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di Lucio Caporizzi

Come ogni anno, il Rapporto sull’Economia dell’Umbria, presentato recentemente da Banca d’Italia, rappresenta un prezioso momento di analisi e riflessione sullo stato e sugli andamenti del sistema produttivo regionale.   

Il valore del Rapporto, oltre, naturalmente, che nell’autorevolezza dell’Istituzione che lo redige, risiede anche nel fatto di contenere aggiornamenti congiunturali unitamente ad uno sguardo di più lungi periodo ed all’approfondimento di temi di particolare interesse ed attualità.

Soffermandoci sugli andamenti di breve periodo, il Rapporto stima per il 2025 un lieve incremento del Pil regionale, intorno allo 0,5%, in linea con l’incremento a livello nazionale. Nulla di esaltante, ma neanche quella recessione di cui si sono – un po’avventatamente – subito affrettati a parlare alcuni giornali locali.

Soffrono l’industria ed i servizi, mentre una certa spinta proviene dagli investimenti pubblici, trainati dalla spesa finanziata dai fondi europei del PNRR. Nel settore manifatturiero, alla buona performance del tessile si oppone la debolezza del metalmeccanico, dove pesano le criticità del comparto automobilistico. A tale proposito viene presentato un focus sul grado di esposizione del sistema industriale umbro alla filiera automotive, dal quale risulta che tra le imprese che operano nella filiera, il grado di esposizione risulta superiore a quello medio italiano (2,5% contro l,8%) ed è particolarmente alto per le imprese più grandi e, tra gli ambiti di attività, per la componentistica, per le apparecchiature elettriche e per l’elettronica.

Fino a due anni fa, il valore aggiunto della manifattura umbra era ancora pari all’88% del livello del 2007, con il comparto dei metalli ancora più in basso, fermo al 60%, in buona parte dovuto alle vicende societarie della principale impresa umbra del settore, l’AST, che contribuisce ad un quarto del valore aggiunto del comparto metalli, il quale, a sua volta, rappresenta circa un quinto del settore manifatturiero umbro, che vale poco meno del 20% del Pil regionale. Detto en passant, i dati appena citati chiariscono la “favoletta” – che ancora, ogni tanto, viene fuori – dell’AST che, insieme all’indotto, peserebbe il 15% del Pil regionale, mentre, fatti quattro conti, siamo tra l’1 ed il 2 per cento.

Un altro focus interessante è quello che tende, analizzando intensità e qualità brevettuale, a valutare la capacità innovativa del sistema regionale, notoriamente punto debole della nostra regione.

In termini numerici, l’intensità brevettuale risulta piuttosto bassa, con un numero di brevetti registrati presso l’EPO (European Patent Office) che, in proporzione alla popolazione, risultano essere meno della metà del corrispondente valore medio nazionale, concentrati prevalentemente nei comprensori del folignate e del tifernate. Non va meglio dal punto di vista qualitativo, dato che le citazioni medie per ciascun brevetto umbro risultano del 60% inferiori al corrispondente valore europeo.

Un quadro più favorevole per l’Umbria emerge quando si vadano ad esaminare aspetti diversi da quelli meramente economico-produttivi, ma comunque importanti per una comunità. Viene infatti presentata una elaborazione degli indicatori ricompresi nel BES (Benessere Equo e Sostenibile) elaborato da Istat, con una aggregazione degli stessi in quattro indici compositi, riguardanti: economia e lavoro, relazioni ed istituzioni, capitale umano e sociale, qualità del contesto ed ambiente. L’Umbria si posiziona su valori superiori alla media del Paese e del Centro su tutti i quattro ambiti tematici, con la parziale eccezione del primo ambito (economia e lavoro), dove risulta inferiore alla media del Centro.

Il mercato del lavoro presenta una situazione a prima vista positiva, dato che continua la crescita degli occupati (con il tasso di occupazione che arriva a sfiorare il 70%), ma tale crescita risulta in prevalenza concentrata nelle classi di età dai 50 anni in su.

A tale proposito è opportuno un breve approfondimento, da svolgere a livello nazionale. Quanto ora detto per l’Umbria, infatti, vale ancor più per l’intero Paese. L’aumento degli occupati è tutto concentrato nelle classi di età sopra i 50 anni (+4,2% nel 2025), mentre al contrario l’occupazione si riduce tra gli under 35 (-2%) ed anche nella fascia 35-49 (-1,3%). L’andamento crescente degli occupati, quindi – di cui tanto si compiace il Governo nazionale, oltre a rivendicarlo come risultato della propria azione – in realtà riflette soprattutto il progressivo allungamento della vita lavorativa determinato dalle strette pensionistiche più che un aumento delle nuove assunzioni. Lo stesso aumento dell’occupazione stabile (più tempo indeterminato e più tempo pieno) non deriva principalmente da una maggiore capacità del mercato del lavoro di trasformare i contratti temporanei in permanenti, ma riflette in larga misura la crescente permanenza dei lavoratori più anziani in posizioni già stabilizzate.

Tornando all’Umbria, la lettura del Rapporto conferma quello che è ormai da tempo il quadro della regione. Un processo, sul lungo periodo, di lento declino economico (non a caso l’Umbria è rientrata nella Zona Economica Speciale del Mezzogiorno) ma che non da luogo a particolari cedimenti, declino peraltro mitigato dal permanere di condizioni favorevoli su aspetti diversi da quelli prettamente produttivi (vedi BES), con un qualche indebolimento, tra di questi, per un servizio fondamentale come l’assistenza sanitaria. Un quadro dove le retribuzioni reali (quindi al netto dell’inflazione) dei dipendenti del settore privato, nonostante la recente accelerata delle retribuzioni nominali, restano ancora dell’8% inferiori al valore del 2008.

Riguardo al tema dello sviluppo economico e della capacità di innovare, il Rapporto segnala il livello di attuazione piuttosto basso, ancora, dei Programmi cofinanziati dalla Unione Europea. Alla fine del 2025 (vedi Comitato di Sorveglianza del novembre scorso), i due Programmi della Politica di coesione europea 2021-2027, facevano registrare un tasso di pagamento inferiore al 12% del totale delle risorse disponibili. Si tenga conto che i fondi della Politica di coesione europea rappresentano il principale strumento per le politiche di sviluppo della regione. Inoltre, con riferimento al cruciale tema delle politiche per promuovere l’innovazione, viene evidenziata la natura eccessivamente dispersiva della relativa spesa, posto che, con riferimento al totale delle misure attuate negli ultimi 7 anni in Umbria a favore di Ricerca e Innovazione, il 70% dei finanziamenti erano al di sotto dei 50.000 euro.

Poco prima della presentazione del Rapporto di Banca d’Italia, era uscita la Comunicazione di giugno di Svimez, Istituto che studia prevalentemente l’economia delle regioni del Mezzogiorno.

Svimez stimava per il Pil umbro nel 2025 un calo dello 0,2%. Ricordando che sia per Svimez che per Banca d’Italia si tratta, appunto, di stime, soggette a successive modifiche, la valutazione di Banca d’Italia sembra essere più attendibile.

La stima di Svimez, come si è accennato in apertura, ha indotto qualche commentatore locale forse più pratico con la propaganda politica che con l’analisi economica, a parlare in tono allarmistico di Umbria in recessione. Tale presunta recessione veniva a sua volta collegata, in termini di causa-effetto, guarda caso con l’insediamento del centro-sinistra in Regione che, in quanto tale, promuoverebbe un clima contrario all’intraprendere e, inoltre, come effetto della nota manovra fiscale varata dalla Regione nell’aprile del 2025.

A tale proposito è agevole osservare che, intanto, l’aumento delle addizionali regionali si è riflesso nelle buste paga dei contribuenti dagli inizi dell’anno in corso e, quindi, non poteva non determinare effetti di riduzione del reddito disponibile sul 2025, sempre che un prelievo pari a meno dello 0,2% del Pil regionale possa avere un apprezzabile effetto macroeconomico. Quanto al clima contrario alle imprese ed allo sviluppo economico in generale, che caratterizzerebbe i governi di centro-sinistra, si può ricordare che la stagione di massimo sviluppo economico dell’Umbria si realizzò sul finire degli anni ’70 ed i primi anni ’80, quando il Pil pro capite superava il valore medio nazionale e anche di regioni vicine come le Marche. Ebbene, in quel periodo la Regione, le Provincie e quasi tutti i Comuni erano retti da maggioranze di sinistra, con il Partito comunista in posizione d predominio.

Del resto, al Governo nazionale ormai da 4 anni vi è una maggioranza di destra, eppure per il secondo anno consecutivo il Pil italiano ha registrato un tasso di variazione pari a meno della metà del dato medio europeo. Insomma, queste “equivalenze” – destra=sviluppo sinistra=recessione – lasciano il tempo che trovano.