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Differente, non indifferente. Questo il motto che riassume lo spirito del PerSo 2022, festival che si è ritagliato, nel giro di pochi anni, un posto importante nel panorama dei concorsi a livello internazionale. Tanti infatti i titoli arrivati da ogni parte del mondo selezionati dalla direzione artistica di Giovanni Piperno e Luca Ferretti nelle cinque competizioni in programma. Un evento capace di coinvolgere un’intera città, comprese strutture, persone e pezzi di comunità non sempre integrate. Unica è infatti la giuria composta dalle detenute della Casa circondariale di Perugia-Capanne. Una città, tre sale cinematografiche, nove giorni di programmazione ad ingresso gratuito, con cinque categorie di concorso, oltre 50 titoli nazionali e internazionali, 10 anteprime italiane, masteclass, eventi speciali e ospiti in sala. E torna la formazione con il progetto Itineranze. Ospitiamo qui sotto una riflessione dei due direttore artistici PerSo – Perugia Social Film Festival.

di Luca Ferretti e Giovanni Piperno

Non è facile riuscire calcolare quanti sono i festival di cinema in Italia: dovremmo essere attorno ai 150, di cui almeno 35 sono quelli che hanno sezioni o sono dedicati al cinema documentario; ma se si contano anche i più piccoli e tutte le rassegne si supera il numero 1000.
Dopo l’edizione militante pandemica del Perso 2020, e quella quasi a formato pieno del 2021, ma con la capienza delle sale ancora al 50% e un budget insufficiente, volute e sostenute da tutta la squadra di lavoro, e dopo tutto quello che è successo e sta succedendo in questi ultimi tre anni (non solo il Covid, ma i conflitti, il pianeta sempre più a rischio per la crisi ambientale, la questione dei migranti sempre più aggravata ma anche sempre più rimossa… ), ci siamo chiesti ma il Perso serve?
Serve un altro festival di cinema nel nostro paese? Dopo otto edizioni certe domande è bene farsele. E non sono domande retoriche: senza uno sforzo per dare un’anima originale ad un piccolo festival come il nostro – piccolo in termini di risorse economiche ma non in termini di numero di film, giorni di programmazione, ospiti internazionali, cinema coinvolti, pubblico – si rischia di perdere il senso di quello che si fa.
Anche perché oggi tutti noi raccontiamo continuamente la realtà con i nostri telefoni, sommergendo la rete di milioni di immagini al 98% prive di sguardo, se non quello rivolto verso noi stessi. E contemporaneamente la democraticizzazione dei mezzi di produzione professionali ha portato ad un’offerta di audiovisivo, in particolare di “cinema della realtà”, che supera ampiamente la domanda mainstream, visto che le nuove gigantesche piattaforme globali esigono solo film e serie che rispettino le loro regole narrative, e quindi di gran parte di questa sconfinato numero di opere quasi nessuno può fruirne.
Insomma in questo panorama orwelliano (il povero Orwell temo stia superando Pasolini come scrittore più citato) nel quale ogni attimo della nostra vita è sommerso dalle immagini e contemporaneamente ne deve produrre altrettante, fino non riconoscere più il confine tra la realtà e la sua rappresentazione, ricevere e selezionare 38 film tra lunghi e corti, da tutto il mondo, che ci aiutino a comprendere il presente e, possibilmente anche noi stessi, e soprattutto che siano BELLI, devo dire è già un motivo di esistere. E da questa grande offerta globale siamo riusciti anche a selezionare lavori che indicano scelte linguistiche innovative, in particolare aprendo quest’anno una prima piccola sezione di documentari VR in un luogo magico del centro storico della città.
E c’è il nostro pubblico: come hanno dimostrato le ultime due edizioni, realizzate durante le diverse ondate pandemiche, con le sale contingentate, il nostro è coraggioso e cinefilo – nutrito e cresciuto da una rete di sale d’essai, credo unica al mondo, per una città che ha meno abitanti del Tuscolano (un quartiere di Roma), e che è il cuore del nostro Festival – partecipa a tutte le nostre proiezioni, anche quelle dei film più sfidanti (che non mancano mai al Perso), e dallo scorso anno guarda alcuni dei nostri film da tutta Europa anche sul web. Quest’anno la sfida è ancora difficile: le sale sono tornate al 100% della capienza, ma in tutta Italia sono in gran parte deserte e hanno ricominciato a chiudere. I confinamenti hanno impigrito e spaventato gli spettatori italiani molto più che i loro colleghi degli altri paesi europei, dove il pubblico è tornato nelle sale con percentuali di poco inferiori al pre-pandemia.
Insomma, si, il Perso serve, anzi: ora che abbiamo così bisogno di ricordare al pubblico il piacere e l’emozione di condividere esperienze artistiche e culturali con altri esseri umani, servono più che mai tutti i 150 festival di cinema italiani. E infatti quest’anno torniamo a nove giorni di programmazione, abbiamo tutte le nostre sezioni “storiche” più una nuova, e soprattutto torniamo a fare formazione per giovani registe e registi: con il progetto Itineranze che collega sei tra i più importanti festival di cinema documentario italiani per un percorso ricco ed articolato per lo sviluppo di progetti di film in cerca di produttori e broadcaster.

Sul sito persofilmfestival.it il programma di proiezioni ed eventi in sala dal 1 al 9 ottobre a Perugia