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di Fabio Maria Ciuffini

Del lungo film della mia vita, fatto di milioni di fotogrammi, me ne restano impressi solo alcuni. Ciò non significa che non ricordi partitamente quasi tutto quello che mi è accaduto nei 93 anni della mia vita, fatta eccezione dei primissimi. Ma tutto questo fa parte di quella che viene definita memoria narrativa o continua. Una lunga, lunghissima storia da raccontare, anche con dovizia di particolari.

Ma poi ci sono lampi, lampi di luce, come nelle “istantanee” di una volta, quando il flash ti bloccava a metà di un sorriso, di un movimento, di un attimo di terrore … E quelle immagini, e solo quelle, ti restano dentro inscalfibili. E non sono necessariamente i momenti importanti della tua vita. No, sono i momenti in cui ti si accende qualcosa nella testa ed hai un’improvvisa appercezione. E stanno lì, fisse, nell’album dei ricordi. E scusate questa descrizione da ingegnere di chissà quale semplice o complesso fenomeno psichico …

Un esempio. Sento dalla finestra aperta su via della Tartaruga, vicolo strettissimo del Centro Storico di Perugia, una voce di donna, mai saputo di chi fosse, “Hanno sparato a Kennedy, è morto!”. E la sento ancora quella voce sconosciuta come fosse un’ora fa … O un altro. Piazza della Repubblica, sotto la sede del PCI. Abbiamo il diciannovesimo consigliere e la maggioranza relativa e si farà una Giunta di sinistra con il PSI e mia moglie che è accanto a me mi fa … “Vado a casa … quando ci vediamo?” E io gli faccio, “bah, forse tra una ventina d’anni” E chi sa da dove veniva fuori quel flash. Non sapevo nemmeno, in quel momento, se sarei stato eletto consigliere.

Ma ora basta, non vi preoccupate, non voglio ammannirvi la storia della mia vita. I fotogrammi saranno pure una percentuale minima sul totale della pellicola ma sono pur sempre molte decine. Un giorno forse ci farò un libro, ma ora vi elenco solo quelli di un particolare percorso personale che culmina in un qualche giorno di giugno 1946 ed è come la fine di un percorso iniziato tre o quattro anni prima.

Sono stati scattati con la testa di un ragazzino e ve li riporto oggi, con le sensazioni che li accompagnano, identici ad allora.   

Il fotogramma 1 è questo. Ho nove o dieci anni. Sto davanti ad una finestra che dà su Via Stevenson, Roma. Non vedo la strada, perché i vetri sono completamente coperti di condensa. E ci comincio a disegnare su una svastica. Motivo ornamentale più che politico, le trovavi dappertutto. E mentre lo faccio, d’un tratto ho come un lampo:certo, la guerra la vinceremo, però quando?”

Era il primo germe di dubbio, la nascita di una nuova autonoma consapevolezza. Allora vivevo in una famiglia, quella di mia madre, di stretta osservanza monarchica e fascista. Vestivo da Balilla e mi veniva risparmiato solo il sabato fascista perché “vi si dicevano troppe parolacce”. C’era scritto ovunque “Vinceremo” però, dopo la sconfitta in Africa, adesso la parola d’ordine era “Ritorneremo!” Appunto, quando? Magari a ottobre 2022?

Dunque, quel flash fu il primo momento della mia vita in cui dubitai. Delle certezze familiari e di quelle correnti, dei giornali, della radio dell’EIAR.

Perdonate una digressione a valere per oggi: sento Schlein e Conte dire “vinceremo le prossime elezioni”. State zitti, porta male e cercate invece di darvi da fare per non riconsegnare l’Italia alla Meloni.

Poi arrivò il primo bombardamento di Roma, quello terribile di S. Lorenzo, a due passi da casa, e venni “sfollato” a Magliano romano, ameno paesino laziale, al sicuro dalle bombe.

Fotogramma 2: cammino per le strade di Magliano e sento donne affacciate alle finestre che si chiamano da una finestra all’altra, gridano e fanno rumore in vari modi. Una sorta di cacerolazo ante litteram. E che dicono? Quello stronzo, quel mascalzone, quel figlio di una mignotta e poi; “e quell’altro, che dici? L’hanno trovato tre volte a farsi …. ed era in divisa da colonnello” e scoprii con assoluto stupore che stavano insultando il Re e il Duce. E il colonnello era il principe Umberto di cui si diceva fosse gay, magari con un’altra parola, ma cosa volesse dire lo seppi soltanto anni dopo.

Insomma, scoprii di colpo che c’era gente che, sì, la guerra e il fascismo la contestavano sonoramente! I selvaggi di Magliano!

Poi venne il 25 luglio, grande esultanza dei selvaggi. O magari non lo erano? E venni richiamato a Roma. Arrivai e c’erano i detriti di fasci staccati dalle pareti e le “cimici” come venivano chiamati i distintivi del Fascio, sparsi dappertutto e calpestati.

Altro fotogramma, il terzo “Mia zia Giulia che dice a mia madre “chissà adesso che dirà Renato”. Renato era mio padre, separato da mia madre, ed era l’altro versante politico della famiglia, perseguitato e confinato, poi messo in libertà vigilata a Perugia. E Renato, appena libero, telefonò a mia madre per riavermi, ma gli fu risposto picche. Ma per poco. Anche se tutti erano certi che dopo la caduta del fascismo Roma non sarebbe più stata bombardata arrivò, il 13 agosto ‘43 il secondo bombardamento. Ancora più vicino.

E dopo quel bombardamento mio padre ritelefona. La cosa non poteva più essere ignorata e vengo messo in treno e spedito al sicuro, dove non si bombarda. Scopro così mio padre e Perugia nell’agosto ’43. Ma cosa ricordo di allora? Pensa un po’: una carta annonaria. Fotogramma 4: è ormai fine mese e però il Comune mi assegna la carta annonaria con tutti i bollini di agosto. Che preziosa meraviglia! Me la vedo ancora in mano, intatta, con tutti i bollini del mese ancora da staccare. Farò una scorpacciata di pane favolosa …

Con quella fame di allora! Vedete, quando vedo oggi un bambino palestinese con una pentola in mano in cerca di cibo, mi commuovo.

Poi l’8 settembre, fuga con mio padre a Colfiorito, poi il XX Giugno ’44, ancora fuga e ritorno a Perugia dopo varie avventure di cui ho già scritto su FB e altrove, tanti fotogrammi che vi risparmio, poi il 25 Aprile ’45 ed arriviamo a quel giugno ’46.

Sto sull’unico terrazzino di casa, a Porta Pesa, poco più di uno sporto da un metro, con una ringhiera minimale di barre di ferro arrugginite. Ma c’è un bel sole di giugno, mica come questi giorni che piove sempre, e mi godo il panorama dei tetti delle case di via del Pasticcio. Dietro i monti lontani e il cielo che ancora ricordavo pieno di fortezze volanti che bombardavano Ponte S. Giovanni.

Dunque, me ne sto lì a tredici anni e sono fortemente preoccupato per l’esito del referendum su Monarchia o Repubblica, tenuto pochi giorni prima e i cui i risultati tardano ad arrivare. Sono fervidamente a favore della Repubblica ma sembra che l’esito del voto me la negherà. Eppure, fino a pochi mesi prima sembrava del tutto scontato che l’Italia sarebbe stata una repubblica.

Sì, avevo tredici anni e penserete: ma a quell’età che ti fregava della politica e della Repubblica?

Beh, a parte che non c’è nulla come una guerra per farti diventare adulto prematuramente – andatelo a verificare con i ragazzini di Gaza – c’era il fatto che mio padre aveva fondato un giornale “Il Termometro” che uscì con qualche numero e poi l’”Uomo che era uscito con un numero solo. E tutti gli articoli di quei semplici giornali di quattro facciate li scriveva mio padre con pseudonimi di fantasia, io facevo le vignette, aiutavo a impaginare in tipografia e, alla bisogna, scrivevo anche io. Mio padre, antifascista da sempre e che aveva pagato di persona, scriveva articoli di fuoco. Parri era stato mandato a casa, governava De Gasperi, roba di preti. L’epurazione poi era finita alla svelta. Togliatti stava per concedere l’amnistia e gli ex fascisti giravano impuniti e magari te li ritrovavi in Comune a negarti una licenza. Vergogna! Dunque, nella politica c’ero dentro fino al collo e però il mio fervore repubblicano aveva vissuto una serie di delusioni una dietro l’altra.

Era successo che Vittorio Emanuele III, re Pippetto, assolutamente screditato e una zavorra per la causa monarchica, aveva abdicato appena un mese prima. E Umberto che fino ad allora aveva dovuto contentarsi di fare il Luogotenente era divenuto Re. Il Re di Maggio… Sì, anche lui, Umberto, era fuggito a Pescara ma narravano i filomonarchici che avesse subito l’imposizione del padre e degli Alleati e che lui avrebbe voluto restare a combattere. E la Monarchia si presentava dunque con una faccia relativamente nuova, addirittura eroica, e avrebbe convinto molti nostalgici di Casa Savoia a farla restare in piedi.

E se non bastasse, gli occupanti inglesi erano a favore della monarchia e De Gasperi, dulcis in fundo e sorprendendo tutti, aveva lasciato libertà di voto. E poi giungevano voci – allora non c’erano gli exit poll ma le “voci” ci azzeccarono – che il mezzogiorno avesse votato in massa per la Monarchia.

Poi la faccenda del voto alle donne. Mio padre era stato contrarissimo e ce l’aveva a morte con Umberto Calosso, una sorta di radicale senza partito che aveva condotto una campagna forsennata a favore del voto alle donne. Lui, Calosso, antifranchista ed emigrato in Inghilterra dopo la guerra civile spagnola, aveva lavorato a Radio Londra (Google) ed ereditava lo spirito delle suffragette inglesi. Calosso, un personaggio ingiustamente dimenticato, aveva scosso l’opinione pubblica in favore del voto alle donne anche se in proposito i governanti erano piuttosto tepidi. E papà sentenziava: le donne non capiscono niente (e si sbagliava di brutto) e si fanno intortare dai Preti. E qui aveva ragione. Le donne, infatti, anche se in maggioranza votarono a favore delle Repubblica contribuirono però, su indicazione dei parroci, alla vittoria della DC che ebbe il 35 % nel ’46 – un trionfo – e due anni dopo, nel ‘48, addirittura la maggioranza assoluta dei seggi. Era quello che sentivo dire a Porta Pesa allora e che fu confermato da studi successivi.

Dunque, tornando su quel terrazzino, gli auspici erano pessimi ed il sole di giugno non mi scaldava la camicia, vecchio detto perugino.

Poi all’improvviso un pensiero, un lampo, un flash, il fotogramma per cui vi ho scritto questo articolo. “Ci sono i comunisti! I comunisti sono tanti! Loro votano Repubblica, certamente. Salveranno la situazione! “

E direte, che c’era di strano in quel riconoscimento? C’era che mio padre aveva il riflesso conservatore di chi ha paura che qualcuno, nella fattispecie il comunismo, ti porti via tutto anche se sei povero in canna e non possiedi nulla. Un riflesso di cui farebbe bene a tener conto oggi chi propone una patrimoniale. E il parere di mio padre pesava: antifascista sì, ma anche anticomunista. E per me, inoltre, il terrore dei comunisti era l’unico retaggio rimasto della mia educazione sotto il fascismo. I comunisti, ci narravano, erano gente con il coltello tra i denti che ti aggrediva alle spalle. E c’erano racconti terrificanti …

Così per me, da quel giorno su quel terrazzino, tutto cambiò. Le mie convinzioni presero un’altra direzione, quella che ho seguito per tutta la vita.