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di Gabriella Mecucci

Fra le tante  storie di ordinaria burocrazia che affliggono il Trasimeno, ce n’è una indimenticabile non tanto per la sua gravità – che c’è di peggio – ma perché squaderna, una dietro l’altra, una tale quantità di orpelli, piccole ottusità, sciocchezze da diventare il simbolo dell’inefficienza perniciosa.

Ecco la strana storia del battello Ippogrifo che poteva rappresentare un esperimento economico ed ecologico utile per il futuro, ma purtroppo è stato “affondato”, per così dire. Nel 2016, l’Arci aveva ottenuto la gestione di quasi tutta l’isola Polvese, fatta eccezione del Convento degli Olivetani e dell’ostello. La medesima associazione presentò un progetto nell’ambito della misura 761 del Psr che venne giudicato di gran qualità: arrivò primo e ottenne un finanziamento di due milioni per realizzare interventi che migliorassero l’ambiente dell’isola e per investire nella navigabilità “pulita”, quella, per intenderci, che non inquina.  Per attivarlo la norma prevedeva che la Provincia di Perugia si facesse carico della “capofilatura” e della proprietà  del progetto, mentre l’Arci lo avrebbe gestito.

Una buona occasione per favorire sia l’ecologia che il turismo e infatti l’associazione, fra gli altri interventi, introdusse un battello elettrico per collegare le diverse località lacustri con la Polvese. La Provincia decise di progettarlo e realizzarlo in prima persona. Costò all’incirca 300mila euro e poteva contenere una novantina di passeggeri. Costruirono un traghetto con fondo a conchiglia, anziché piano, ed è intuitivo che non è questa la forma più adatta alla navigazione in acque con bassi fondali come quelli del Trasimeno. Ma tant’è, ormai l’errore era stato fatto e non si poteva tornare indietro. Non fu però solo questa la scelta che ne rese l’utilizzo impossibile. Nel costruire l’imbarcazione infatti non si era tenuto conto della normativa che riguarda il trasporto dei disabili. Fu indispensabile dunque fare alcune modifiche che abbassarono in modo consistente il numero di passeggeri che Ippogrifo poteva ospitare: diventarono 36.

Ancora, nonostante tutti questi problemi, il battello continuava ad essere utilizzabile perché “economico”. Ma poi arrivò la mazzata finale con l’intervento dell’Unione dei Comuni: questa infatti sancì che quel tipo di traghetto, se usato da privati, non poteva contenere più di 12 passeggeri. E qui cadde l’asino perché per mettere in acqua e condurre a destinazione quel tipo di imbarcazione occorreva un equipaggio abbastanza numeroso e qualificato, quindi anche costoso. Diventava dunque impossibile con quel numero ridottissimo di biglietti, finanziare il servizio. Il nuovo battello era stato “affondato” prima di iniziare a navigare

Ora è da tempo agli ormeggi nel pontile della Polvese. Non è stato messo nemmeno in un locale chiuso e giace come un relitto abbandonato. E’ inutile dire che si va progressivamente degradando ed è già  piuttosto malridotto.

Tutti i comportamenti sopra descritti sono legali e quindi chi ha fatto quelle scelte non è accusabile di violazione delle norme vigenti. Il risultato finale di questa serie di difficoltà imposte da regole e burocrazia è però che l’investimento di trecentomila euro è andato perduto, e che non è stato possibile realizzare la sperimentazione del battello elettrico e quindi “verde”. Questo avrebbe potuto sostituire quelli con carburante a olio o a gasolio in uso oggi, perniciosi dal punto di vista ecologico: alla partenza infatti scaricano una grande quantità di sostanze inquinanti.

Proprio nell’estate più recente, a causa dei bassi fondali, Busitalia ha cessato i collegamenti. Quest’azienda non ha particolare interesse a garantirli e anzi ha dimostrato da sempre una forte indifferenza verso tale attività. Peccato che ne abbia il Monopolio. Come uscirne? Forse sarebbe utile pensare ad altri soggetti gestori. In passato un imprenditore locale aveva organizzato con buoni risultati piccole crociere in barca a vela, ma Busitalia fece ricorso e riuscì a impedirglielo. Forse il ruolo dei privati potrebbe aiutare ad uscire dall’ impasse. Quest’estate, del resto, dopo che i traghetti non facevano più alcun servizio, i collegamenti sono stati garantiti, almeno in parte, dalle barchette di proprietari del posto.

Questa è la breve storia di come regole sbagliate, orpelli burocratici, sovrapposizioni di competenze possano determinare grandi danni economici e ecologici al Trasimeno. Non sarebbe il caso di imparare dall’ esperienza e di iniziare il grande cambiamento burocratico-istituzionale?