di Giacomo Porrazzini*, Giorgio Maurini* e Paolo Ricci*
L’extra debito di 14 miliardi in due anni, concesso dall’Unione Europea all’Italia, con vincolo di destinazione per investimenti in tecnologie green e fonti rinnovabili, offre al nostro paese la possibilità, inedita, di avviare un percorso di decarbonizzazione, tramite la transizione energetica, da fonti fossili a fonti rinnovabili; al nostro paese ed alle nostre regioni, nell’auspicabile ipotesi di una distribuzione regionale, almeno parziale, dei fondi ricavabili da tale maggiore capacita d’indebitamento. Il Governo centrale si spera non lasci cadere tale opportunità, dopo aver mancato quella, assai più conveniente, dei fondi del Pnrr, sottoutilizzati per la transizione ecologica del nostro modello produttivo.
Le fonti rinnovabili contengono una novità straordinaria, rispetto a carbone, petrolio e gas: dipendendo dal sole, il vento, le maree o il calore geotermico, non sono “proprietarie”; non sono soggette, pertanto, a speculazioni di mercato, a effetti discriminatori di sanzioni internazionali o a shock di guerre, come nel caso di Ucraina ed Iran. Su di esse si può costruire un modello di “comunitarismo energetico”, ovvero, un paradigma di energia quale “bene comune”. Inoltre, le fonti rinnovabili producono energia dentro o vicino agli insediamenti civili e produttivi di consumo e introducono un nuovo protagonista: il “prosumer” ovvero il produttore-consumatore che autoconsuma l’energia prodotta, condividendo con altri quella in eccesso non utilizzata.
Uno scambio che non può che avvenire a scala territoriale decentrata e capillare, con forme di gestione, necessariamente sociali e democratiche, quanto supportate da tecnologie digitali. Lo strumento principale per realizzare tutto ciò, partendo dal basso, è la CER, la “Comunità Energetica Rinnovabile”. Un gruppo più o meno ampio di soggetti diversificati, pubblici e privati, decide di costituirsi in Comunità energetica, basata sulla produzione di energia da Fonti rinnovabili, producendola e consumandola in modo condiviso. I vantaggi sono di varia natura; si risparmia molto sulla bolletta dell’energia elettrica; si stimola la crescita ambientalmente virtuosa della elettrificazione dei consumi e si fa fronte ai prevedibili aumenti della sua domanda; si cattura, per la sostenibilità climatica, una quota significativa di gas climalterante, come la CO2; si rafforzano i legami di solidarietà sociale, riducendo la povertà energetica; si stimola lo sviluppo di attività economiche, filiere produttive ed opportunita occupazionali, nella dimensione locale.
Sembra una soluzione in cui “tutti vincono”, salvo l’oligopolio dei proprietari dei giacimenti di fonti fossili. Eppure, forse proprio per l’ostilità di questo mondo, la diffusione delle CER, nel nostro paese è ancora assai limitata. Sino ad ora, sono operative soltanto 600 Comunità produttrici-consumatrici, con capacità di riduzione della CO2, limitata a circa 5.000 tonnellate anno. Ancora pochissimo se si pensa che, da sola, Ast-Arvedi ne emette, a Terni, 360.000 tn/anno. Da freno hanno fatto, sinora, le incertezze fra le popolazioni locali; lacci e lacciuoli burocratici nazionali di varia natura; la sottodotazione degli incentivi pubblici; la mancanza di sistemi collettivi di stoccaggio dell’energia prodotta in eccesso, per la successiva fornitura nei picchi di domanda; il mancato adattamento delle reti di distribuzione e, salvo eccezioni lodevoli, la scarsa iniziativa promozionale dei Comuni, nonché la carenza di professionalità specifiche, come gli Energy Manager; professionisti specializzati, capaci di progettazione integrata e di organizzazione dei soggetti costituenti una CER, nonché di supporto tecnologico ed amministrativo alla sua gestione. L’Umbria non fa eccezione, con un numero di CER operative di appena 10 unità. Tale ritardo oggettivo deve essere tramutato in opportunità storica di sviluppo, utilizzando le nuove risorse rese disponibili dall’Europa, insieme a quelle nazionali e regionali sottoutilizzate, come i canoni idrici per le concessioni idroelettriche ed i proventi, da distribuire nei territori che ne subiscono gli impatti, dei certificati di emissione ( gli ETS) acquistati dalle aziende energivore emettitrici di CO2 ( 18 miliardi, sinora utlizzati solo per il 10% per la transizione energetica); si tratta di uno strumento, molto efficace, che ha spinto le imprese a ridurre le emissioni di oltre il 20%, con l’obiettivo europeo di abbatterle del 62%, entro il 2030. Contro le misure di rafforzamento del “Sistema ETS”, si è schierato, nel Consiglio Europeo, il Governo Meloni, a conferma della sua ostilità verso la visione innovativa e gli strumenti concreti del “Green New Deal” europeo.
L’Umbria soffre, soprattutto nella Provincia di Perugia, di un serio squilibrio tra produzione e consumo di energia elettrica. Infatti, a fronte di una domanda regionale di 5560 GWh ( gigawattora) la capacità produttiva umbra si ferma a 3100 GWh, con una importazione da altri territori di 2460 GWh, pari al 45% del fabbisogno. Alla capacità produttiva interna concorrono l’idroelettrico per il 22,8%, il termico ed accumuli per il 19,8% ed eolico e fotovoltaico per il 12,7%. L’autonomia energetica regionale è limitata al 55%, con capacità produttive concentrate nel territorio ternano; le fonti rinnovabili, senza idroelettrico, concorrono solo per il 12,7 % alla copertura dei consumi regionali di energia elettrica; utilizzando l’idroelettrico del sistema idrografico Nera-Velino, si arriva a coprire il 35,5% del fabbisogno regionale.
Le fonti fossili e l’importazione di energia, tramite la rete nazionale di Terna, potrà, forse essere eliminata soltanto entro la la fine del secolo attuale, anche per la presenza di una decina di grandi consumatori energivori, come le acciaierie di Terni, che richiedono energia in grande quantità e ad alta tensione. Al 2050, invece, si può ragionevolmente pensare a far crescere, solo con fonti rinnovabili, ovvero solare ed eolico, il grado di autonomia energetica regionale, portandola dal 55% attuale ad almeno il 70%. Ciò vuol dire produrre, nei prossimi 25 anni, almeno 830 Gigawattora aggiuntivi da FER, ovvero più che raddoppiare la capacità produttiva già installata, al netto dell’idroelettrico, pari a 706 GWh. Lo si può fare, anche, con la realizzazione di almeno un centinaio di nuove CER, che potrebbero, connesse in rete tra loro, e dotate di sistemi collettivi di stoccaggio, costituire una formidabile infrastruttura energetica autonoma dell’Umbria. Per realizzare tale obiettivo occorre un investimento dell’ordine di 300 milioni, affrontabile solo utlizzando una pluralità di fonti finanziarie pubbliche e private, da reperire ed impiegare per mezzo di un programma venticinquennale, con un investimento annuale di 12 milioni di €. Ciò richede che anche la politica regionale e locale si dia un orizzonte strategico lungo e punti su scelte di valore, come la sostenibilità ambientale e climatica, l’innovazione, il lavoro, le professionalità qualificate e le imprese di nuova generazione.
*Ingegnere, Presidente Ass.ne “Pensare il domani “
*Ingegnere: Energy Expert certificato∑zz∑
*Ingegnere, già Manager Enel ed ex Presidente soc.Ternao



