di Francesco Scotti
Ho intitolato questo intervento C’era una volta il manicomio. Il richiamo al celebre film di Sergio Leone è voluto. Non per evocare un genere cinematografico, ma perché, come accade per il West del film, anche del manicomio si è quasi perduta la memoria. Ricostruirne la storia significa allora sottrarla all’oblio e, insieme, evitare che venga sostituita dal mito.
Oggi il manicomio sembra appartenere a un passato remoto, quasi irreale. Le nuove generazioni attraversano quotidianamente gli spazi che un tempo costituivano l’ospedale psichiatrico di Perugia senza sapere quale storia custodiscano. I luoghi che lo ospitavano sono stati restituiti alla città e hanno assunto nuove funzioni: scuole, università, servizi sanitari, spazi pubblici. Chi oggi percorre il parco di Santa Margherita difficilmente immagina che esso abbia rappresentato per oltre mezzo secolo uno dei principali luoghi di internamento psichiatrico dell’Italia centrale.
La trasformazione di quel luogo è stata così radicale da cancellarne quasi ogni traccia. Questa cancellazione della memoria costituisce un fenomeno paradossale. La chiusura dei manicomi rappresenta infatti una delle trasformazioni istituzionali più radicali avvenute nell’Italia repubblicana. Eppure proprio il successo della riforma sembra aver reso invisibile ciò che essa ha superato. Ne deriva una duplice esigenza: ricostruire storicamente il funzionamento dell’istituzione manicomiale e comprendere le condizioni culturali, politiche e professionali che hanno reso possibile il suo superamento. La chiusura dei manicomi rappresenta una conquista irreversibile soltanto se ne rimane viva la memoria storica. Quando questa memoria scompare, sopravvive la legge, ma si indeboliscono le ragioni culturali che l’hanno resa possibile. Ricostruire quella storia non significa celebrare un passato eroico; significa comprendere come sia stato possibile sostituire una cultura della custodia con una cultura della cura.
L’esperienza di Perugia assume, da questo punto di vista, un interesse particolare. Pur inserendosi nel più ampio movimento di rinnovamento della psichiatria italiana, essa presenta caratteristiche proprie che ne fanno un laboratorio originale della deistituzionalizzazione. Ricostruirne il percorso significa sottrarre quella vicenda all’oblio e, nello stesso tempo, restituirla alla storia della psichiatria italiana.
La trasformazione dell’ospedale psichiatrico di Perugia non fu una declinazione locale della riforma basagliana, ma un’esperienza originale, maturata all’interno del clima culturale degli anni Sessanta, che anticipò molti principi della legge 180 e sviluppò un proprio modello teorico della cura.
Il manicomio era una città chiusa, al limite della grande città. Era un mondo separato che però riproduceva, in piccolo, ciò che caratterizzava il mondo esterno, soprattutto nelle sue qualità peggiori. A questo proposito va detto che l’errore più frequente consiste nel considerare il manicomio semplicemente come un ospedale destinato alla cura delle malattie mentali. In realtà esso costituiva un’istituzione sociale complessa, organizzata secondo una propria cultura, un insieme di valori, norme e pratiche che regolavano non solo la vita dei ricoverati ma anche quella degli operatori.
L’organizzazione spaziale dell’ospedale psichiatrico di Perugia rendeva immediatamente evidente questa concezione. La separazione rigorosa tra uomini e donne non rispondeva soltanto a esigenze organizzative, ma rifletteva una visione moralistica della sessualità. Anche il personale era sottoposto a regole analoghe: infermieri e infermiere lavoravano in mondi quasi separati; le suore esercitavano un controllo capillare sull’organizzazione quotidiana; alle donne erano precluse responsabilità direttive.
La psichiatria si intrecciava con un sistema di controllo morale che investiva ricoverati e operatori. In questo contesto il ruolo dell’infermiere assumeva un significato emblematico. Nei reparti era affisso un cartello – «Infermiere, le chiavi sono il tuo fucile» – che sintetizzava efficacemente l’identità professionale richiesta. Le chiavi non erano soltanto uno strumento tecnico; rappresentavano il simbolo del potere custodialistico. L’infermiere era anzitutto il garante della separazione tra il manicomio e la società.
Questa organizzazione non derivava dalla cattiveria dei singoli operatori. Era la conseguenza coerente di una cultura istituzionale che identificava il malato mentale con la pericolosità e affidava alla segregazione il compito fondamentale della psichiatria.
Uno degli equivoci più diffusi nella ricostruzione della storia della psichiatria italiana consiste nel far coincidere il cambiamento con l’approvazione della legge 180 del 1978.Nel caso di Perugia il processo era iniziato molti anni prima.
L’arrivo di Carlo Manuali nell’ospedale, sostenuto dal presidente della Provincia Ilvano Rasimelli, segnò l’avvio di un progetto che non si limitava a migliorare le condizioni di vita dei ricoverati. L’obiettivo era molto più radicale: modificare il significato stesso dell’istituzione psichiatrica.
In questa prospettiva la riforma non fu inizialmente una questione sanitaria. Fu una questione politica, nel senso più alto del termine. Essa riguardava il rapporto tra la città e i suoi esclusi, tra le istituzioni e i diritti di cittadinanza, tra il sapere medico e la partecipazione democratica.
Per questo motivo il clima culturale del Sessantotto non costituì un semplice sfondo storico, ma una condizione essenziale della trasformazione. L’introduzione delle assemblee, la partecipazione dei cittadini, il coinvolgimento delle amministrazioni locali, la nascita dei servizi territoriali erano manifestazioni di una più generale democratizzazione della vita pubblica.
Quando arrivai a Perugia nel 1967, Manuali non mi accompagnò anzitutto dentro l’ospedale, ma dentro la città. Mi mostrò i luoghi dell’anticlericalismo perugino, a partire dalla lapide dedicata a Giordano Bruno. Quel percorso mi fece comprendere che per lui la psichiatria non poteva essere separata dalla cultura civile di una comunità.
La chiusura dell’ospedale psichiatrico e la costruzione di una rete di servizi di territorio cui affidare l’assistenza psichiatrica fu un’operazione politica prima che una trasformazione organizzativa e professionale. Riguardò cioè la Polis, i rapporti complessi tra servizi e comunità, il superamento dello stigma di cui godevano i pazienti psichiatrici e i loro curanti. Ciò avvenne molto prima della legge 180 del 1978. Fin dall’inizio l’ospedale fu aperto all’esterno, nel doppio senso che i ricoverati potevano uscire per andare in città e i cittadini potevano entrare nell’ospedale senza limiti. L’ospedale diventava un’istituzione aperta e trasparente. Fu data parola ai malati, e non solo ai singoli nel loro colloquio col medico o con l’infermiere, ma fu data una parola collettiva, nelle assemblee quotidiane dei reparti e, una volta alla settimana, di tutto l’ospedale. Vi posso assicurare che la parola collettiva è molto più vera della parola individuale: mette in evidenza i bisogni collettivi, ha una forza di persuasione inestimabile. Ma fu data parola anche ai cittadini che partecipavano alle assemblee e si confrontavano con i propri timori, i propri pregiudizi, i propri bisogni. Il regolamento dei centri di igiene mentale, così si chiamavano allora quelli che oggi si chiamano centri di salute mentale, fu il frutto, nel 1974, di una serie di consultazioni popolari nelle principali città della provincia. Un’altra caratteristica vorrei segnalare di questa trasformazione: medici, assistenti sociali, infermieri (allora non esisteva ancora la professione di psicologo), usciti dalle mura dell’ospedale psichiatrico incontravano altre sofferenze oltre quelle che erano state recluse nell’ospedale psichiatrico. Incontravano le difficoltà dei bambini nelle scuole, le sofferenze degli operai a causa delle condizioni di lavoro nelle fabbriche, i conflitti nelle famiglie: incontravano cioè la molteplicità di problemi che incidono sulla salute mentale. Per questo i servizi non si chiamano centri di psichiatria ma centri di salute mentale.
Era quello un periodo di contatti e confronti tra gli operatori che si erano impegnati per trasformare l’assistenza psichiatrica. Particolarmente significativi sono stati gli incontri con Franco Basaglia. Anche di lui parlerò a partire dalla mia esperienza. Basaglia ha scritto molto e molto è stato scritto su di lui. Le fonti sono facilmente accessibili e perciò non c’è bisogno di citarle.
Ho conosciuto Basaglia a Roma, nel 1965, presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università dove era venuto a fare una conferenza. Aveva allora circa quarant’anni. Basaglia era già noto per i suoi studi di antropo-analisi: apparteneva a quel piccolo gruppo di psichiatri italiani che, sulle tracce di Binswanger, cercavano di liberare la psichiatria italiana dal dogma neurologico che ne aveva fermata, fino ad allora, l’evoluzione. I suoi compagni di strada erano Cargnello, Callieri, Calvi. Ma a Roma Basaglia, in quell’occasione, invece di parlar di filosofia, parlò della sua esperienza come direttore dell’ospedale psichiatrico di Gorizia, dove lavorava dal 1961. Raccontò come avesse aperto il manicomio, liberato i matti dalle catene. Si raccontava già allora che, alla fine della prima giornata di direzione, il capo infermiere si era presentato da lui con la lista dei malati che dovevano essere legati a letto durante la notte. Lui guardò il foglio e disse, in veneziano: E mi no firmo. Così incominciò la rivoluzione basagliana.
A Roma descrisse e giustificò il suo lavoro per cambiare l’ospedale e fece riferimento a una cornice culturale delineata dai “Manoscritti economico-filosofici” di Karl Marx. Si definiva un marxiano, non un marxista. I professori della Clinica incominciarono a dire che era un marziano non un marxiano, tanto estraneo era il suo modo di pensare rispetto a quello che portava all’impostazione carceraria della psichiatria accademica dell’epoca. Non è a caso che la legge vigente, del 1904, caratterizzasse il malato mentale come “pericoloso a sé e agli altri e di pubblico scandalo”.
Ho rivisto Basaglia nel 1967 a Gorizia, dove siamo andati con un piccolo gruppo di colleghi a vedere che cosa vi stava accadendo. Partecipammo alle assemblee dell’ospedale in cui i ricoverati parlavano liberamente dei problemi di convivenza e della possibilità di riprendere una vita normale fuori dell’ospedale. Devo dirvi che io sono rimasto stordito partecipando all’incontro di ricoverati, di medici ed infermieri nel reparto dove erano concentrati i dementi. In un silenzio assoluto ogni tanto qualcuno si alzava e diceva poche parole; e poi vi era un altro lungo silenzio. Ma queste parole avevano un senso, erano il segno di una vita significativa anche se rallentata. È stata un’esperienza angosciante che aveva però in sé il messaggio che non c’è limite alla comunicazione e alla comprensione. Tornati a Perugia anche noi abbiamo incominciato, nel gennaio 1968, le assemblee quotidiane trasformando quello che prima era stato un impegno di umanizzazione e razionalizzazione in una situazione in cui si costruiva una comunità auto evolvente.
Basaglia, chiusa l’esperienza di Gorizia per l’opposizione dell’Amministrazione, si trasferì prima a Colorno, l’ospedale psichiatrico di Parma, e poi a Trieste. Dopo Trieste avrebbe dovuto andare a Roma, a dirigere il Santa Maria della Pietà, ma non ci arrivò mai perché un tumore lo uccise nel 1980. Gli incontri tra Perugia e Trieste si sono ripetuti spesso, con lunghe discussioni, confronti e scontri. Era quello il periodo di una ricerca di chiarezze teoriche e di purezze operative. Non saprei come definire quel periodo se non con un’espressione paradossale, delle convergenze divergenti.
Se a qualcuno, che ancora ricorda la storia, viene chiesto chi sia il Basaglia dell’Umbria, la risposta sarà probabilmente che è Carlo Manuali. Credo che non avrebbe gradito questa elevazione agli altari, perché Manuali ha sempre sostenuto la necessità di lavorare insieme, senza privilegi di carica. Infatti Perugia è sempre stata policentrica: i vari gruppi hanno portato avanti modalità di intervento e di ricerca differenti e questa è stata la sua grande ricchezza, che ha permesso alla psichiatria di comunità di svilupparsi per molti anni in modo originale.
Tra i molti incontri scontri con Basaglia, quelli tra lui e Manuali erano certamente i più polemici. Basaglia e Manuali concordavano sulla critica alla psichiatria ma, mentre Basaglia considerava ogni tecnica psichiatrica come violenta, controllante, manipolatoria, Manuali si poneva la domanda se, smontando non solo la psichiatria ma anche la medicina e la stessa biologia, fosse possibile poi costruire una scienza credibile da porre a fondamento della cura.



