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di Gabriella Mecucci

Amanda Knox è stata giudicata non colpevole dell’assassinio di Meredith e sul piano penale la questione è chiusa, ma è ben difficile assolverla dall’uso che ha fatto della sua vicenda giudiziaria. Ha trasformato infatti una tragedia in un grande business. Questo è un giudizio etico che non tocca la sfera della legge, ma è anche di questo che l’opinione pubblica l’accusa.

La ragazza americana, ormai donna matura, moglie e madre, è passata per almeno quattro fasi. Partiamo dall’ultima. E’ recentissima la notizia che è autrice di una pièce teatrale che mette in scena la sua storia perugina e il lungo processo in cui è stata prima imputata, poi condannata e alla fine assolta dall’accusa di aver brutalmente assassinato in concorso con Raffaele Sollecito (anche lui assolto) e Rudy Guede (condannato) l’amica Meredith.

La famiglia della vittima ha chiesto che venga bloccato questo nuovo scempio della povera ragazza e del loro dolore. Ma sarà difficile fermare Amanda in questa sua ricerca di guadagnare un bel gruzzolo e una certa fama di scrittrice dal giallo di Perugia. Aveva infatti già scritto due libri sulla vicenda e Netflix manda tutt’ora in onda un docufilm di cui è protagonista. Produzioni di ogni genere per le quali dicono abbia ricevuto compensi che vanno ben oltre il milione di euro. E c’è da crederci perché la storia di Amanda e del delitto Kercher “tira” parecchio sul mercato. Tanto è vero che su di lei sono stati pubblicati almeno una decina di volumi e di lei si sono occupati non solo i quotidiani di tutto il mondo, ma anche  riviste con grande pedigree culturale. Un  esempio per tutti: un lungo saggio e un dettagliato racconto giornalistico sono apparsi sul The New Yorker che un tempo ospitava i saggi di Hannah Arendt  e gli scritti di romanzieri di gran fama, fra questi Nabokov, Sallinger, Capote, Philip Roth e via elencando.

Chissà se anche la versione di Amanda in chiave drammaturgica avrà successo, gonfiando i suoi introiti già considerevoli? Sta di fatto che siamo arrivati al quarto stadio della sua evoluzione: quello dell’abile imprenditrice di sé stessa.

Il primo fu quello di femme fatale: una giovane americana bella, ambigua, inafferrabile. Quando ventenne arrivò a Perugia, due mesi prima della tragedia di Meredith, in pochi giorni finì al centro dell’attenzione: i ragazzi delle “vasche” a Corso Vannucci e quelli dell’Università per Stranieri facevano a gara per invitarla. E lei prendeva quello che voleva, sceglieva e scartava, proterva e anticonformista sino alla platealità. La leggenda vuole che possedesse un vibratore che teneva bene in vista e di cui parlasse senza peli sulla lingua.

L’avvocato Bongiorno disse che era stata dipinta come una “Venere in pelliccia”, ma anziché crudele e munita di frustino- come vuole il mito letterario – era una ragazza ingenua, dal buon cuore. Durante il processo infatti apparve il secondo volto di Amanda. All’immagine forte e trasgressiva, si sovrappose quella della giovinetta tenera, pallida, capelli legati e colori pastello, il bell’ovale triste e qualche volta segnato dalle lacrime. Di lei parlò con infinita comprensione un sacerdote dalle notevoli qualità umane come Don Sauro. E un parlamentare di Forza Italia, l’onorevole Rocco Girlanda dedicò ai loro incontri in carcere un commosso volumetto. L’immagine conquistò gli Stati Uniti che iniziarono a difenderla senza risparmiare interventi e energie. E non furono solo la famiglia, gli abitanti della sua città, i giornali coast to coast, ad essere conquistati. Il fascino della nuova Amanda entrò prepotentemente anche nella politica. Un certo signor Donald Trump disse: “Tutti dovrebbero boicottare l’Italia se Amanda non sarà liberata. E’ completamente innocente”. E Hillary Clinton, allora segretario di stato, dichiarò la sua “disponibilità

ad ascoltare tutti i dubbi sul processo di Perugia”. E persino il Presidente Napolitano trovò il modo di ricordare che seguiva con attenzione l’intera vicenda.

La trasfigurazione era ormai totalmente avvenuta. Ci fu l’assoluzione per l’omicidio Meredith, fatta salva una condanna a tre anni per aver calunniato Patrick Lumumba. Per un po’ di tempo Amanda sparì dalle cronache: era tornata a Seattle e, dopo i primi commenti, scelse il silenzio. Ma non ci volle molto per vederla riapparire con il suo terzo volto. La brava ragazza si era sposata e ora aveva anche un figlio. Provava però a ristabilire un rapporto con l’Italia tanto da rivedere Raffaele Sollecito e soprattutto da stabilire uno stretto rapporto col suo accusatore, Giuliano Mignini che chiamava il “mio Pm”. Questi fu colpito dalla nuova immagine e definì il legame che si era stabilito fra loro “forte, coinvolgente, irrinunciabile”. Non rinnegò quanto sostenuto nel processo, ma parlò della volontà di tornare a riflettere sull’intera vicenda giudiziaria. Lei che prima aveva chiesto le sue scuse, coltivò l’amicizia appena sbocciata come fosse un’orchidea, tanto da far sospettare che cercasse di ottenere una dichiarazione di Mignini che la riabilitasse del tutto e arrivasse addirittura  a scagionarla. Così non fu.

Da qualche anno è spuntata l’Amanda scrittrice, autrice di libri e ora anche di pièce teatrali. La ragazza americana di un tempo è un’oculata promotrice della sua immagine e dei suoi affari. Il suo comportamento non è né puro, né eticamente condivisibile, ma sarebbe ingeneroso non riconoscerle una certa qualità dell’intelligenza e una straordinaria capacità di rinnovarsi. Il tutto a proprio vantaggio.