano l’epigrafe lapidea. Ciascuna è di sette versi speculari. Récita l’una: “Quando la scena del corrotto mondo/ Più i sensi attrista ed il cor prostra, io entro/ Nel cimitero augusto, e con gli sguardi/ Vado di volto in volto; a poco a poco/ Sento una vena penetrar di dolce/ Nell’amaro che inòndami, e riprende/ Le forze prime e si rïalza l’alma”. Rècita l’altra: “Non già conforto sol, ma scuola ancora/ Sono a chi vive i monumenti tristi/ Di chi disparve. Il cittadin che passa,/ Gira lo sguardo, il piede arresta, e legge/ Le scritte pietre de’ sepolcri, legge,/ Poi, suo cammin seguendo, in mente volge/ Della vita il brev’anno, e i dì perduti.” Versi firmati: IPPOLITO PINDEMONTE. L’impressione complessiva del manufatto è di scultura viva, onda mossa dalla spinta dei tetti e dei lati aggettanti, dai gradini che ne seguono l’andamento, suo e del luogo che lo ingloba, sepolcri e natura, che dissolve qualsiasi traccia di “brutalismo” del cemento armato di cui pure il blocco è composto, e che però, rivestitone com’è, riluce tutto marmoreo, venato di riflessi beige, di una calda tonalità di travertino. Strana apparizione per chi entra nel viale stretto e in salita del cimitero di Bettona, ed è abituato alle tombe, ai colombari, alle cappelle datate di quel vittorianesimo otto-novecentesco, classicista e un po’ gotico. Il nuovo edificio è destinato ad accogliere i morti, dunque, è ovvio, bare, “ossarine” ed urne cinerarie. Ma è comunque una singolare apparizione, che quasi suggerisce una idea di nave – o di astronave.
Nave? Astronave? Azzardo, con in mente “Dune 2”, il famoso film di fantascienza in cui per quattro minuti fa da scena extragalattica il Mausoleo Brion del cimitero di San Vito di Altìvole (Treviso), cui l’architetto Carlo Scarpa lavorò appassionatamente otto anni fino alla propria, di morte. Un’“astronave/ vascello” rivolta al cielo, al cosmo e all’Aldilà? Alla boutade (che poi non tanto: Bettona condivide con San Vito di Altìvole la stessa nuova filosofia di cimitero/ giardino in armonia con la natura e il cielo) sorride l’ingegner Antonio Abbozzo, titolare del progetto commissionato dal comune di Bettona col finanziamento dell’Unione Europea e messo a punto dallo “Studio Alchema” (con l’architetto Massimiliano Scapicchi, gli ingegneri Federico Tosti, Lucia e Tommaso Celeschi): “Ognuno può vederci quel che vuole”, dice, “l’importante è aver realizzato qualcosa che favorisce il ricordo e la confidenza con i defunti, con le persone care che sono parte di noi.” Ci tiene, l’ingegner Abbozzo, a sottolineare come il progetto, realizzato dalla “Cogem” di Massa Martana, prevedesse inizialmente “soltanto” la la riparazione dei danni di una frana che aveva interessato il cimitero, ed una serie d’interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico. “Ci siamo trovati di fronte”, spiega, “al compito di stabilizzare un versante acclive di forte pendenza, che aveva provocato il crollo in diversi tratti del vecchio muro di sostegno di pietra. La spinta della terra era tale da mettere a rischio di crollo tombe e loculi.” (Evento tutt’altro che infrequente nei cimiteri dei piccoli centri: a gennaio di quest’anno, 180 millimetri di pioggia hanno fatto crollare in Calabria una parte del cimitero vecchio di San Mauro Marchesato, con tanto di bare scivolate nel burrone. E poco prima, con uguale scandalo di stampa, c’erano stati Palermo, Poggioreale…)
Da qui, fatto il muro in cemento armato, all’idea di costruirvi in aderenza un nuovo edificio in sostituzione di tre vecchi colombai danneggiati e demoliti (“Una sorta”, ricorda l’ingegner Abbozzo, “di corrispettivo cimiteriale dell’edilizia palazzinara”), il passo è stato tanto audace che breve. “Non è necessario”, sottolinea l’ingegner Abbozzo, figlio di quell’Edgardo Abbozzo, pittore, scultore, ceramista e orafo, annoverato fra i maggiori artisti italiani del Novecento, “che un intervento tecnico utile debba essere per forza banale o perfino brutto, nel senso di dover rinunciare alla bellezza, soprattutto quando si tratta di interventi pubblici rivolti al bene comune, dove la bellezza, in quanto valore civico e di comunità, deve, o dovrebbe esserne, sempre un principio ispiratore. E su questo abbiamo trovato nel sindaco di Bettona Valerio Bazzoffia e nei tecnici comunali Lentischio e Papalìa interlocutori sensibili ed un’attenta corrispondenza di vedute.”
Green Wood, il cimitero storico di New York. Lo “inventò” sulle colline intorno a Brooklin Henry Evelyn Pierrepont, uomo d’affari e urban planner, influenzato dal Père Lachaise di Parigi. Un posto per i morti, ma anche per i vivi. Giardino e cimitero. Cimitero e giardino. I due luoghi s’intrecciano, nella pratica e nella teoria. Ovviamente, il giardino inglese. Si era discusso molto in Europa, di giardini, fin dal Settecento. Fu famosa come la querelle des jardins, su quale fosse il migliore da preferire, se il giardino inglese, che, nascondendo ogni artifizio, esprimeva la libertà della natura e l’antitirannia repubblicana; o il giardino franco- italiano (la cui vetta era Versailles), che col suo geometrismo era la rappresentazione dell’assolutismo. Nella disputa s’inserì anche un valente quanto mite letterato di Verona, Ippolito Pindemonte (noto a noi scolari di una volta per la traduzione dell’Odissea): grazie al giardino inglese che, permettendo “al bosco di crescere”, diventava anche metafora politica, i giardini, poetò Pindemonte, “Non men che le città liberi furo.”
Oltreché del giardino inglese (che tra l’altro per lui era un prodotto Made-in-Italy, cantato da Torquato Tasso e realizzato da Carlo I di Savoia a Torino), Pindemonte scrisse un poema su I Cimiteri. Come si sa, ma si tende a dimenticare, scontò la dabbenaggine di parlarne con Ugo Foscolo a corto di argomenti, che zitto zitto gli scippò il tema e addirittura, per batterlo sul tempo, finse poco dopo (facendo un po’ come Sam Altman di OpenAI che dicono abbia l’abitudine di dare per fatta una cosa che ancora deve fare) di aver già composto e addirittura stampato il suo carme Dei Sepolcri. Pindemonte, sulle prime irato, lo perdonò. E riandiamo allora ai versi che abbiamo citato all’inizio: “Ma sotto un marmo, o d’una pianta all’ombra/men duro è forse…” Un Foscolo citato male? Cattiva memoria di quell’incipit “All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne,/ confortate di pianto” che ogni scolaro sa? No, è che i quei versi sono del Pindemonte, che li scrisse prima del Foscolo, e probabilmente glieli recitò, illustrandogli quel suo progetto poetico incompiuto. Fu vero plagio? Dell’idea senz’altro. (E senza quel plagio, non avremmo quel carme elegante e cesellato del Foscolo ch’è tra i più celebri della letteratura italiana.) Ma l’impianto dei due è diverso. Consono ai tempi guerreschi, il Foscolo cerca il sublime e l’eroico. Attiva in modo sistemico tutto il sonante armamentario concettuale della storia e del mito, delle idealità civili e della resurrezione morale e politica, Gianbattista Vico in compendio e i sepolcri dei Grandi, l’alto sentire e il fascino della guerra gloriosa in nome della grandezza patria. Pindemonte no. Per lui vale il culto privato dei “sepolcri domestici”, l’investimento affettivo della memoria per i cari scomparsi. E la pace. Il ripudio (unico fra i suoi contemporanei) della violenza e della guerra e il mite sguardo rivolto alla natura e al cosmo, per una umanità cooperante e senza conflitti.
Forse dunque ecco perché, a decorare e alludere al senso profondo del nuovo monumento nel “cimitero rurale”, nel “cimitero-giardino” di Bettona, sono stati scelti, rispetto ad altri ben più celebri, quei versi del poco noto Ippolito Pindemonte. Dimenticato, perché disallineato ai suoi tempi, ed oggi straordinariamente contemporaneo. Possono essere un antidoto, Ippolito Pindemonte, il cimitero-giardino di Altìvole, il piccolo cimitero di Bettona, alle fòle della “immortalità virtuale” o del “grande cimitero social”, che per il 2080 preconizza in rete due miliardi e mezzo di “profili”, trasformati dall’AI in avatar interagenti, di persone decedute? Marcel Proust diceva che un libro, anche un libro come il suo, è in fondo un grande cimitero, dove sulla maggior parte delle tombe i nomi, sbiaditi e cancellati, dopo un po’ non si potranno più leggere. E anche i soli ricordi dolorosi, che sono quelli dei morti, non tardano anch’essi a distruggersi, così che “anche intorno alle loro tombe non restano più che la bellezza della natura, il silenzio e la purezza dell’aria.”
Se vi par poco…



