Una precisazione è subito necessaria. Stiamo lanciando un warning sui destini del Trasimeno, e Passaggi Magazine non pretende di sostituirsi a tecnici, istituzioni o decisori. Cerchiamo di mettere insieme dati, studi, progetti vecchi e nuovi, esperienze e domande ancora aperte. Questioni che non possono più restare separate, ciascuna nel proprio cassetto e con i propri tempi.
Facciamo solo divulgazione: il più possibile serena, comprensibile e concreta; accanto ai rischi, esistono interventi possibili e dunque ragioni per alimentare speranze.
Dunque, come avevamo scritto fin dalla prima puntata, vogliamo solo aprire il dibattito da concludere in fretta, come l’emergenza richiede.
di Fabio Maria Ciuffini e Giampiero Rasimelli
È di Franco Calzini, Presidente dell’ARCI di Perugia, questa foto di un idrometro del Trasimeno
Siamo ormai oltre due metri sotto lo zero idrometrico, oltre il fondo scala. Un dato impressionante!
Con una profondità media del lago di poco più di quattro metri significa, averne perso ormai più o meno la metà.
Ed ora altre foto di questi giorni. (Mario Muzzatti – Oasi naturalistica la Valle).
Occhieggiate bene: dall’incile l’acqua appare lontana, oltre una vasta fascia occupata dalla vegetazione. È evidente l’arretramento del lago. Se la vedesse Pompilj, il grande storico del Trasimeno, si metterebbe le mani sui capelli!
Questa foto misura la gravità della situazione odierna. E ora vediamo un’altra immagine.
Le sorti del lago proiettate al futuro.
Mostra come, al 2100, potrebbero ridursi estensione e profondità del Trasimeno nei diversi scenari climatici. L’esito più impressionante — il lago ridotto a una pozzanghera, con le isole saldate alla terraferma — ne fa intravedere un possibile progressivo impoverimento dovuto ai cambiamenti climatici. E cambia la scala del problema: i due metri sotto lo zero di oggi potrebbero essere un segnale dello scenario più severo e della necessità di moltiplicare gli sforzi per evitarlo.
Ed ora una considerazione necessaria.
Le soluzioni? Non una: tutte!
Per molti anni si è discusso di quale fosse la soluzione per il Trasimeno. Pulire immissari e spiagge? Montedoglio? Valfabbrica? Il Niccone? Il Caina? Dragare? Limitare i prelievi dalla falda? Scegliere colture meno idroesigenti? Usare battelli di minor pescaggio?
Trasimeno/1 Storia di tutte le volte che stava per prosciugarsi
La situazione è ormai tale che non possiamo più ragionare per alternative. Vanno messe in campo tutte le politiche tecnicamente praticabili, trovando risorse e riducendo al massimo i tempi di scelta, progettazione ed esecuzione. E occorre scalarle nel tempo.
Le cose da fare subito: affrontare l’emergenza utilizzando al meglio ciò che già esiste e contemporaneamente verificare se sia possibile convivere con livelli del lago inferiori a quello oggi considerato ottimale, lo zero idrometrico “regolato”.
Trasimeno/2 Il lago è prima di tutto “prosciugato” dalla burocrazia
Utilizzare gli invasi esistenti: verificare Montedoglio e Valfabbrica e realizzare le necessarie connessioni con il lago.
Realizzare nuovi invasi: Caina, Niccone, Esse-Vallaccia,tutte opere già individuate come possibili e utili.
Prepararsi al cambiamento climatico: se il deficit idrico si aggraverà, servirà una fonte indipendente dalle piogge sul Trasimeno e sui bacini collegati: il mare, mediante dissalazione e adduzione. Non è fantascienza come vedremo: già oggi esistono in Italia condotte per acqua dissalata di lunghezza paragonabile alla distanza fra il lago e il Tirreno, e nel mondo ve ne sono anche di maggiore lunghezza.
Trasimeno/3 La strana storia del traghetto elettrico “affondato” da errori e cavilli
Insomma: utilizzare meglio ciò che abbiamo → collegare gli invasi esistenti → costruirne di nuovi → preparare/progettare una fonte indipendente dalle precipitazioni.
Vediamo allora, una per una, le cose che si possono fare, con quali tempi e con quali difficoltà.
Le cose da fare subito.
L’abbiamo già detto nella seconda puntata: l’emergenza è oggi. Bisogna riportare nel lago quanta più acqua possibile e guadagnare tempo facendo funzionare al meglio ciò che già abbiamo.
In sintesi: «I lavori debbono seguire il clima, non solo le autorizzazioni».
Per quanto riguarda il clima ecco tre ipotesi di piovosità a breve.
Lo zero idrometrico, ormai, potrebbe restare un riferimento storico. Il Piano Stralcio del Trasimeno (PS2) del 2002 individua un livello di guardia di -1,20. Franco Calzini, su basi ovviamente empiriche attinenti alla sua esperienza personale, ci ha già detto che potrebbe essere sostenibile un livello di –1,50.
Forse, considerati i costi necessari per riportare acqua al Trasimeno, l’Unità operativa del Trasimeno, con ARPA, Università, Autorità di bacino di bacino, oltre la danza della pioggia, non dovrebbe promuovere subito uno studio che individui il livello minimo sostenibile dall’ecosistema lago? -1,20? – 1,50? Ancora meno?
E poi, a proposito di manutenzione accettare il consiglio di Silvano Vignali. Che ancora recentemente lavorava in Provincia e nell’Unione dei Comuni: “Occorre ripristinare un fondo congruo, costante e pluriennale per la manutenzione ordinaria del reticolo idrico e dello specchio d’acqua.
Utilizzare gli invasi esistenti: Montedoglio, Valfabbrica
Cominciamo da Montedoglio. Dal febbraio ‘26 arrivano circa 200 l/sec. È solo il primo passo: la fase successiva dovrebbe portare, attraverso il Paganico altri 800 l/sec, filtrati. L’acqua di Montedoglio raggiunge il lago con un percorso di circa settanta chilometri fra gallerie e condotte
Una domanda si impone: potremmo utilizzare l’acqua non ancora assorbita dagli impianti irrigui della Valdichiana, ancora non completati?
Ed ancora. Montedoglio restituisce al Tevere circa 1.800 litri l/sec. Quanta parte è indisponibile e quanta, eventualmente e in quali periodi, potrebbe essere utilizzata temporaneamente per il Trasimeno? In attesa che entrino in funzione altri invasi?
È un conto da fare subito: a livello tecnico e giuridico.
L’altro invaso esistente da utilizzare per portare acque al lago è quello di Valfabbrica.
Servirebbero tubazioni di circa 20 km per raggiungere la cassa di espansione sul torrente Caina, prevista dal progetto del 2004 Cattuto – Gambini – Zucchini di cui parleremo più avanti – da cui pompare poi acqua verso il lago lungo l’emissario utilizzato in controcorrente, aggiungendo al lago circa 20 cm annui.
Andranno prima risolti alcuni interrogativi. Il lago (attende ancora il collaudo) non potrà mai essere completamente vuotato. Per motivi tecnici ma, probabilmente, anche paesaggistici. Poi c’è un progetto (Umbria Acque) che prevede un prelievo di 500 l/sec, per alimentare il sistema acquedottistico Perugino–Trasimeno. E non dimentichiamo che quella diga è stata pensata per irrigare la Valle Umbra.
Anche immaginando coltivi meno idroesigenti, irrigazione a goccia etc, è giusto porsi questa domanda: una volta garantiti gli usi idropotabili, quelli irrigui per i quali l’invaso è stato costruito, i rilasci ambientali necessari al Chiascio e il volume che deve necessariamente restare nell’invaso, quanti milioni di metri cubi saranno effettivamente disponibili ogni anno per il Trasimeno?
Per anni si è pensato che il sistema Montedoglio – Trasimeno -Tevere, preconizzato da Ilvano Rasimelli, fosse risolutivo. Poi l’avara contabilità dei cm guadagnati rispetto a quelli necessari per fronteggiare la crisi climatica ha imposto di riconsiderare progetti a suo tempo accantonati.
A parlarne pubblicamente è stato – tra gli altri – Sandro Costantini, dirigente del Servizio Rischio idraulico, tutela e valorizzazione delle risorse idriche e adattamento ai cambiamenti climatici della Regione Umbria: cioè il dirigente regionale che ha direttamente fra le proprie competenze la gestione delle risorse idriche. Egli, oltre a riconsiderare Valfabbrica, ha “riesumato” altri due progetti. Quelli del Caina e del Niccone.
Realizzare nuovi invasi: Caina, Niccone
Di quello del Caina abbiamo parlato con Ermanno Gambini, geografo – storico e studioso del Trasimeno che ne è stato coautore. Ricordate Gambini? Quello del libro “Villaggi sommersi del Trasimeno” della prima puntata.
Intervistato nella sede del Museo della Pesca di S. Feliciano di cui è stato per anni Direttore, Gambini ci spiega che il progetto del 2004 prevedeva la laminazione delle acque di piena del torrente Caina in una cassa di espansione da 500 mc nei pressi di Montesperello. In corrispondenza della confluenza del Torrente Caina, del Formanuova e dell’emissario.
Da lì con una stazione di pompaggio ed una condotta di polietilene di un metro di diametro interrata sul fondo dell’emissario del Trasimeno e ben protetta da uno strato di argilla e bentonite, le acque di piena della Caina sarebbero arrivate, in controcorrente appunto, al Trasimeno.
Quel progetto del 2004 intitolato Pronto Soccorso del Trasimeno fu redatto in risposta alla crisi del 2003 – 1,85 cm dallo zero, ritenuta finora la peggiore dopo quella del 1958.
Oggi, alla luce della crisi climatica, Gambini ha rivisto il suo progetto immaginando un invaso di un milione di mc. E ritiene che il contributo possibile sia di 15 cm di innalzamento di livello.
Di fatto il nuovo progetto Gambini diverrebbe così il primo stralcio del progetto Valfabbrica. Potrebbe essere fatto, inoltre, un ulteriore invaso a valle di quello pensato da Gambini per raccogliere tutte le acque del bacino imbrifero del Caina che è maggiore di quello del Trasimeno (lago escluso) e più piovoso. In questo modo si potrebbe regimentare ancor meglio quel torrente che è stato anche recentemente causa di alluvioni, ma che oggi, è desolatamente – ed eccezionalmente – in secca!
Il torrente Caina
La secca del Caina
Il Niccone: il PS2 del 2001 prevedeva di convogliare nel Trasimeno le piene invernali del Niccone, accumulate in una cassa d’espansione; le risorse non furono reperite ed il progetto fu accantonato anche – ci ricorda Gambini – per la contrarietà degli agricoltori della zona.
Anche Silvano Vignali ricorda – in una sua intervista Lla Nazione del 2022 – che uno studio della fine degli anni Novanta, affidato a Technital dopo una ricerca dell’Università di Perugia, individuò una presa presso Umbertide, un canale e una galleria finale di circa 3 km sotto il colle della Torre di Monte Ruffiano, con vasca di decantazione vicino a San Vito di Passignano. Il progetto era indicato come approvato e finanziato con 120 miliardi di lire (110 milioni di euro). In una recente esternazione il Dirigente regionale Sandro Costantini ha indicato il recupero del progetto dell’invaso del Niccone come una possibile soluzione strutturale. Avrebbe costi paragonabili a quelli della diga di Valfabbrica (153 milioni di euro) e tempi lunghi. Non è stato però indicato quale apporto in centimetri potrebbe garantire al Trasimeno. Manca ancora, nelle fonti facilmente accessibili, il dato verificato su volume, costo aggiornato e incremento del livello del lago. Una domanda da girare all’unità Operativa.
Prepararsi al cambiamento climatico
Se il cambiamento climatico renderà permanente il deficit idrico del Trasimeno, bisognerà
cercare una fonte che non dipenda dalle piogge del suo bacino. Da qui l’ipotesi di studiare una grande adduzione di acqua marina dissalata dal Tirreno. Passaggi Magazine ha avuto un incontro col Prof. Morbidelli dell’Università di Perugia, uno degli autori dello studio prima citato, non la ritiene affatto una proposta da scartare a priori. Ritiene fra l’altro che la dissalazione rappresenterà una delle tecnologie che i cambiamenti climatici renderanno necessarie per ben altro che regolare i livelli del Trasimeno.
Ecco l’immagine di un grande dissalatore in Sicilia.

Data per scontata la tecnologia dei dissalatori ciò che fa sembrare fantascientifico immaginare una simile soluzione è la lunghezza del condotto – intorno ai 90 – 100 km – e la quota da superare per portare acqua dissalata al Trasimeno. Eppure, già oggi ci sono condotte da 70 km da Montedoglio, e, in Sicilia, l’acqua del dissalatore di Gela viene trasferita verso Agrigento attraverso circa 90 km di condotta. In Israele la National Water Carrier, porta acqua dissalata fino al Negev con 130 km di condotte.
Insomma, c’è molto lavoro da fare e molto da costruire. La crisi climatica, che durerà presumibilmente per molti decenni a venire, cambia completamente il verso e l’urgenza della “Questione Trasimeno”. Le alterazioni climatiche non le vediamo più soltanto evocate dai documentari TV o dai podcast sulle condizioni drammatiche degli orsi polari, possiamo toccarle con mano qui, al Trasimeno.
Ma ci sono molte cose che qui si possono fare, se si è consapevoli dell’urgenza che abbiamo da affrontare. Ne parleremo nella quarta e ultima puntata di questo “dossier” con l’Assessore Regionale Simona Meloni e poi cercheremo di costruire a breve, per iniziativa dell’Associazione Perlumbria e della rivista Passaggi Magazine, un Convegno su questi temi urgenti e vitali per la nostra Umbria.












