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di Lucio Caporizzi

Quando si parla di sviluppo economico, l’attenzione in genere si concentra sull’analisi della situazione economica dell’Umbria e, in termini spesso prettamente conseguenziali, degli indirizzi programmatici da seguire. Per esempio, se dall’analisi emerge (come in effetti emerge) la scarsa capacità di innovare del sistema regionale, di conseguenza si individua nella elaborazione ed attuazione di misure di sostegno agli investimenti innovativi e di incentivazione alle attività di Ricerca e Sviluppo una delle priorità per le scelte di policy.

Tale modo di agire è sicuramente corretto, ma resta sovente incompleto. Manca, infatti, quasi sempre il “come”. Cioè, l’analisi è ben realizzata, le linee di azione individuate sono coerenti con l’analisi, ma quando si arriva poi al come attuare, in che modo e con quali strumenti, allora si ripiega sul “business as usual”, con un comportamento inerziale che porta ad utilizzare strumenti ripresi dalla solita cassetta degli attrezzi, senza in genere chiedersi più di tanto se tali strumenti sono idonei e realmente efficaci.

Oltre al livello più strettamente operativo della “cassetta degli attrezzi”, il “come” ha a che fare anche con il livello più ampio della strumentazione programmatica da poter utilizzare e, quindi, delle relative risorse, sia in termini quantitativi che dal punto di vista del livello di discrezionalità nell’uso delle risorse stesse.

Per una piccola regione come l’Umbria, tale fondamentale aspetto è stato finora rappresentato sostanzialmente dai Programmi cofinanziati dall’Unione europea a valere sui fondi strutturali della Politica di coesione e sui fondi per lo Sviluppo rurale. La programmazione europea attualmente in corso è la 2021-2027 (i cicli sono settennali) e già si sta preparando quella per il periodo 2028-2034, con la proposta del bilancio europeo per il settennio in questione da parte della Commissione europea.

Proprio con riferimento alla nuova programmazione europea, Catiuscia Marini ha recentemente espresso alcune preoccupazioni e lanciato un avvertimento con un post su Facebook, ripreso anche da alcuni media locali. Marini da presidente della Regione Umbria ha coordinato per diversi anni le Regioni italiane proprio sul tema degli Affari europei. Inoltre ha svolto un ruolo di primo piano nel Comitato delle Regioni a Bruxelles (organo consultivo della Commissione europea). Attualmente, pur in altro ruolo e in altra veste, continua a seguire le politiche europee. Si tratta, quindi, di persona “ben informata dei fatti” e, quindi, il suo avvertimento è da tenere in debita considerazione.

Ma quale “pericolo” si profila all’orizzonte, sul fronte cruciale dei fondi europei? Per capire, si tratta di affrontare una tematica piuttosto complessa, che richiede di essere trattata in più riprese, iniziando, per ora, a delinearne i tratti essenziali, rimandando a prossime “puntate” per maggiori approfondimenti.

Ormai circa un anno fa, il 16 luglio 2025, la Commissione europea ha presentato il pacchetto legislativo contenente la proposta per il Quadro finanziario pluriennale (qfp) 2028-2034. Come di consuetudine, l’attenzione degli Stati membri si è focalizzata prevalentemente sul livello quantitativo delle risorse previste, livello giudicato eccessivo dai Paesi cosiddetti “frugali” (prevalentemente del Nord Europa). In realtà, se misurato in termini di percentuale del reddito nazionale lordo della UE, il livello sarebbe di poco superiore all’attuale (1,26% contro 1,13%) e la differenza è quasi interamente dovuta alle rate per il rimborso del prestito contratto dalla Commissione per finanziare Nex generation Eu, nell’ambito del quale si è collocato il ben noto Pnrr.

Occorre tenere presente che il bilancio comunitario ha ben poche entrate proprie (che vengono infatti previste in aumento nella proposta per il 2028-2034), venendo per la gran parte alimentato da trasferimenti che gli Stati membri versano nelle casse di Bruxelles, in proporzione alla rispettiva taglia economica. Questo fa sì che i Paesi si possano suddividere tra contribuenti netti – che versano più di quanto vanno a ricevere – e beneficiari netti, per i quali vale il contrario. Succede quindi che nel negoziato, i primi tendano a minimizzare il loro saldo negativo, mentre i secondi a massimizzare il saldo positivo.

Si è aperta sui media locali, in questi giorni, una discussione sulla nuova programmazione dei Fondi europei. Ma le novità nella proposta della Commissione non si fermano all’intento di aumentare – seppur di poco, come abbiamo visto – il bilancio europeo. Cambia anche l’architettura del bilancio e la distribuzione delle risorse tra le varie finalità.

Per quanto riguarda il primo aspetto si propone una forte semplificazione, passando dagli attuali 7 rubriche, 52 programmi di spesa e 8 strumenti speciali a, rispettivamente, 4, 16 e 3.

La riduzione delle rubriche del bilancio comporta effetti che riguardano direttamente le Regioni e, quindi, anche la nostra Umbria per la quale, come si è detto sopra, i fondi europei della Politica di coesione e per lo Sviluppo rurale rappresentano storicamente la parte principale delle risorse per le politiche di sviluppo.

Ricordiamo, intanto, che i programmi europei sono a gestione concorrente (con gli Stati membri), a gestione diretta da parte della Commissione o indiretta, cioè affidati per l’attuazione a un organismo esterno (organizzazioni internazionali, banche di sviluppo o altri). La gestione concorrente presuppone una preassegnazione dei relativi fondi (un riparto) agli Stati membri.

La riduzione delle rubriche fa sì che l’insieme dei fondi preassegnati agli Stati membri verranno ricompresi nella stessa rubrica ed esattamente la Rubrica 1, nella quale quindi andranno a confluire le risorse per la coesione economica, sociale e territoriale, per l’agricoltura e lo sviluppo rurale (PAC), la pesca, le migrazioni e la sicurezza interna.

Abbiamo qui un punto che merita particolare attenzione, in quanto le politiche di coesione e la PAC (Politica Agricola Comune), quindi anche lo Sviluppo rurale, sono attualmente collocate in rubriche diverse, esattamente nella 2 per la coesione e nella 3 per la PAC.

Mettere insieme nella stessa rubrica le politiche di coesione e lo sviluppo rurale, può avere un senso dal punto di vista della logica programmatica, in quanto si tratta di politiche che perseguono l’obiettivo generale comune di ridurre le disparità territoriali, ma può portare ad una sorta di “competizione” per l’assegnazione delle risorse.

Risorse che, peraltro, sono previste in riduzione.

L’analisi comparativa, infatti, mostra una significativa ricomposizione delle risorse nella proposta di QFP 2028-2034 rispetto alla situazione attuale. Dal confronto, si vede bene la compressione delle risorse destinate alla rubrica 1 (comprendente, appunto, le politiche di coesione e la PAC) sul totale, passando dal 67,3 al 49,4 per cento al netto del rimborso NGEU, a fronte dell’espansione di quelle della rubrica 2 (competitività), che dal 16,6 per cento raggiungono il 32,4. Inoltre la riallocazione proposta comporta una riduzione del peso relativo dei programmi a gestione concorrente (della rubrica 1) a favore di quelli a gestione diretta o indiretta della Commissione (in particolare del già citato Fondo europeo per la competitività, collocato nella rubrica 2).

Se aggiungiamo che le risorse della rubrica 1 verranno programmate e gestite tramite la predisposizione di un Piano di partenariato nazionale e regionale (Ppnr, secondo il modello sperimentato con i Piani nazionali di ripresa e resilienza Pnrr), destinato quindi a diventare il principale strumento di programmazione e attuazione delle politiche della UE gestite in collaborazione con gli Stati membri e le Regioni e tesi ad integrare in un unico quadro strategico una pluralità di fondi e programmi oggi disciplinati separatamente, allora si iniziano a capire i possibili elementi di preoccupazione di cui all’inizio di questo scritto.

Aumento della quota di risorse gestite direttamente dalla Commissione, quindi maggior centralizzazione; accorpamento di una pluralità di fondi, dalla coesione all’agricoltura alla migrazione in un’unica rubrica, con probabile “competizione” tra di essi; passaggio da 540 programmi, molti dei quali regionali, a 27 Piani nazionali; riduzione di quasi il 14% del valore finanziario delle componenti della coesione; probabile indebolimento del ruolo delle Regioni, che dovranno cercarsi uno “spazio” di agibilità politico-programmatica all’interno dei Piani nazionali.

Insomma, da questa prima veloce rassegna, gli elementi di preoccupazione di cui si parlava agli inizi paiono ben fondati, come pare ben fondato, conseguentemente, l’appello a presidiare con la massima attenzione il percorso di costruzione della nuova programmazione europea 2028-2034.