di Lucio Caporizzi
Foto ©Fabrizio Troccoli
Il grande scrittore Marcel Proust scrisse una sorta di elogio della musica popolare, dei ritornelli orecchiabili, di cui apprezzava il valore emozionale e la capacità di creare forti connessioni con il vissuto quotidiano della gente.
A tutti noi sarà infatti capitato, ascoltando una canzone – magari non proprio di elevati contenuti artistici e culturali – di collegarla a vicende ed esperienze personali, di assumerla, quindi, a colonna sonora delle nostre giornate, almeno per un po’.
Connessioni di tal genere penso capitino a molti ascoltando quella piacevole canzone di Margherita Carducci – nome d’arte Ditonellapiaga – dal titolo “Che fastidio!”, arrivata terza al recente Festival di Sanremo.
Connessioni con cosa? Beh, non c’è che l’imbarazzo della scelta! Viviamo spesso situazioni, abbiamo a che fare con gente, ascoltiamo comunicati e dichiarazioni, ci sorbiamo sfilze di luoghi comuni e banalità che ci fanno esclamare, quasi in automatico, “che fastidio!”
Difficile non avere una reazione del genere ascoltando o leggendo, per esempio, la maggior parte degli annunci e dichiarazioni dei nostri governanti in tema di economia, ma non solo.
L’inesorabile calo dei tassi di fecondità sotto la soglia di stabilità demografica dei 2 figli per donna – che impatta duramente sulla sostenibilità dei sistemi di welfare e sulle capacità innovative – fenomeno epocale che interessa ormai gran parte del pianeta, a parte l’Africa e che colpisce in modo particolarmente acuto il nostro Paese (ed ancor più l’Umbria), ormai prossimo al tasso di 1 figlio per donna, viene affrontato con i pannicelli caldi di qualche bonus e di tanta retorica nazionalista. La conseguente carenza di manodopera si dice, infatti, che verrà compensata, appunto, da questa fantomatica ripresa dei tassi di natalità e quindi non vi è bisogno di immigrati che, anzi, si vuole incentivare ad andarsene (la follia della remigrazione), con buona pace delle associazioni datoriali che, al contrario, reclamano flussi in entrata più consistenti, seppur meglio regolati.
Quanto siano velleitari questi obiettivi – e i relativi proclami – di ripresa delle nascite, lo si può meglio capire vedendo quale armamentario abbiano messo in campo i pochissimi Paesi che hanno avuto successo (comunque temporaneo) nel far risalire i tassi di fecondità. A tale proposito si cita la Svezia degli anni Novanta, dove, però, si riuscì a far risalire il tasso sopra i 2 figli rendendo gratuiti per tutti gli asili nido e prevedendo lunghi congedi parentali senza perdita di reddito anche per persone abbienti. Comunque, dopo una trentina di anni, nel 2023 anche in Svezia il tasso era sceso a 1,4.
Quanto agli andamenti del sistema produttivo, sono ancora recenti i compiacimenti del Governo nazionale per “..un’Italia che ha ripreso a correre…”, quasi che il nostro Paese fosse diventato la nuova locomotiva d’Europa! È tutto un parlare di sviluppo economico (ovviamente sostenibile..), salvo poi verificare che, dopo il rimbalzo post-Covid, siamo tornati prossimi allo 0% e che, anche quando, nel primo anno e mezzo di questo Governo, siamo andati un po’ meglio degli altri – per demerito loro più che per merito nostro – questo “distacco” si esprimeva in pochissimi decimali in più. Sale l’occupazione, è vero, ma sale più del Pil, il che ci dimostra che sono posti di lavoro a bassa produttività e basso reddito. Va bene la crescita del Turismo, ma ricordiamoci che la retribuzione media dei lavoratori nei servizi di alloggio e ristorazione (attività tipiche del settore turistico), con appena 11.233 euro annui presenta il dato di gran lunga più basso rispetto agli altri settori, mentre la manifattura, con oltre 32.000 euro annui, fa registrare un valore quasi triplo. Il PNRR, che si avvia a concludersi e nel quale si riponevano tante speranze, sembra non aver ottenuto gli auspicati effetti di un innalzamento del potenziale di crescita.
Sappiamo bene che, in uno scenario nazionale non esaltante, la nostra Umbria se la passa pure peggio, tanto da essersi guadagnata il “premio di consolazione” dell’ammissione alla Zona economica speciale del Mezzogiorno. Il calo del valore aggiunto dell’industria del 33% in 15 anni, unitamente, nello stesso periodo, ad una perdita del 7% della produttività del lavoro, attestano sufficientemente di questo calo.
Eppure non sono mancate le risorse, in questi ultimi anni, tra i fondi strutturali europei e i progetti finanziati dal PNRR. Non sono neanche mancate le analisi sugli andamenti dell’economia regionale, tra cui recentemente ottimi articoli su queste pagine e l’interessante raccolta di saggi curata da Micropolis e Umbrialeft. Non sono mancati, altresì, i proclami e le dichiarazioni altisonanti, tutte tese a prefigurare scenari e percorsi di sviluppo (ovviamente sostenibile…), progressi nelle capacità di innovazione e ricerca, miglioramenti nella complessiva efficienza del sistema, a giovamento – così si intenderebbe – della Produttività totale dei fattori.
Ad ogni avvio di legislatura regionale, si è parlato di un revamping dello sviluppo, di un Umbria che avrebbe ripreso quel percorso virtuoso che a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 portò il Pil procapite degli umbri a superare la media italiana ed anche regioni vicine come le Marche.
Cosa è mancato, allora, se ci ritroviamo a doverci consolare dell’opportunità di poter ricevere qualche decina di milioni di incentivi dalla Zes?
Ovviamente chi scrive non ha la presunzione di avere le risposte, ma, avendo studiato e anche vissuto per molti anni l’economia e le politiche economiche regionali, posso dire che è mancato proprio il porsi quella domanda. È mancata l’umiltà di esaminare, valutare le politiche e misure attuate alla luce dei risultati ottenuti, di mettere in discussione le scelte compiute e di chiedersi dove si è sbagliato, cosa non ha funzionato, quali strumenti si siano mostrati poco efficaci o non pertinenti.
I pochi tentativi compiuti di valutare l’efficacia delle politiche e dei relativi strumenti, sono stati quasi del tutto ignorati.
Si sa, è più facile ed anche gratificante, per chi governa, ma in generale per la classe dirigente, non tirare le somme di ciò che è stato, ma guardare al futuro, magari ripetendo le stesse cose già fatte e che hanno sortito ben pochi risultati.
È molto più facile continuare a parlare di sviluppo, di innovazione, di eccellenze.
Che fastidio!



