di Gabriella Mecucci e Giampiero Rasimelli
Foto ©Fabrizio Troccoli
A poco più di una settimana di distanza dalla trionfale chiusura dell’edizione 2026 di Umbria jazz incontriamo Stefano Mazzoni, il presidente della Fondazione Umbria Jazz nominato nella primavera 2025. In realtà Mazzoni è legato ad Umbria jazz da molto più tempo, non è una new entry, è stato vicepresidente esecutivo già ai tempi di Renzo Arbore e poi a lungo membro del Consiglio di amministrazione, con solo una brevissima interruzione. Se entrate a casa di Mazzoni troverete intere pareti di dischi (oltre 4.000) e cd (oltre 15.000), perché oltre ad essere un noto alto funzionario pubblico che ha avuto le più alte responsabilità amministrative in Provincia di Perugia e in consiglio regionale, è da sempre un appassionato di jazz, rock, pop con una profonda cultura musicale e un grande legame col Festival con il quale il feeling e la frequentazione sono nate quasi subito all’inizio, compresa quella col mitico patron Carlo Pagnotta.
Gli chiediamo subito: dove vi proietta questo enorme successo? Quali sono le sue ragioni profonde?
C’è un elemento di profonda identità con la città, la città non può fare a meno del festival. Umbria jazz è un fenomeno culturale oltre che un business. Quest’anno abbiamo avuto più di 500 musicisti tutti diversi, per nazionalità, cultura, colore della pelle. Abbiamo pubblici diversi, con diverse inclinazioni e aspettative, appassionati di generi musicali diversi o anche soltanto del clima che si vive in quei giorni a Perugia. Tutti vivono insieme alla città questa grande esperienza. Vendiamo 46.000 biglietti e abbiamo più o meno 500.000 persone nel centro storico perugino nei giorni del festival. Di 15 palchi che offrono musica al pubblico solo 3 sono a pagamento. Tutto questo è il festival della musica e della città che lo accoglie. E’ questa la sua magia, è questo successo che porta altro successo.
E’ vero che questo è l’unico evento che porta turismo?
Un recente rapporto della Siae rileva che la cultura in Umbra produce 1,1 miliardi di euro, vale 4,4 punti del Pil regionale e occupa quasi 20.000 persone. Non c’è dubbio che a Perugia si concentrano grandi eventi come Umbria jazz, Eurochocolate, il Festival internazionale del giornalismo ed altri. Quindi non c’è dubbio che questi eventi, chi più e chi meno, portino turismo e contribuiscano all’immagine dell’Umbria. Umbria jazz fa il suo che è molto, fa lavorare musicisti, fa lavorare oltre 1.500 ragazzi, ovviamente a tempo parziale, per tutta la durata del festival, fa girare i servizi (si pensi alle cifre record del Minimetro), gli hotel pieni in quei giorni come mai nell’anno, i ristoranti, i bar, le botteghe… l’Università ha calcolato nel 2019 che con meno di 3 milioni di contributi pubblici il festival produce un effetto indotto calcolabile in città intorno ai 10/13 milioni di euro. Qualche dato dal 19 forse è cambiato, magari in meglio, ma le proporzioni, sono certo, restano quelle. Ho sentito che in questi giorni la Camera di Commercio leggendo quei dati dice che in Umbria abbiamo un’offerta culturale da record, ma un impatto su lavoro e occupazione sotto la media nazionale. Noi facciamo il nostro mestiere, se si guardano i nostri dati e quelli del comparto “core” della filiera culturale riportati nel rapporto in questione, siamo ben al di sopra della media nazionale… è evidente che ci sono problemi nell’indotto e nell’articolazione dell’industria culturale e creativa in Umbria che possono e devono essere risolti per dare ancor più slancio al tessuto regionale. Ma intanto festeggiamo i risultati ottenuti, Umbria jazz ha 53 anni, ha cambiato formula almeno 3 volte, ha avuto capacità di adeguamento e innovazione… ed è ancora qui, sempre più forte a produrre cultura, turismo, economia per la città e la regione. E non dimentichiamoci una lezione fondamentale: senza investimenti non c’è sviluppo, non c’è qualità, non c’è economia, Umbria Jazz testimonia con la sua storia questa verità, il successo di questo sforzo e di questo impegno coerente.
Quindi qual è la strada per il futuro del festival ?
Vogliamo continuare su questa strada aprendo sempre più ai giovani.
Vuoi dire più rock e pop nel festival?
Il Jazz è l’anima, il carattere distintivo del festival, ma anche la contaminazione tra generi musicali diversi è un punto d’identità dall’inizio della storia di Umbria jazz e anche un chiave di questo lungo successo. Noi non vogliamo stravolgere l’equilibrio musicale della manifestazione che ha basi solidissime. In quest’anno di record, ad esempio, abbiamo avuto diversi sold out all’Arena, il grande spazio delle contaminazioni, ma anche al Morlacchi e alla sala Podiani, i templi del jazz. Dico solo che vogliamo puntare con decisione ai giovani, guardando ai loro linguaggi, alla loro immaginazione e superando i nostri limiti. Questo non vuol dire stravolgere la nostra offerta musicale, ma arricchirla consapevolmente, con un progetto. Dal prossimo anno avremo un teatro in più per il jazz, il Pavone, e oltre all’Arena, se ci saranno le giuste opportunità di mercato, potremmo anche pensare con il Comune di tornare ad utilizzare lo stadio Curi dove già in passato si sono celebrati eventi importantissimi e notissimi di contaminazione, ricordo Gil Evans, Sting, Miles Davis. Il nostro progetto è consolidare Perugia e Umbria jazz come importante hub musicale del Centro Italia.
Per fare questo ci vogliono un sacco di soldi!
Quest’anno siamo arrivati a un bilancio di poco più di 7 milioni a pareggio tra entrate e uscite. Abbiamo avuto un record di incassi significativo e un aumento di sponsor privati, è stata raggiunta quota 900.000 euro. Bisogna partire da qui, miglioramento delle performance al botteghino, aumento degli sponsor, sapiente ricerca e dosaggio delle opportunità di mercato, sia sul versante artistico che su quello economico.
E quali programmi avete per il prossimo anno? Hai qualche anticipazione? Che ci dici di Orvieto e Terni?
Speriamo di avere buone notizie a settembre per il 2027. Noi di solito mettiamo in vendita una prima tornata di spettacoli già a dicembre. Ma i tempi si accorciano. Se vuoi il meglio delle tournée ti devi muovere presto, se vuoi puntare forte sulle biglietterie ti devi muovere presto. Tutto questo comporta una complessa gestione finanziaria, ma ce la faremo, se vogliamo crescere ancora dobbiamo farcela. Per Orvieto è quasi tutto pronto, una grande edizione con il ritorno del prestigioso pianista Bred Mehldau e con il chitarrista cantante e compositore americano John Pizzarelli che celebrerà il centenario di Tony Bennet. Con Terni invece abbiamo una situazione difficile. Abbiamo un forte interesse della Fondazione Carit, ma nessun contatto col Sindaco, non ci riesce di intavolare una discussione concreta. Dopo tanti tentativi fatti su Terni, con cose anche di pregio, noi pensiamo che se si fa Terni si deve fare per bene, al livello giusto, se non ci si riesce è bene riflettere.
Qualche altra novità per 2027 o per il futuro? E la questione della sovrapposizione col Festival di Spoleto come si mette?
Guarda, ti dico un po’ di cose sparse. Vorremmo rafforzare UJ4Kids, ha un grande successo tra i ragazzi e tra le famiglie, è una realtà preziosa, troveremo soluzioni adatte. Vogliamo potenziare l’offerta di libreria con presentazioni di libri e dialoghi che coinvolgano qualche artista del cast di Umbria jazz e qualche scrittore di fama che voglia confrontarsi con questa realtà. Per quanto riguarda la sovrapposizione col Festival di Spoleto si tratta di un problema complesso, per noi e penso anche per loro. Le grandi tournée degli artisti si realizzano tra fine giugno e metà-fine luglio. Se vuoi proporre un grande cartellone non puoi prescindere da questa dinamica. Possiamo vedere di riuscire a mantenere un solo weekend di sovrapposizione, ma non posso garantire che tutti gli anni potrà essere così, perché non dipende solo da noi. Quest’anno c’è stata una sovrapposizione completa su cui ha pesato molto la data di Sting. Il prossimo anno Umbria jazz si terrà dall’8 al 19 luglio e quindi ci sarà sovrapposizione solo per un weekend.
Vorrei però aggiungere una cosa… come un messaggio nella bottiglia. Noi abbiamo ottimi rapporti col Festival di Spoleto e di sicuro avremo occasioni di confronto col nuovo direttore artistico Cipriani. Potremo forse parlare oltre che della sovrapposizione anche di iniziative comuni. Ad esempio, noi Umbria jazz abbiamo un rapporto intimo con l’America e la cultura americana, Il Festival di Spoleto si chiama dei Due Mondi perché Menotti guardava le due facce dell’Occidente negli anni ’60, Europa e America. Oggi siamo al livello più basso dal dopoguerra delle relazioni tra Europa e America e anche tra Italia e America, forse i nostri due festival potrebbero tentare di dare un contributo a rianimare uno spazio culturale comune che invece è tuttora vivissimo e portatore di testimonianze di dialogo e saggezza. Chissà, vedremo di parlarne, sarebbe bello far crescere qualcosa di positivo.”
Infine Mazzoni, aumentano gli sponsor, ma di privati nella manifestazione si potrà mai parlare?
La Fondazione Umbria Jazz è aperta per statuto alla partecipazione di privati. Quindi perché no? Siamo aperti a questa prospettiva e qualche tentativo l’abbiamo fatto anche in passato, ma non siamo mai riusciti a concretizzare, bisogna trovare delle ragioni comuni che giustifichino l’investimento e non stravolgano la storia di Umbria jazz. Intanto vorrei dire che non si è ancora riusciti a determinare una presenza in Umbria jazz dei soggetti economici della città, quelli che collaborano operativamente col festival e beneficiano in qualche modo dei suoi successi. Fino a qualche anno fa la Camera di Commercio era rappresentata in Consiglio di amministrazione, poi è uscita dal Cda e mantiene un contributo fisso non grande (35.000 euro) ma, almeno per noi, fortemente simbolico. Scelta legittima, siamo contentissimi del contributo, ma il problema della presenza dei soggetti economici della città in Umbria jazz però resta aperto.



