di Sud
In campo gastronomico la globalizzazione ha prodotto molti effetti positivi, facendo scoprire a una grande platea cibi e pietanze nuove. In Italia il “saldo import/export” può dirsi decisamente in pareggio. Abbiamo importato molto: hamburger e wurstel (deformazione del tedesco Würstchen, che, come diminutivo di Wurst significa letteralmente “piccola salsiccia”), cous cous e kebab, involtini primavera e sushi. Ma abbiamo esportato la pizza e la pasta, la mozzarella e il parmigiano, le polpettte e il tiramisù, e non è poco.
Tra le “importazioni” ce n’è una che ha avuto, indirettamente, un forte impatto sulla gastronomia: Halloween. L’antica festa celtica, divenuta popolare negli Stati uniti nei primi decenni del Novecento, ha “invaso” l’Italia nell’ultimo mezzo secolo, facendo diventare la commemorazione dei defunti rito pubblico, da familiare che era. In questo rito, tra zucche, travestimenti e scherzetti, ai dolcetti ci pensa spesso il supermercato più vicino.
In Italia a farne le spese è stata così la grande varietà di dolci commemorativi, un patrimonio culturale immateriale di straordinaria ricchezza. Patrimonio che affonda le radici in un affascinante sincretismo tra culti pagani e liturgia cattolica, stagionalità e gestione del lutto. I dolci, per lo più antropomorfi, davano luogo a una sorta di “cannibalismo simbolico”: i defunti offrono il loro corpo affinché i vivi, e soprattutto i bambini, conservino la loro memoria.
Un ricordo macabro di questa tradizione è nel Giorno della civetta di Sciascia. Pizzuco, il mandante di un omicidio mafioso, vuole tranquillizzare Zecchinetta, il sicario, preoccupato perché è stato riconosciuto da Nicolosi, un testimone; ma Zecchinetta, scrive Sciascia, «non avrebbe più dovuto nutrire preoccupazione alcuna, essendo ormai Nicolosi, così testualmente si espresse il Pizzuco, buono solo a far trovare i pupi di zucchero ai bambini».



