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di Gabriella Mecucci

Nemmeno l’autunno raffredda la sfida al calor bianco dei Colaiacovo. Di recente è stata messa sul tavolo nientemeno che una richiesta di fallimento per la Fc Gold, finanziaria del ramo della famiglia che fa capo a Giuseppe. A depositarla presso il tribunale di Perugia sono state Francesca e Paola, entrambe sue cugine. Quali le ragioni di questa iniziativa?

Per capire occorre addentrarsi nella ormai labirintica storia della “the Colaiacovo war”, come la chiamano alla city di Londra che su questa complicata vicenda un paio di anni fa fece sentire la propria voce. Le figlie di Pasquale avevano già fatto ricorso al tribunale di Milano per un paio di ragioni. La prima riguardava il diritto di prelazione interno alla famiglia che aveva consentito a Carlo e Ubaldo di acquistare il 25 per cento della Financo, la cassaforte che detiene tutte le proprietà dei cementieri eugubini. Zio e nipote avevano comprato il quarto dell’impero dall’eterno nemico Giuseppe per 450milioni, sottraendolo a Gianluca Vacchi, il miliardario influencer emiliano, proprio in virtù della prelazione. Ma, incredibile a dirsi, era stato quest’ultimo a dare ai due acquirenti i 70 milioni che gli mancavano per raggiungere l’astronomica cifra da versare alla Fc Gold . Diavolerie del mondo del business, si dirà: che uno infatti presti i suoi soldi per farsi soffiare un affare, è davvero una stravaganza imprevedibile per noi poveri stipendiati.

L’annosa vicenda sembrava comunque essersi conclusa col trionfo di Carlo e Ubaldo. Ma Paola e Francesca, rimaste isolate con il loro quarto di proprietà, tanto da non essere inserite in nessun organismo dirigente del gruppo, hanno deciso di “resistere” sollevando due questioni davanti alla Magistratura milanese. Il primo ricorso obiettava sulla possibilità di esercitare nella fattispecie il diritto di prelazione. Il prestito di Vacchi – questo l’argomento – rendeva protagonista dell’acquisto anche un soggetto estraneo alla famiglia e quindi quella clausola non poteva essere utilizzata. In prima istanza il giudice milanese non accettò la tesi del ricorso, ma Paola e Francesca si appellarono e la sentenza di secondo grado non è stata ancora pronunciata.

L’altra questione sollevata dalle figlie di Pasquale riguarderebbe un accordo scritto che coinvolgerebbe loro, Giuseppe Colaiacovo e Gianluca Vacchi. Questa intesa impegnerebbe le parti a non vendere separatamente e in segreto, stabilendo l’obbligo vicendevole di informarsi. Chi non avesse  rispettato la clausola, avrebbe dovuto pagare una penale di 150milioni, garantiti da fideiussione.  Francesca e Paola sostengono che nessuno disse loro niente e quindi pretendono ora il risarcimento per il danno ricevuto.

Questo secondo ricorso ha avuto subito un effetto: il magistrato ha deciso il sequestro cautelativo dei 150milioni. Ma l’imponente cifra non sarebbe stata trovata: le casse di FC Gold infatti sarebbero vuote. Da qui scaturirebbe la decisione delle figlie di Pasquale di presentare l’istanza di fallimento della finanziaria del cugino Giuseppe. Nel raccontare l’intera vicenda è d’uopo usare sempre il condizionale perché alcuni dei fatti citati, sebbene mai smentiti, non hanno però mai ricevuto una conferma ufficiale.

Il nuovo fronte della ”guerra del cemento” riguarda ora i due rami della famiglia un tempo alleati: da una parte la Gold di Giuseppe e dall’altra Paola e Francesca che all’inizio avevano indirizzato il loro ricorso solo contro Vacchi, ma che ora con l’istanza di fallimento puntano anche contro il cugino.

Il primo fronte inoltre della “Collaiacovo war”, che da tempo anima e agita la tranquilla vita di una cittadina di provincia come Gubbio, resta aperto: Giuseppe infatti non ha ritirato nessuna delle azioni legali contro lo zio Carlo, nemmeno dopo aver venduto a lui e a Ubaldo il suo 25per cento.

La “pace del cemento” appare sempre più lontana. La Colacem in compenso continua a fare buoni affari. Nel 2025 il fatturato ha raggiunto i 529milioni: un più 7per cento rispetto a quello del 2024 (493,6 milioni). Le liti di famiglia non turbano dunque il business dell’impero Colaiacovo che continua a fare profitti come se niente fosse.