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di Fabio Maria Ciuffini e Giampiero Rasimelli

La strategia che abbiamo indicato

Nel Dossier Trasimeno che “Passaggi Magazine” ha pubblicato, e di cui questa è la quinta e ultima puntata, abbiamo svolto una riflessione che si muove lungo due assi fondamentali. Il primo è che la questione dei mutamenti climatici aperta oggi, nel nostro tempo, cambia radicalmente ogni parametro di valutazione sulla gestione e sugli andamenti delle acque del quarto lago d’Italia. Il secondo è che di fronte a questa emergenza epocale, a questa catastrofe ambientale che oggi si tocca con mano al Trasimeno, bisogna fare subito quello che può e deve essere fatto subito e bisogna subito progettare il futuro. Insomma: utilizzare meglio ciò che abbiamo → collegare gli invasi esistenti → costruirne di nuovi → preparare/progettare una fonte indipendente dalle precipitazioni.

Trasimeno/1 Storia di tutte le volte che stava per prosciugarsi

Fortunatamente, giunge notizia che qualcosa si sta muovendo, grazie al lavoro della Regione, dell’Unione dei Comuni, dell’Agenzia Regionale Forestale. Sono stati avviati vari lavori di manutenzione da tempo impigliati nel groviglio della frammentazione burocratica. È una reazione positiva, un inizio, ma solo un inizio, perché c’è da fare e programmare molto, molto di più e con urgenza.

Una domanda alla quale abbiamo cercato di trovare risposte

Quale livello del lago, sotto lo zero idrometrico, possiamo ritenere accettabile?

Un primo indizio lo abbiamo trovato. Quando, durante la grave crisi idrica del 1958 i livelli del lago si abbassarono a –2, 63 rispetto allo zero idrometrico (257,33 m/slm) l’intero ecosistema lacuale entrò in sofferenza.  La foto ritrae la situazione tra Isola Maggiore e Tuoro: il lago era completamente ricoperto di piante acquatiche. Dunque, la soglia massima sopportabile dovrà essere ben al disopra di quei livelli, al di là delle altre considerazioni riguardanti la superficie complessiva del lago e la stabilità del perimetro lacuale di cui abbiamo già parlato.

Trasimeno/2 Il lago è prima di tutto “prosciugato” dalla burocrazia

Alcune foto ancora che dimostrano la gravità della situazione

Andare all’isola Polvese a piedi?

Questa mappa mostra la probabile batimetria del lago Trasimeno oggi

Nel tratto tra Polvese e San Feliciano si potrebbe – forse – andare a guado –

Antiche leggende sembrano essere confermate!

Se non piove pioverà

Oggi, con il lago a –2,10 metri, siamo appena 53 cm sopra il minimo del 1958 (–2,63). Ma nel 1962 il Ministero dei Lavori Pubblici intervenne con finanziamenti nazionali, realizzando il canale Anguillara. Considerando questo apporto, che nel ’58 non c’era, la crisi attuale risulta dunque la più grave e supera il minimo del 2003 (–1,85).

Non consoliamoci con il proverbio «Se non piove, pioverà». Il cambiamento climatico mette in discussione l’alternanza fra stagioni secche e piovose.

L’Italia registra una crescente scarsità di risorse idriche rinnovabili: temperature più alte, maggiore evaporazione, piogge irregolari e siccità prolungate. Il Trasimeno ne è una manifestazione evidente. E dal Balaton all’Aral, passando per il mar Caspio, i laghi sono le sentinelle dell’acuirsi del cambiamento. Cambiare il proverbio?

«Se non piove, non è detto che in futuro pioverà di più per compensare».

Trasimeno/3 La strana storia del traghetto elettrico “affondato” da errori e cavilli

Bisogna essere consapevoli e visionari

L’Italia sta andando verso una crescente scarsità di acqua disponibile. Il cambiamento climatico comporta temperature più alte, maggiore evaporazione, piogge irregolari e siccità prolungate. Per il Trasimeno occorrono dunque manutenzione costante e una strategia integrata: dagli apporti di Montedoglio e del Chiascio ai possibili invasi sulla Caina e sul Niccone, senza escludere l’approvvigionamento di acqua dissalata dal Tirreno. Qualcuno considera quest’ultima proposta visionaria. Ma conviene ricordare, ad esempio, che negli anni ’70, per risolvere la crisi idrica di Perugia, furono costruiti oltre 100 km di nuove condotte, una distanza paragonabile a quella tra il Trasimeno e il Tirreno.

Il principio di precauzione impone di non escludere nessuna soluzione: colture meno idroesigenti, riduzione delle perdite degli acquedotti, minori consumi industriali, nuove tecnologie di raffreddamento, gestione della domanda idrica dei grandi centri di calcolo, nuovi invasi e dissalazione.

Non si tratta di fantasie. Secondo una ricognizione ENEA del 2025, l’Italia disponeva già di una capacità di dissalazione di circa 657.000 metri cubi al giorno, pari a 7,6 metri cubi al secondo, seconda nell’Unione europea soltanto alla Spagna. E nuovi progetti sono in corso.

Trasimeno/4 Metà del lago è già “perduto”. Ecco tutto ciò che occorre fare e subito

Eventualmente, quindi, la soluzione che merita di essere studiata insieme alle altre è quella di un dissalatore al servizio di più territori (ad esempio Umbria, Toscana, Lazio), dimensionato sui rispettivi fabbisogni e con una quota riservata alla salvaguardia ambientale del Trasimeno.

Con costi comparabili a quelli oggi preventivati per i progetti in atto.

Possiamo quindi augurarci che il Trasimeno non abbia mai bisogno di acqua dissalata. Ma le prospettive di inaridimento dell’intero paese ci dicono che sarebbe irresponsabile non prepararci all’eventualità contraria.

Una Legge speciale per salvare il Trasimeno

Il Trasimeno è in Umbria ma è patrimonio dell’Italia intera.

Le somme necessarie alla conservazione dell’intero ecosistema e con priorità i suoi livelli idrometrici, non possono essere erogate dal bilancio di una sola Regione.

Il precedente della realizzazione dell’immissario artificiale dell’Anguillara nel ’62 a spese del Ministero dei Lavori Pubblici per un importo aggiornato ad oggi tra i 20 ed i 30 milioni di euro – e che allora fu risolutivo – è esemplare in proposito.

È certo ormai che per garantire i necessari finanziamenti occorre ricorrere ad una legge speciale per il Trasimeno. Un ecosistema investito da una crisi eccezionale, catastrofica, che il cambiamento climatico rischia di rendere difficilmente reversibile.

Torna alla mente il lavoro svolto negli anni Settanta in Parlamento (tra i parlamentari ebbe un ruolo importante proprio Fabio Ciuffini che scrive) sulla Legge speciale per Venezia. L’analogia regge: dopo l’acqua alta del 1966 lo Stato riconobbe la salvaguardia di Venezia e della laguna come problema di preminente interesse nazionale, stanziando risorse straordinarie e prevedendo procedure speciali. Là troppa acqua, qui troppo poca. Naturalmente qui non dobbiamo salvare anche una città unica al mondo: cambia quindi, e notevolmente, l’entità del finanziamento necessario.

Tre opere, un programma

Una stima approssimativa, ricavata da fonti giornalistiche e sottoposta a una prima verifica, porta a ipotizzare un investimento complessivo di circa 400/450 milioni di euro per gli interventi necessari a superare la crisi.

Si tratta solo di ordini di grandezza basati su fonti tutte da controllare utili solo come prima indicazione per individuare la portata dei finanziamenti necessari. In particolare, ciò vale per l’importo relativo all’invaso sul Niccone per il quale andrebbe forse presa in considerazione anche un’opera di presa sul Tevere

Agli importi per queste grandi opere andrà aggiunta una quota per la manutenzione ordinaria annuale e il rinnovo della flotta di trasporto pubblico lacustre per ulteriori 50 Milioni. Secondo queste stime, che ricordiamo sono solo indicative, le opere potrebbero fornire volumi d’acqua teoricamente equivalenti a 50/55 centimetri annui di livello del lago, prima di considerare le perdite. È un apporto da verificare con studi idrologici aggiornati, anche in vista degli scenari di inaridimento esposti negli articoli precedenti.

Non occorre stanziare l’intera somma nel primo anno: una legge pluriennale può ripartire i finanziamenti secondo i tempi dei lavori. Si dovrebbe partire dal Caina, che presenta, secondo le stime disponibili, il miglior rapporto tra costo e apporto idrico. Intanto dovrebbero avanzare, senza altre attese, i progetti per Valfabbrica e Niccone.

Vale la pena di sottolineare che i 50/55 cm che si potrebbero guadagnare con le opere qui indicate rappresentano un’uscita molto limitata dalla catastrofe attuale che misura una perdita di oltre 2 metri del livello considerato ottimale.

Potremmo contare su un ritorno della piovosità e allora si potrà così tornare a livelli accettabili o, in caso contrario, pensare anche ad altro.

Una sola responsabilità

La Legge speciale non dovrebbe limitarsi a finanziare opere. Dovrebbe fissare un obiettivo scientificamente fondato — un livello lacustre accettabile e sostenibile — e attribuire a una struttura unica la responsabilità di progettare, coordinare e realizzare gli interventi.

Si potrebbero adottare, per quanto compatibili, procedure accelerate ispirate alla ricostruzione del ponte Morandi, il cosiddetto “Modello Genova”. Responsabilità chiare, tempi certi, decisioni rapide, senza sacrificare le garanzie ambientali.

Dunque, alle grandi opere andrebbero affiancati la manutenzione degli immissari, la riduzione dei prelievi dalle falde e un’agricoltura meno idroesigente, il rinnovo della flotta del trasporto pubblico lacustre da adeguare alla nuova situazione. L’obiettivo è uno: riportare acqua al lago e trattenerla, per poterlo vivere.

L’ idea di una Legge speciale per il Trasimeno non è una novità. Vi sono numerose proposte mai approvate in Parlamento.

In quattro legislature numerosi parlamentari, appartenenti a schieramenti politici diversi, hanno presentato proposte di Legge speciale per il Trasimeno, talvolta sottoscritte congiuntamente da esponenti di maggioranza e opposizione.

Abbiamo dovuto constatare, con dispiacere, che nessuna di queste iniziative è giunta all’approvazione. E che alcune non sono arrivate neppure all’inizio dell’esame parlamentare.

Alcuni testi riprendono l’impianto della Legge speciale per Venezia.

Le proposte più recenti riconoscono anche il ruolo del cambiamento climatico, ma nessuna prevede uno stanziamento iniziale paragonabile a quello qui ipotizzato.

Una legge da costruire insieme

Noi, in questa situazione, ci aspettiamo che dall’Umbria parta una grande iniziativa istituzionale e popolare unitaria per porre al Parlamento e al Governo i termini drammatici dell’emergenza Trasimeno.

Al Parlamento e al Governo va chiesto di riconoscere il carattere nazionale della crisi, autorizzare un finanziamento pluriennale e istituire una direzione unica con poteri effettivi.

Non si tratta di inventare una strada nuova, ma di percorrere finalmente quella già indicata.

Il Trasimeno non può attendere un’altra legislatura: occorre trasformare gli impegni in una legge, le analisi in progetti e i progetti in opere.

Fabio Maria Ciuffini                                                                                       Giampiero Rasimelli