Passaggi Magazine vuole aprire un dibattito sul futuro dell’Università italiana che tanto riguarda una città come Perugia che ha due atenei. Fabrizio Fornari lo apre con questa riflessione sul boom del precariato e delle telematiche che pongono interrogativi di fondo su quale conoscenza e quale società
di Fabrizio Fornari*
Oggi il sistema universitario italiano conta oltre 2 milioni di iscritti (2.026.774 nell’a.a. 2024/2025), un dato che segna una timida crescita complessiva, ma che nasconde al suo interno mutamenti profondi nella distribuzione degli studenti e nei modelli formativi. L’Italia continua, in effetti, a registrare livelli di istruzione terziaria inferiori alla media europea: solo il 26,8% dei giovani tra i 25 e i 34 anni risulta laureato, contro una media UE che supera il 40%. Già l’ingresso nel sistema mette in luce evidenti criticità: nel 2022, dato post-covid, solo il 51,7% dei diplomati ha scelto di iscriversi all’università, con forti differenze territoriali. Ciò lascia emergere come i mutamenti nella distribuzione degli studenti (in termini di crollo delle iscrizioni registrato in alcune regioni) non siano solo una questione legata al cosiddetto inverno demografico, bensì siano anche riconducibili a problemi di accesso sociali e culturali. Come dire: questi numeri non descrivono soltanto un ritardo quantitativo, ma riflettono una difficoltà più profonda nel rapporto tra società e istituzioni della conoscenza, limitando le opportunità per una parte significativa delle nuove generazioni.
Allo stesso tempo, si osserva un fenomeno sempre più evidente: negli ultimi anni, un numero crescente di giovani italiani ha scelto e sceglie tuttora di proseguire la propria formazione post-laurea e la propria carriera accademica all’estero. Non si tratta soltanto di una mobilità temporanea, ma sempre più spesso di una scelta definitiva: percorsi di studio e di ricerca che trovano altrove condizioni di lavoro, riconoscimento e stabilità da noi oggi difficilmente accessibili. Da noi, infatti, si è imposta una figura antropologica ormai ben riconoscibile: ha circa trent’anni, spesso molti di più; ha studiato a lungo, conseguito un dottorato, accumulato assegni di ricerca, contratti a termine, nella forma di incarichi di insegnamento mal retribuiti. Pubblica, partecipa a convegni, costruisce reti accademiche e sostiene in modo strutturale e non fungibile gran parte del complesso della didattica universitaria. Eppure, non ha ancora un posto. Non sa se lo avrà.
In effetti, il ricercatore precario è diventato una figura tristemente familiare nel paesaggio universitario italiano: non un’eccezione, ma una condizione diffusa di apparente normalità; non un’anomalia, bensì una figura liminale, sospesa tra vocazione e adattamento, tra investimento di lungo periodo e incertezza strutturale. Da una parte, incarna ancora un’idea del sapere come ricerca, approfondimento, costruzione paziente di competenze e consapevolezza critica. Dall’altra, è sempre più costretto a misurarsi con logiche di produttività e competizione permanente.
Il tutto contrassegnato e legittimato dalla seducente attrattività del merito. Ma che cosa significa esattamente “merito”? In linea di principio, valutare il merito significa riconoscere il valore del lavoro, delle competenze, della qualità della ricerca. Ma quando le condizioni di partenza risultino profondamente diseguali e i criteri di valutazione si riducano a parametri standardizzati, il merito rischia di trasformarsi in un dispositivo ideologico e di esclusione (un rischio peraltro pubblicamente segnalato proprio qualche giorno fa anche dall’Accademia dei Lincei). Più che descrivere una realtà, dunque, il richiamo ossessivo al merito tende oggi a legittimarla: rende giustificabili differenze che sono spesso il prodotto di condizioni strutturali e non semplicemente di capacità individuali. Detto altrimenti: in un sistema in cui le opportunità di accesso, le risorse disponibili e le reti di relazione sono distribuite in modo diseguale, il merito finisce inevitabilmente per premiare chi sia già avvantaggiato.
Nel caso della ricerca universitaria, sia nel campo umanistico sia in quello delle cosiddette “scienze dure”, questo processo è ulteriormente accentuato e reso stringente proprio da quelle presunte logiche meritocratiche. La qualità della ricerca viene sempre più tradotta in indicatori quantitativi, parametri bibliometrici, aderenza a format prestabiliti. Si tratta di strumenti che, pur nascendo con l’intento di garantire oggettività e trasparenza, tendono a ridurre la complessità del lavoro intellettuale a ciò che è meramente misurabile e comparabile. Metriche, ranking, indicatori – assunti in modo dogmatico come ipostasi valutative – diventano strumenti impositivi nella definizione del valore accademico, contribuendo a ridefinire priorità e comportamenti e ritardando l’uscita dal precariato stesso – i percorsi si allungano, si frammentano, diventano sempre più incerti.
È proprio in questo contesto che emerge con maggiore evidenza pure l’asimmetria tra università pubbliche e telematiche non statali. Le prime, profondamente integrate nei meccanismi di valutazione e vincolate da procedure complesse e spesso rigide, faticano a tradurre in merito i percorsi di stabilizzazione. Le seconde, operando in un quadro più flessibile, meno appesantito da tali dispositivi e non soggette a vincoli di bilancio, riescono a offrire tempi più rapidi di inserimento e maggiori opportunità di consolidamento professionale. Tutto questo, nel quadro di un rapporto direttamente proporzionale tra crescita in termini di iscritti e crescita dei ruoli di insegnamento – ciò non per un semplice effetto virtuoso, ma per l’obbligo in capo anche alle università telematiche di rispettare il criterio dei cosiddetti “requisiti minimi” di docenza. La notevole espansione delle telematiche è del resto un fatto oggi del tutto conclamato: gli iscritti negli atenei digitali hanno ormai superato le 300.000 unità (quasi il doppio rispetto ai 140mila dell’a.a. 2019-2020), arrivando a rappresentare circa un quinto dell’intera popolazione universitaria. Nel 2024, addirittura, i laureati telematici sono arrivati al 24,3% del totale nazionale, rispetto all’11,9% del 2020. In poco più di un decennio, quindi, questo segmento è passato da fenomeno marginale a componente strutturale del sistema, con tassi di crescita nettamente superiori rispetto agli atenei tradizionali (e ciò in relazione anche alla presenza di una domanda crescente di flessibilità, accessibilità e rapidità, nonché alla presenza sempre più rilevante di studenti lavoratori e percorsi formativi non lineari).
Si è delineato così un paradosso: proprio nel luogo che storicamente ha incarnato l’idea di stabilità e continuità del sapere – l’università pubblica – si concentra oggi una diffusa precarietà. Al contrario, in un ambito percepito a lungo come marginale, si sono aperte opportunità prima impensabili. Tuttavia, questo dato non può essere letto come una soluzione al problema della precarietà accademica nel suo insieme. La condizione di stabilità che caratterizza le università statali resta infatti un tema irrinunciabile, non solo sul piano occupazionale, ma per il ruolo stesso che l’università pubblica svolge – o dovrebbe svolgere – nella produzione e trasmissione del sapere.
D’altro canto, il confronto tra università pubblica e telematiche private non può essere a sua volta ridotto ad una contrapposizione ideologica. Non si tratta di difendere nostalgicamente un modello né di celebrare acriticamente l’altro. Piuttosto, occorre interrogarsi sulle logiche che stanno ridefinendo l’intero sistema della ricerca: quali forme di sapere vengono privilegiate? Quali tempi di apprendimento sono ancora possibili? Quale spazio resta per la riflessione critica e la libera ricerca?
La questione, in ultima analisi, non concerne soltanto l’organizzazione dell’università, ma il ruolo stesso del conoscere nella società contemporanea. Se il sapere perde la sua dimensione pubblica e si riconfigura esclusivamente in funzione della performance, anche la figura del ricercatore tenderà a trasformarsi, adattandosi ad un contesto in cui la produzione di conoscenza è sempre più integrata nelle logiche del mercato (il sapere come prodotto da vendere) e della comunicazione orientata unicamente al profitto.
È in questa prospettiva che la precarietà accademica appare non solo come un problema occupazionale, ma come un indicatore di cambiamenti più profondi, i quali investono il rapporto tra sapere, istituzioni e società e che ci chiamano a scelte non più differibili: che tipo di università stiamo costruendo – e per quale idea di società?
*ordinario di Sociologia generale, Università Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara



