Salta al contenuto principale

Fabio Ciuffini ha già scritto per Passaggi Magazine una ricostruzione del dibattito storico sulla gestione e i destini delle acque del Trasimeno, anche mettendola a confronto con la situazione e i discorsi di oggi, dopo che il recente luglio/agosto di fuoco 2026 ha sancito “erga omnes” l’inizio dell’era dell’alterazione climatica con cui saremo costretti a convivere molto, molto a lungo. Ci siamo convinti allora della necessità di approfondire questo tema cruciale per l’Umbria con un “dossier” fatto di più articoli che fornisca tutti gli elementi necessari per aprire una discussione sul “che fare?”,

La realtà di fatto è questa: secondo gli studiosi di settore, dato per costante l’effetto delle alterazioni climatiche, innanzitutto l’aumento delle temperature, e considerate le caratteristiche specifiche del Trasimeno, lago laminare alimentato in sostanza solo dall’acqua piovana, senza interventi adeguati e coraggiosi, al 2100 si potrà produrre una trasformazione drammatica del bacino, fino alla scopertura delle isole e del collegamento verso terra. Qui non c’è negazionismo che tenga, i trend e i relativi numeri sono spietati, come la foto dell’idrometro di questi giorni a – 2 metri, su una profondità massima di 6 e una media di 4, per non parlare degli effetti immediatamente visibili sulle sponde.

La bellezza del Lago, del quarto lago per estensione del nostro paese, è un patrimonio irrinunciabile per le popolazioni rivierasche, per l’Umbria e la sua identità, per l’Italia delle bellezze decantate in tutto il mondo. Si può rinunciare al Trasimeno? Oggi la domanda non è retorica è una “bruciante” realtà di questo nostro tempo complicato. E ancora, il futuro non è domani, è oggi

La violenza climatica, che qualcuno ha ancora il coraggio di negare, ha segnato un punto di non ritorno, di qui in avanti ogni giorno è perso. Abbiamo molto da fare subito e in una lunga prospettiva, pensando al nostro territorio e alle generazioni future. Nei prossimi articoli Fabio Ciuffini, Franco Calzini e Gabriella Mecucci ci consegneranno riflessioni che possono essere una base utile ed importante di confronto e di presa di coscienza intorno a quello che possiamo e dobbiamo fare senza perdere più tempo.

di Fabio Maria Ciuffini
Foto di copertina ©Umbria24

Nella prima puntata avevamo promesso di tornare sui problemi del Trasimeno parlandone con Franco Calzini.

Trasimeno/1 Storia di tutte le volte che stava per prosciugarsi

Un interlocutore non scelto a caso. Calzini è Presidente di ARCI Perugia e dell’impresa sociale agricola PaneOlio, già amministratore del Comune di Panicale e della Provincia di Perugia, Calzini è oggi protagonista di uno dei più importanti interventi privati di recupero e valorizzazione turistico-agricola realizzati negli ultimi anni nell’area del Trasimeno, a partire dall’Isola Polvese.

Non è dunque uno spettatore delle vicende del lago: vi opera ogni giorno, misurandosi direttamente con i suoi problemi, con le cose da fare e, non di rado, con quelle che è difficile riuscire a fare.

Villa Biagiotti – Isola Polvese, oggi Villa Polvese Resort & Oil Farm, la cui sistemazione è stata realizzata da PaneOlio

L’oliveto dell’Isola Polvese: 34 ettari e circa seimila piante, molte delle quali secolari, oggi gestite in regime biologico da PaneOlio

Franco Calzini conosce i problemi quotidiani del lago: indica interventi mancati, valuta quelli compiuti e propone soluzioni. Ma insiste soprattutto sulla necessità di una gestione unitaria, capace di decidere e agire per l’intero Trasimeno.

Occorre individuare chi tira le fila e metterlo subito in condizione di operare, per salvare la stagione 2027.

Guarda quindi con speranza all’«Unità operativa per il bacino del Lago Trasimeno», riconoscendo all’Assessora Regionale Simona Meloni il merito di averla pensata e di affrontare con determinazione i problemi del lago.

E per capire gli ostacoli che incontrano Calzini e gli altri operatori, vediamo quali amministrazioni intervengono nella gestione del Trasimeno: dall’intreccio delle competenze nascono ritardi e strozzature che rendono difficile mantenerlo vivo e godibile.

Partiamo da quando il sistema era più semplice e, probabilmente, più efficace: fine anni ’70, inizio anni ‘80


Dopo gli anni Ottanta il governo del Trasimeno si arricchisce – o, meno diplomaticamente, si complica – fino all’attuale frammentazione. Alla Regione Umbria si affianca la Toscana per le acque di Montedoglio; la Provincia, già centro operativo del sistema, perde competenze, poteri e risorse.

Qui uno schema che raggruppa i soggetti per funzione.

Capire dove finiscono le competenze degli uni e cominciano quelle degli altri è assai meno semplice. Lo schema che segue prova a rendere visibile l’intreccio di competenze e funzioni.

L’Unità operativa per il bacino voluta da Merloni

L’immagine è volutamente provocatoria. Ma nemmeno tanto, se la Regione Umbria ha istituito l’«Unità operativa per il bacino del Lago Trasimeno» per superare la frammentazione delle competenze e coordinare gli interventi.

Sia chiaro: organismi come il Parco e nuove norme rispondono a esigenze reali di tutela, conoscenza e controllo. Insieme, però, hanno reso difficile capire chi decide che cosa, in quali tempi e con quali responsabilità.

Calzini solleva molti interrogativi proprio sul Parco del Trasimeno: presidio indispensabile di tutela, ma privo, da solo, delle competenze e delle risorse necessarie per governare l’intero lago.

Protegge habitat, biodiversità e paesaggio, disciplina le attività incompatibili e concorre alla pianificazione e alla gestione dei siti Natura 2000. Piano e Regolamento condizionano anche le decisioni degli altri enti. Fortissimo nel vietare, molto meno attrezzato per fare ciò che occorre: insomma, il Parco risulta un gigante quanto a vincoli e un nano quanto a capacità operativa e finanziaria.

Qui acquista particolare significato la testimonianza di Calzini: lui sta dall’altra parte delle decisioni, dove gli interventi diventano possibili o impossibili, i lavori partono o restano fermi, i problemi si risolvono o si trascinano.

È dunque il momento di dargli la parola.

Calzini ricorda che dei tre settori su cui si è retta l’economia dei comuni rivieraschi – agricoltura, pesca e turismo – soltanto quello turistico-ricettivo resta trainante. Il suo futuro dipende dalla bellezza del lago e dalla vivibilità delle sponde, per residenti e visitatori.

E aggiunge che esistono interventi immediatamente praticabili per mitigare gli effetti della siccità.

Vanno attuati con assoluta priorità, rimuovendo gli ostacoli burocratici, senza fare delle procedure un alibi per l’inazione. L’emergenza richiede procedure di emergenza.

In attesa di riportare il lago verso lo zero idrometrico, a 257,33 metri sul livello del mare, bisogna attrezzarsi per convivere con livelli inferiori, anche di –1,50 metri: un obiettivo che Calzini ritiene perseguibile nell’immediato, senza rinunciare al recupero.

La catastrofe dei moscerini e i trattamenti poco efficaci

Sulla vivibilità, parte da un problema apparentemente secondario: i Chironomidi, o moscerini del lago. Chi non frequenta il Trasimeno difficilmente immagina quanto queste nuvole di insetti possano rendere sgradevoli le attività all’aperto. Chi ha rischiato di inghiottirli prendendo un caffè sulle rive non ne conserva un buon ricordo.

Nel 2027 quelle nuvole non dovranno esserci, in nessun punto del lago. Tanto più che si parla di «ristori» alle attività danneggiate per somme forse comparabili, o superiori, a quelle necessarie per prevenirne la proliferazione.

Però i trattamenti 2026, finalmente effettuati, hanno avuto scarsa efficacia.

Calzini ricorda che, da amministratore di Panicale nei primi anni Novanta, si interveniva già a gennaio sulle prime fasi del ciclo dei chironomidi, con sostanze oggi forse non più utilizzabili.

Nel 2026 prodotti, tempi e modalità diversi non hanno però dato i risultati sperati.

Andranno rivisti protocolli, anche recuperando quanto di utile offrono le esperienze passate?

Qualcosa da aggiungere ai larvicidi, alle «Fotolamp» – lampade-trappola luminose – agli altri sistemi di cattura, da correggere o potenziare in corso d’opera?

Il secondo tema è la navigabilità. Dal 29 giugno 2026 il collegamento di linea San Feliciano–Isola Polvese è stato sospeso, poi sostituito da imbarcazioni di minor pescaggio e capacità molto ridotta. Alla crisi hanno concorso l’abbassamento del lago, dragaggi insufficienti o tardivi e le caratteristiche dei mezzi di Busitalia.

Navigabilità e battelli inquinanti

Lo ha riconosciuto l’assessore regionale Simona Meloni: «Parliamo di battelli che hanno quasi sessant’anni di vita, con un pescaggio di acqua incompatibile con i livelli attuali del lago

E, aggiunge Calzini, «particolarmente inquinanti»: hanno ancora motori termici, mentre su molti laghi italiani ed europei si passa a mezzi elettrici.

Calzini porta l’esperienza dei tre battelli di PaneOlio: imbarcazioni a fondo piatto, sostenute da tubolari longitudinali in alluminio, con un pescaggio di appena 30–40 centimetri secondo il carico.

Possono raggiungere quasi tutte le darsene anche con livelli sfavorevoli e avvicinarsi a gran parte delle sponde.

Garantiscono, insomma, una navigabilità «buona». Ma quella del Trasimeno dovrebbe essere anche «giusta», e per Calzini oggi non lo è.

Come fare i dragaggi

A suo giudizio, Busitalia, oltre ad offrire un servizio non invidiabile, esercita di fatto un «monopolio» sulla navigazione collettiva. Per eventi e manifestazioni, ad esempio, chi necessita di corse charter, può rivolgersi solo al gestore, anche se pratica prezzi molto superiori ai costi ottenibili in proprio.

E forse, aggiungo io, si potrebbe mantenere l’obbligo di chiedere un preventivo al gestore, consentendo però alternative quando risulti troppo oneroso. Oltre a ripensare il sistema delle concessioni, magari con una gara tra operatori specializzati nella navigazione lacuale.

Naturalmente, dice poi Calzini, la navigabilità è legata anche a dragaggi effettuati con regolarità e sapienza.

Calzini qui distingue tra la rimozione delle macrofite subacquee – le lunghe alghe che crescono dal fondo – dall’approfondimento dei canali. Le prime possono ostacolare la navigazione e impigliarsi nelle eliche: rimuoverle è necessario, ma programmabile, anche una sola volta l’anno, previa autorizzazione.

Mantenere aperti i canali richiede invece interventi ripetuti: basta una burrasca di tramontana a spostare i sedimenti e interrare i passaggi appena scavati.

E, secondo Calzini, per farlo, si può intervenire rapidamente con un normale escavatore su una zattera.

Una volta si faceva così. Oggi invece, dopo la solita immancabile autorizzazione, occorre anche stabilire caratteristiche e destinazione dei materiali dragati.

Chiedo perché quei materiali non possano essere semplicemente spostati dove non ostacolano la navigazione.

No – risponde Calzini -vanno portati a terra e trattati!

Una complicazione che mi appare, se non assurda, poco giustificabile.

Nuovi e più semplici passaggi burocratici occorrono per mantenere aperti, e per gli interventi ripetuti con una sola autorizzazione, i passaggi necessari alla navigazione.

Infine, la pulizia delle spiagge, decisiva per la godibilità del lago.

Alghe maleodoranti e distese di fango rendono inospitali le spiagge. Vanno pulite a inizio stagione anche con normali pale meccaniche ed escavatori.

 

Foto tratta da un’intervista a Paolo Vignali delle cui idee parleremo nella prossima puntata

O magari pulisci – spiaggia come quelli che ognuno di noi avrà visto al mare.

Chiedo infine a Calzini, in particolare, cosa si può fare per trattare le distese di fondo prosciugato che campeggiavano nelle foto di apertura della puntata precedente.

E lui osserva che in questo caso occorre, anziché un normale pulisci – spiaggia, un mezzo semovente che, restando sul terreno solido, protenda sulla spiaggia un braccio telescopico di una decina di metri, munito di dischi rotanti che smuovono e arieggiano il terreno.


L’operazione, precisa Calzini, va eseguita a terreno asciutto, prima delle piogge, perché il mezzo deve muoversi sul duro. E non occorre trattare tutta la fascia emersa: data la minima pendenza delle sponde, pochi centimetri d’acqua potrebbero restituirne almeno la metà allo specchio d’acqua.

E siamo al punto dolente: restituire acqua meteorica al lago, facendo sì che ogni goccia caduta nel suo bacino ed in quelli aggiunti raggiunga lo specchio d’acqua.


Immagine dei bacini idrografici che alimentano il Trasimeno, tratta dallo studio “A data-driven approach for assessing future resilience of Trasimeno Lake in central Italy under CMIP6 climate scenarios “ed elaborata mediante ChatGPT

Innanzitutto pulire i fossi

Dunque, anzitutto pulire fossi, torrenti e canali artificiali perché l’acqua meteorica arrivi al lago senza essere rallentata dalla vegetazione e dispersa nel terreno.

E vanno svuotate le vasche di decantazione del canale dell’Anguillara, necessarie alla purificazione dell’acqua, oggi in gran parte colmate e dunque rese inutili.

Calzini non sottovaluta la necessità di Montedoglio e degli altri grandi interventi, ma nell’attesa ritiene vitale sfruttare ogni possibilità offerta dalla manutenzione. Non va trascurato nulla.

Ricorda, ad esempio, gli attraversamenti ostruiti lungo il raccordo Perugia-Bettolle e, verso Terontola, il rilevato stradale che in alcuni punti fa quasi da diga: liberare i passaggi esistenti e praticarne di nuovi permetterebbe di convogliare anche quelle acque verso il Trasimeno. E richiama un’altra opportunità.

Ampliare il bacino idrografico verso nord, con interventi analoghi a quelli realizzati negli anni Cinquanta e Sessanta a sud del lago.

Conviene qui ricordare uno studio della Facoltà di Agraria dell’Università di Perugia che, alla fine degli anni Novanta, propose di convogliare nelle sponde Nord del lago i torrenti Esse, Vallaccia e Formanuova. L’apporto stimato era di 15 centimetri annui di livello del lago. Allora sembrarono troppo pochi e quel progetto fu giudicato insufficiente. Oggi magari averli!

E ritorna il leitmotiv di Calzini: fare subito ciò che può essere fatto subito, senza che operazioni tecnicamente banali siano bloccate per anni dall’incuria, spesso giustificata con il «Non ci fanno fare niente, tanto vale non curarsene».

I lavori devono seguire il clima, non solo le autorizzazioni.

E credo sia interessante riportare qui in chiusura alcune frasi di Simona Meloni in Consiglio Regionale, quando era all’opposizione. Che richiamano quanto riportato finora:

«Va curata la manutenzione e gestione dei corsi d’acqua, delle opere idrauliche di terza categoria e della linea navigabile»; e, più in generale: «La definizione e la realizzazione dei necessari interventi strutturali volti a stabilizzare definitivamente il livello del lago», compreso «l’ampliamento del bacino imbrifero», ed ancora. «Importante stabilire anche un cronoprogramma, puntando sulla prossima stagione turistica. Giunta regionale e parlamentari lavorino insieme per consentire di ottenere le risorse economiche necessarie. Serve un salto di qualità da fare tutti insieme».

Parole che sembrano un auspicio per quanto da fare oggi con l’Unità operativa per il bacino del Lago Trasimeno

Quanto all’ampliamento del bacino imbrifero e più in generale, quali interventi decidere, progettare e finanziare per salvare il Trasimeno, ne parleremo nella prossima puntata.

Non la perdete perché vi saranno cose molto interessanti: un migliore utilizzo di Montedoglio, nuovi possibili invasi e connessioni idrauliche per affrontare un’emergenza sempre più severa.