di Giacomo Porrazzini
Che la crisi climatica ci sia, salvo fra l’ultima pattuglia dei negazionisti inqualificabili, è consapevolezza diffusa. Che invece stia accelerendo rispetto alle stesse previsioni della scienza è un fatto nuovo che sposta la “questione climatica” dalla “crisi” alla vera e propria “emergenza” sociale, sanitaria, economica ed umana. Nei mesi passati, distratti da altre emergenze come le guerre scatenate da Putin, Trump e Nethaniau e la conseguente crisi energetica, il tema, pur epocale, del clima, era stato meno al centro delle preoccupazioni della pubblica opinione. Decisioni sciagurate come quelle dell’uscita degli USA di Trump dagli accordi di Parigi, sul contenimento dell’aumento delle temperature entro 1,5 gradi, hanno alimentato dubbi ed incertezze sull’urgenza di intervenire. La stessa Unione Europea sembrava aver rinviato a tempi migliori l’avvio del suo “green new deal”, cioè la sua strategia di mitigazione ed adattamento al cambiamento del clima.
L’ondata di caldo torrido che ha colpito l’Europa ci ha riportato alla realtà. Abbiamo capito, sulla nostra pelle, quanto sia difficile convivere, per settimane o mesi, con 40 gradi di temperatura. Questo caldo eccezionale che ha già mietuto migliaia di vittime in Europa, è solo un assaggio di ciò che ci attende, quando l’aumento medio delle temperature, come ormai inevitabile, salirà da 1,5 gradi a 2 ed oltre. Eppure, basterebbe essere meno “eurocentrici” e dare uno sguardo a quanto accade nelle aree “esotiche” del mondo dove, alla “normalità” dei 40 gradi, si va sostituendo quella dei 50 gradi; magari accompagnata da micidiali alti tassi di umidità, come in Pakistan ed India, per non dire del subsahara.
Uno sguardo piu aperto ed umano su queste aree del mondo, dove il cambiamento del clima sta gia producendo gli effetti piu nefasti per la vita di persone incolpevoli, ci farebbe scoprire che, secondo stime autorevoli dell’OIM ( organizzazione internazionale migrazioni), nei prossimi 25 anni, i migranti climatici potranno essere 220 milioni di esseri umani; costretti a lasciare le loro terre per la ripetuta aggressione di eventi climatici estremi come siccità prolungata, inondazioni improvvise, cicloni e innalzamento del livello del mare. Che una parte non piccola di tali disperati, in cerca di un posto in cui vivere, bussi alle porte dei paesi europei è fin troppo scontato. Sino ad ora è accaduto per il 13% dei migranti totali, sino ad arrivare a 60 milioni, su 450 milioni di cittadini dell’Unione. Se tale percentuale fosse confermata per le nuove migrazioni climatiche, nei 27 paesi dell’U.E. arriverebbero altri 28 milioni di migranti nell’arco di più di 20 anni.
Saranno flussi imponenti e difficili da gestire, per poterli rendere sostenibili nei paesi di accoglienza; senza gli squilibri attuali che vedono penalizzati, tra i 27 paesi dell’Unione, Germania, Italia, Francia, Spagna che da soli ne hanno accolto 33 milioni. In Umbria sono 90.000 su 850.000 abitanti, i nuovi migranti climatici potrebbero essere 3 milioni per l’Italia e 40.000 per l’Umbria. Al momento, tuttavia, tali persone non godono delle tutele tipiche del “diritto di asilo”; infatti, a livello internazionale, non esiste ancora uno status giuridico di “rifugiato climatico”, riconosciuto formalmente dalle convenzioni ONU tradizionali. Eppure saranno richieste di asilo ed accoglienza simili se non superiori alle migrazioni dovute a motivi poliitici o all’effetto di guerre.
L’Europa, per non dire dell’Italia dei Salvini, Meloni e Vannacci, per ora si sta ponendo il problema opposto; ovvero come deportare forzosamente, come negli USA di Trump e dei suoi squadristi dell’ICE, i migranti che già sono tra noi. La parola feroce, “remigrazione”, inventata dalla destra razzista, ora, sembra trovare ascolto tra i presunti “moderati” europei, come il cattolico PPE che evidentemente non segue le indicazioni del Papa Leone XIV. Il recente voto europeo sul diritto di asilo ne è la prova evidente. Ma il problema di oltre duecento milioni di persone che si spostano per sopravvivere sta davanti al nostro immediato futuro e non basta un voto o un centro di detenzione illegale in Albania a farlo scomparire.
Davanti alla epocale crisi climatica, causata tra l’altro dal modello di produzione e consumi che abbiamo, noi occidentali, adottato a casa nostra ed esportato nel mondo, occorrerebbe una diversa capacità di proposta, rispettosa dei diritti umani ed al tempo stesso attenta agli equilibri sociali e culturali dei nostri paesi di accoglienza. Programmare flussi massimi e stabilire affidabili ed eque quote nazionali di accoglienza, a prescindere dai paesi europei di primo ingresso; apprestare servizi, degni di questo nome, per prima accoglienza, formazione linguistica e sociale, scuola ed abitazioni, tutela sanitaria, avviamento al lavoro; con l’obiettivo della piena integrazione, nel rispetto delle nostre regole civili. Fare dei migranti ciò che già sono e ancor più possono essere: una nuova risorsa umana per un ulteriore balzo in avanti nella nostra ed altrui civilizzazione.



