di Fausto Cardella
Come può accadere che la polizia arresti un uomo mentre commette uno dei più orribili sequestri di persona, quello di una bambina di pochi anni, e il giudice lo metta fuori dopo poche ore? Se questa domanda se la pone la madre della vittima, va compresa e rispettata, ma al pubblico la spiegazione va data, prima che parta la consueta caccia all’untore.
Il paradosso apparente si annida in alcune disposizioni del codice di procedura penale -quello che porta la firma del ministro Vassalli- e riguarda i requisiti necessari affinché la polizia giudiziaria possa arrestare una persona d’iniziativa, cioè senza un ordine della magistratura, e i requisiti necessari perché quell’arrestato -colpevole presunto, ovviamente, data la fase inizialissima dell’iter processuale- possa restare in carcere per un certo tempo, in custodia cautelare, senza una sentenza definitiva, in apparente violazione della presunzione d’innocenza. La spiegazione in questo caso la forniscono le telecamere, le telecamere onnipresenti, che vigilano sulla nostra sicurezza ma anche contro gli errori giudiziari.
Sul marciapiede di una stazione di autobus, l’uomo, con precedenti -pare- afferra una bimbetta, la prende in braccio sotto gli occhi della madre la quale però gliela strappa subito e se la riprende. La polizia, intervenuta immediatamente, arresta l’uomo in flagranza di reato di tentativo di sequestro di persona e dopo qualche ora lo conduce davanti al giudice per la convalida dell’arresto. In quella sede, il Pubblico Ministero, chiede che l’uomo resti in prigione con l’accusa di tentato sequestro di persona o almeno con una imputazione minore.
Ebbene, si tratta di due fasi procedurali che si susseguono vicine nel tempo ma con presupposti e finalità completamente diverse: la prima, convalida o meno dell’arresto fatto dalla polizia di propria iniziativa, mira a verificare se la polizia abbia agito correttamente, cioè se era lecito arrestare una cittadino senza un provvedimento della magistratura (Costituzione, art.13); la seconda fase tende, invece, a stabilire se quel cittadino arrestato debba stare ulteriormente in carcere in custodia preventiva, ossia senza una sentenza definitiva. Il giudice ha accertato che la polizia aveva agito bene e correttamente perché, in quel momento, dato il comportamento dell’uomo e le prime concitate reazioni, era possibile ritenere che il soggetto stesse tentando di rapire la bambina. Ma dopo, avuta la possibilità di sentire qualche testimonianza e, soprattutto, dopo aver visionato le immagini delle telecamere, il comportamento del soggetto è apparso incompatibile con il tentativo di sequestro di persona: un comportamento reprensibile ma non aggressivo, di un soggetto forse non del tutto sobrio, che non ha nemmeno provato a scappare con la bambina in braccio, anzi, quando la madre gliela ha strappata di mano, riprendendosela, non ha fatto un passo indietro, non è fuggito e ha farfugliato qualche spiegazione. Più da assistenza sociale che da carcere, forse.
Questo la stampa dovrebbe subito spiegare al pubblico -così come qualche testata ha fatto in questo caso, fornendomi i dettagli che ho utilizzato- senza assecondarne le paure e l’istintiva voglia di giustizialismo. Ricordate i bei vecchi Western degli anni ’50? Il presunto ladro di bestiame viene afferrato, le mani legate dietro la schiena, si butta una corda oltre un ramo e lo si impicca: esempio di giustizia celere, efficace ma a basso tasso di garantismo. Non è questo che vogliamo, no?
Un’ultima considerazione: abbiamo squassato le Istituzioni in una guerra lacerante, in occasione del recente Referendum, per dotarci di un “Giudice Terzo”, cioè capace di decidere senza condizionamenti, e lo avevamo già!
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L’informazione, i social e il Vannacci pensiero
di Gabriella Mecucci
Le notizie di cronaca nera e giudiziaria hanno sempre destato un forte interesse nell’opinione pubblica. Ma oggi a causa della tv e della rete sono al centro di un’attenzione maniacale da parte di una folla urlante che emette sentenze sulla base di scarse informazioni e spesso di vere e proprie fake news.
Il fenomeno Garlasco è il più evidente. E il comportamento di molti talk show televisivi è sconcertante: tanti piccoli Sherlock Holmes che si improvvisano pubblici ministeri, mentre i leoni della tastiera sparano giudizi con volgare sicumera. Neanche a dirlo, il tutto viene utilizzato dalla propaganda politica: basti ricordare come in campagna referendaria la famiglia nel bosco sia diventata uno spot del centrodestra. Ma anche la sinistra non scherza: l’accanimento de “Il Fatto” sul caso Nicole Minetti ne è un esempio.
Nulla di nuovo? Anche in passato i processi si sono svolti fuori dalle aule di giustizia: come dimenticare il caso Montesi e i decibel accusatori contro Piccioni che favorirono la scalata di Amintore Fanfani alla segreteria della DC nel dopo De Gasperi? Oggi però i pericoli sono molto maggiori. Il grande acceleratore è la rete che rende tutto più diffuso e più rapido
Anche a Perugia non poteva mancare il suo piccolo caso di nera che accende gli animi e le menti. Si tratta del ventinovenne gambiano accusato di aver tentato di rapire una bambina di cinque anni. Titoloni ad effetto, post sui social con giudizi sommari e evocazioni di orribili pene per il già processato e condannato in rete. E – c’è da giurarci – subito dopo sarebbe partita la campagna su Perugia insicura e gli immigrati da espellere subito. Il gip però, dopo aver esaminato le testimonianze raccolte e visionato con attenzione i filmati che hanno ripreso la scena, ha concluso che non c’è stata violenza, né crimini che richiedano la permanenza in carcere, né un tentativo di rapimento e ha ordinato la scarcerazione. Il giovane africano, un balordo, un malato di mente ubriaco, ha preso sì la bambina, ma non è corso via portandola con sé. E, quando la madre – comprensibilmente spaventata dal suo comportamento – ha urlato e reagito, ha lasciato che prendesse la piccola e non è nemmeno scappato. Questo raccontano le registrazioni.
A Perugia quindi non c’è un rapitore di bambini, ma non si può fare a meno di chiedersi: l’informazione nazionale e locale ha usato un eccesso di enfasi nel raccontare l’episodio? Quanto al ventinovenne in questione è auspicabile che, se ha bisogno di cure, gli vengano praticate e si agisca nei suoi confronti in base alla legge, senza mostrificarlo. Ma la decisione del gip non ha placato gli animi e reso i giudizi più pacati. Anzi, è stata giudicata “una schifezza”: così l’ha definita la madre della piccola e così recita qualche titolo. L’atteggiamento della donna è comprensibile visto che l’episodio ha riguardato sua figlia, ma solo in Italia le reazioni delle persone care diventano sentenze inappellabili. Per non dire poi dei giudizi carichi di violenza verso l’extracomunitario che sono continuati sui social anche dopo la decisione del magistrato e che hanno investito anche quest’ultimo. Un fiume di improperi che non si ferma, ma continua a tracimare.
Viene il sospetto che il “vannaccismo” abbia molti più adepti di quanto si possa pensare.
Di fronte a questa radicalizzazione dell’opinione pubblica, è più che mai indispensabile che il mondo dell’informazione si muova con prudenza e equilibrio cercando di non fomentare questa subcultura. La libertà di informare è sacrosanta e va sempre difesa, ma non si può non tenere conto delle garanzie di cui ciascuno deve godere. Il garantismo vale per tutti: per i politici, per i giornalisti, per gli imprenditori e anche per gli extracomunitari di pelle nera. Così come occorre avere rispetto per la magistratura, la quale, dal canto suo, deve usare l’enorme potere di cui dispone con il massimo di equilibrio e di continenza. Questa non è una predica fatta agli altri, ma prima di tutto a me stessa.
I nuovi strumenti di comunicazione, proprio per la capacità di diffusione che hanno, richiedono a tutti un’attenzione e una prudenza superiori rispetto al passato: un tempo la discussione si svolgeva in piazza o al bar e coinvolgeva poche decine di persone, oggi grazie ai social può allargarsi a migliaia di persone. Il “mi piace” e il “non mi piace” determina un irrigidimento delle posizioni e non aiuta la complessità dell’analisi, la riflessione, la moderazione. Favorisce insomma ogni forma di estremismo ed è carburante prezioso per il Vannacci pensiero.



