di Giacomo Porrazzini
Il mondo finanziario internazionale ha coniato la parola “earmarking”. Un termine che esprime la condizione di fondi finanziari vincolati alla realizzazione di determinati obiettivi. Si tratta di una sorta di “timbro” normativo volto soprattutto a impedire che risorse raccolte, attraverso tasse o altre misure di prelievo per uno scopo, possano essere poi utilizzate per altre finalità. Si applica alla finanza aziendale come a quella pubblica e aiuta a rendere più trasparenti i bilanci e la lettura sociale delle misure fiscali o parafiscali. Tale metodologia dovrebbe essere applicata anche ad un campo, come la finanza per la sostenibilità e la transizione ecologica; ad esempio, come garanzia di vincolo di destinazione per varie forme di “carbon tax”.
L’Umbria genera metà dell’energia che consuma e quasi tutta a Terni
In Italia abbiamo, invece, un caso abbastanza clamoroso di disapplicazione di tale principio, come quello degli ETS (i certificati di emissione) che regolano, economicamente, l’impatto climatico delle attività industriali ad alta emissione di CO2. Un’azienda, se emette gas climalterante, oltre una soglia stabilita dal leglislatore, deve acquistare “certificati di emissione” per poterlo fare. In particolare, i settori dell’energia da fonti fossili, come centrali e raffinerie, la chimica, le cementerie e grandi vetrerie, la siderurgia, le compagnie aeree, sono quelli più interessati a tale tipo di regolamentazione. Lo scopo è di spingere le aziende a migliorare la propria efficienza energetica e a sostituire le fonti fossili di energia con le fonti rinnovabili che non emettono carbonio.
Ci sono aziende che fanno investimenti sul processo produttivo per ridurre o eliminare le emissioni, liberandosi, in toto o in parte, dall’obbligo di acquisto degli ETS, mentre altre preferiscono acquistare i certificati di emissione, sopportandone il costo. Anche in questo secondo caso, clima e ambiente dovrebbero beneficiarne in quanto le risorse finanziarie così raccolte dovrebbero essere destinate a supportare investimenti per la decarbonizzazione.
Se guardiamo a quanto accaduto in Italia negli ultimi 10 anni scopriamo che a fronte di 18 miliardi di incassi statali per l’acquisto dei certificati solo 1,7 miliardi sono stati spesi per interventi attinenti la transizione ecologica. L’Italia, con normativa nazionale, ha stabilito che il 50 per cento delle entrate vadano alla riduzione del debito pubblico e la restante metà a interventi di mitigazione e adattamento climatico. Il vincolo di destinazione è stato perciò disatteso dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica per almeno 7,3 miliardi, (9 meno 1,7 uguale 7,3 ); si tratta di un importo pari alla metà dell’extra debito, oneroso per lo Stato, concesso recentemente dalla Commissione europea al nostro paese, proprio per interventi sulle tecnologie green. Ci sono risorse proprie per intervenire, ma si preferisce la strada del debito per fare le stesse cose.
Di tutta evidenza l’esistenza di un secondo e un terzo problema, che si aggiungono al mancato “earmarking” o vincolo di destinazione da parte delle nostre autorità di governo preposte alla gestione di tali fondi. Il secondo è relativo ai rapporti Italia Europa e il terzo al rapporto tra governo centrale e Regioni. In discussione presso le istituzioni dell’Unione europea vi è attualmente una proposta di revisione del meccanismo degli ETS, volto ad accrescerne l’efficacia (si stima che a livello europeo abbia concorso ad abbattere del 20 per cento le emissioni industriali di CO2 ); la revisione tende a rendere più onerosi i certificati e a ridurre la quota di quelli concessi gratuitamente ai settori più critici, gli “hard to abate”, dove ci sono limiti intrinseci dei processi produttivi che impediscono il taglio delle emissioni oltre certi limiti.
Dentro questa discussione il governo italiano è entrato a gamba tesa, chiedendo di rinviare a lungo termine tale decisione, frapponendo un suo veto, mentre gli altri partner europei sembrano orientati a sostenere il rafforzamento di uno strumento parafiscale d’innovazione produttiva delle imprese industriali e di incremento di risorse, private e pubbliche, destinate all’accelerazione, necessaria, della transizione ecologica della nostra piattaforma produttiva.
Il terzo problema riguarda il trattamento dei territori regionali; infatti mentre il costo degli ETS viene sostenuto da imprese insediate in territori che ne sopportano gli impatti ambientali, ai territori stessi nulla ritorna di quelle risorse a oggi accantonate o usate per fini diversi da quelli istitutivi degli ETS europei. Basti pensare che solo Ast-Arvedi, per le emissioni delle Acciaierie di Terni, spende oltre 10 milioni di euro ogni anno, destinati a raddoppiarsi, entro il 2030, con la revisione della normativa europea sugli ETS. La principale azienda ternana e umbra ha versato in dieci anni somme per almeno 100 milioni, per acquistare una sorta di “diritto d’impatto emissivo” su un territorio e una comunità locale, alla quale di queste risorse viene restituito poco o nulla, a partire dalla possibilità di programmare interventi incisivi e su larga scala di contrasto e adattamento al cambiamento climatico. Le Regioni che ospitano le 1.200 grandi imprese emissive che acquistano gli ETS per emettere dovrebbero porre al legislatore nazionale, che già si è riservato la metà dei fondi raccolti per altre finalità, il tema della redistribuzione sui territori interessati almeno dell’altra metà che resta. L’Umbria è impegnata a elaborare un vero piano di transizione e decarbonizzazione; servono risorse reali e consistenti. Quelle ricavabili dagli ETS, per alcune decine di milioni, possono incoraggiare l’Umbria a percorrere questo cammino che costruisce un domani migliore, perché sostenibile.



