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di Franco Raimondo Barbabella

La scelta di partecipare. Quando nel corso convulso della formazione delle liste si è aperta per CiviciX Umbria la possibilità di partecipare alla competizione elettorale con il terzo polo, abbiamo accettato consapevoli sia dei rischi che delle opportunità. Venivamo da due anni di grande impegno per il nostro radicamento territoriale e per l’organizzazione di una rete civica interregionale nell’Italia Mediana nel mentre ragionavamo con gli amici delle organizzazioni civiche del Nord e del Sud di come e in quali tempi costituire la Federazione civica nazionale nella convinzione che la crisi del Paese abbia una delle sue ragioni profonde nel distacco della politica dalla vita pulsante dei territori.
Le elezioni anticipate hanno fermato questo percorso e ci hanno costretti a scegliere se stare fuori o accettare la sfida. Abbiamo accettato la sfida. In politica, va ricordato, vale ciò che vale in fisica: il vuoto è una nozione astratta. Il vuoto viene riempito, se non scegli tu c’è chi sceglie per te e i processi hanno il loro sviluppo senza che tu possa avere voce in capitolo. Abbiamo scelto come nostro interlocutore il cosiddetto terzo polo perché lì abbiamo visto l’embrione di quel partito moderno, europeista e riformatore per metodo e programma, che manca da troppo tempo in Italia e che può essere appunto la casa del frastagliato mondo di democrazia repubblicana, liberale, popolare e socialista oggi disperso o collocato in ambiti diversi spesso anche conflittuali.
Siamo entrati in gruppo per coprire le diverse opzioni di lista, una squadra espressione dei territori capace di radicare e legittimare le ragioni di un progetto di rinnovamento a tutti i livelli istituzionali. Ci siamo amalgamati e ben coordinati, abbiamo organizzato iniziative in presenza e partecipato a dibattiti organizzati dalle organizzazioni produttive e sociali, abbiamo contattato direttamente le persone, sollecitando partecipazione al voto e riflessione sui problemi generali declinati anche nella specificità delle situazioni regionali e locali. Abbiamo puntato sulla partecipazione, sulla consapevolezza e sulla credibilità.
Gli esiti elettorali. Gli esiti elettorali ci hanno dato ragione della scelta politica fatta, del metodo seguito e dei contenuti proposti. Rispetto al dato nazionale di Senato e Camera del terzo polo (7,73 e 7,79), il dato umbro non è solo complessivamente superiore (rispettivamente 8,05 e 8,17), ma registra punte significative che vanno oltre il 10% in realtà urbane e territoriali diverse (Perugia, Orvieto, Corciano, e altre). In questo quadro due dati sembrano di particolare interesse: l’astensionismo, in Umbria già più basso della media nazionale (media nazionale 36,21, media Umbria 31,17), cala ulteriormente in diverse località in coincidenza, così si deve pensare, con l’effetto di trascinamento dei candidati (ad esempio Perugia 30,07; Orvieto 28,43, sei punti meno della media nazionale); il voto giovanile e quello dei ceti urbani influenza chiaramente questo fenomeno (frequente il ringraziamento per la presenza di candidati conosciuti e stimati che a loro dire incoraggiava la partecipazione al voto, che altrimenti forse sarebbe stata più bassa). Una indicazione questa utile per una riforma elettorale che volesse incentivare invece che scoraggiare la consapevolezza civica, la responsabilità politica e la partecipazione attiva alla vita comunitaria. Bisogna ricordare una nozione elementare: la democrazia è partecipazione consapevole alle scelte, ma le scelte devono essere vere altrimenti si perde anche il senso del voto e la partecipazione è minata dallo stesso sistema che a parole la invoca. Ne riparleremo dopo.
Le indicazioni politiche. Quali indicazioni politiche possiamo trarre da questa esperienza, sia sul piano umbro che su quello nazionale per l’evoluzione del terzo polo in direzione di quel partito riformista di cui ho fatto cenno sopra? Bisogna essere molto chiari sia nell’analisi dei problemi che nelle proposte di una possibile soluzione. Il punto focale è che con rapidità si capisca se, in quale modo e in quali tempi, si intende passare dall’alleanza elettorale di forze diverse all’organizzazione con metodo democratico di una formazione politica con i caratteri appena annunciati in campagna elettorale e perciò da chiarire e sviluppare in modo coerente. Un partito dunque che va oltre la convergenza di IV e Azione e diventa la casa plurale del riformismo europeista italiano. In questo percorso il civismo, per noi quello umbro ma auspicabilmente il civismo nazionale, può dare un contributo di grande rilievo, proprio perché è il civismo autentico che in questi anni di crisi politica ha saputo indicare le coordinate fondamentali di una rinascita possibile.
Quattro punti fondamentali. Dunque vediamo. 1. Anzitutto va sventato il pericolo di ripetere l’operazione “bicicletta” già sperimentata con esito fallimentare dai socialisti (PSI-PSDI) negli anni sessanta e ripetuta dagli ex comunisti e dagli ex democristiani con la nascita del Partito Democratico nel 2007, operazione problematica all’inizio e può darsi con esito drammatico oggi. Il partito dei riformisti deve essere idealmente e strutturalmente plurale. 2. In secondo luogo il passaggio dalla fase elettorale a quella costitutiva dovrà evitare il verticismo e prevedere un percorso democratico per la formazione di gruppi dirigenti che, nel mentre legittima una leadership reale, sperimentata sul campo, supera il leaderismo, malattia senile delle democrazie stanche. 3. In terzo luogo, se, come io credo, deve nascere un nuovo partito, questo deve essere effettivamente nuovo, nell’ispirazione ideale, nella proposta programmatica caratterizzante e nella forma-partito. L’adesione del civismo porta in dote l’idea federale, che permette di organizzare in modo produttivo le differenze, di coniugare locale con globale, particolare con generale. Il nuovo partito deve essere federale assumendo come fondante il principio che le differenze fanno ricchezza. Ma le differenze vanno poi ricondotte ad unità, chiarendo ruoli e competenze. Mentre i governi regionali devono portare a sintesi un ruolo propulsivo da affidare ai territori, il regionalismo oggi malato di particolarismo deve diventare un macroregionalismo funzionale e collaborativo. 4. In quarto luogo e conseguentemente, al di là del pur valido impianto programmatico già abbozzato, che si tratterà semmai di precisare e adattare al quadro che si sta ora meglio profilando, il partito riformista dovrà pertanto assumere come obiettivo programmatico fondante la riforma dello Stato e del modo di selezione della classe dirigente istituzionale.
La riforma dello Stato come riforma di sistema. Su quest’ultimo punto bisogna essere particolarmente precisi e chiari. Sulle riforme istituzionali bisogna uscire sia da una discussione strumentale e occasionale, sia da ambigue formule evocative (presidenzialismo, semipresidenzialismo, sindaco d’Italia), sia dalla pessima abitudine a piegare le leggi a miopi interessi di partito e di gruppi ristretti. La vicenda delle leggi elettorali indica ciò che non bisogna fare. Oggi è in ballo la tenuta democratica del Paese e a questo tema deve piegare la sua missione un partito seriamente riformatore come deve essere quello nascituro di cui stiamo parlando. Si tratta dunque di abbandonare da una parte un’idea ancora una volta verticistica del processo di riforma istituzionale e dall’altra quella che le classi dirigenti si formano per cooptazione. Insomma, questo è il momento di riscoprire la centralità della questione democratica come questione delle questioni, madre di tutte le riforme.
Occorre perciò mettere da parte l’idea della Commissione parlamentare bicamerale come luogo della generale riforma istituzionale, non a caso riproposta da Marcello Pera con riferimento alla Commissione D’Alema, e proporre in alternativa l’elezione a suffragio universale di un’Assemblea nazionale costituente, idea che finalmente, anche se faticosamente, sta avanzando anche nel dibattito pubblico. Contestualmente, e senza aspettare come sempre di andare a ridosso delle elezioni, bisogna proporre una riforma della legge elettorale nazionale che sia coerente con l’impegno al rilancio dei metodi democratici e alla valorizzazione del rapporto degli eletti con le realtà territoriali di provenienza. Ciò che può avvenire o con la previsione di un sistema uninominale in piccoli collegi o con un sistema proporzionale con preferenza.
Non servono ormai le toppe ad un sistema che non funziona. La riforma dello Stato o è di sistema o non è. Il federalismo non può essere quello immaginato e varato sciaguratamente nel 2001 né può essere quello voluto da alcune regioni del Nord con l’autonomia differenziata che spacca il Paese nel momento in cui l’unità è essenziale per stare da protagonisti in Europa e nella competizione del mondo polarizzato. C’è bisogno di una riforma generale che abbia il consenso popolare, che perciò non può essere fatta da una Commissione di un Parlamento si legittimo in quanto eletto, ma eletto con una legge che fa eleggere dei nominati.
Il riformismo come alternativa di governo in Umbria e nel Paese. Naturalmente per noi in Umbria si pone anche un problema specifico dentro il percorso generale sul quale pure siamo chiamati ad orientarci e a decidere. Io penso che valga la pena dare seguito alla sfida che abbiamo accettato e che ha avuto con grande nettezza il consenso dei cittadini elettori. Smetteremo intanto, spero, di parlare di terzo polo per parlare più appropriatamente di progetto costitutivo di un soggetto politico riformatore, casa dei riformisti europeisti. Vedremo come matureranno i rapporti con le altre forze riformatrici che si oppongono al governo per ora di centrodestra in Umbria e in gran parte dei comuni, un governo fallimentare. Vedremo in particolare come si potrà costruire con il PD un progetto comune. Ma è chiaro che a questo punto molto dipenderà dall’esito del percorso di chiarimento interno iniziato a seguito dell’esito deludente del voto.
Ci sarà un chiarimento effettivo? Ci sarà finalmente una Bad Godesberg italiana ritardata? O lo scivolamento verso il populismo contiano diventerà irresistibile? Oppure prevarrà ancora l’orientamento a salvare il salvabile, quello che è prevalso anche in altri passaggi cruciali (quello dalla prima alla cosiddetta seconda repubblica; quello che dall’esperienza dell’Ulivo portò appunto alla nascita del PD) e che spiega come il continuo rinvio dei problemi poi contribuisce all’affermarsi di populismi e sovranismi ad un certo punto vincenti e oggi difficili da sradicare? Certo è che il civismo umbro non potrà arretrare dall’essere portatore di un disegno riformatore maturo e lungimirante sia nel confronto per il superamento del terzo polo verso il partito riformatore sia nello sforzo per preparare una credibile alternativa di governo ad una destra che ci sta consegnando comunità locali e regione in evidente declino.
Il cambiamento del quadro politico e l’urgenza del partito dei riformisti. D’altronde le elezioni ci consegnano un cambiamento radicale del quadro politico: una destra vincente il cui segno reale e la cui capacità di reggere alle sfide del tempo, al di là delle divisioni, saranno tutti da scoprire; la permanenza e anzi il rafforzamento delle tendenze populiste e sovraniste di destra e di sinistra, non nonostante ma al contrario proprio per l’indebolimento della consistenza elettorale di Lega e M5s; la crisi verticale di quella che a dispetto di ogni evidenza ha continuato per anni e anni a chiamarsi sinistra con la pretesa che ogni progetto e ogni iniziativa progressista avesse lì il perno unico di legittimazione; la scomparsa, con l’affermazione del terzo polo, del falso bipolarismo o bipopulismo all’italiana; e qui la crisi drammatica del PD, perennemente in bilico tra chi guarda al populismo pentastellato e alla sinistra d’alemiana come salvezza del proprio dna (e vorrebbero chiamarsi socialisti) e chi vorrebbe finalmente approdare ad un riformismo europeista facendo i conti in positivo con le ragioni di fondo della scissione renziana e con la vicenda Calenda. In questa situazione, a verifica elettorale avvenuta e ora chiaramente in mancanza di un sicuro argine al sovranismo e al populismo e di una alternativa riformatrice di governo, affondano le ragioni di un’accelerazione del processo costitutivo del partito dei riformisti sulla base della positiva esperienza elettorale del terzo polo.
Mi auguro che riusciremo ad essere fedeli a noi stessi nei prossimi imminenti appuntamenti. Mi auguro anche che questa nostra esperienza umbra venga considerata dagli amici civici del Nord e del Sud come un patrimonio che può arricchire le prospettive di ricostruzione ideale e politica di un Paese che sembra aver perso fiducia in sé stesso insieme alla bussola del futuro. In ogni caso penso che noi la dobbiamo proporre all’attenzione come un’esperienza possibile non solo per non stare alla finestra ma anche per contribuire a dare forma al luogo di incontro di culture riformatrici ricche di potenzialità a cui però oggi non corrisponde pari importanza pubblica e ruolo politico per dispersione in particolarismi e frequente sostituzione di idiosincrasie personali alla fredda valutazione del senso e della portata delle battaglie politiche e dei progetti in corso di discussione.
NB. Articolo pubblicato il 3 ottobre 2022 sul giornale online ilmondonuovo.club