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di Giacomo Porrazzini

I grandi viaggiatori del mitico Ottocento, come Lord Byron, Wolfgang von Goethe, William Turner, Camille Corot, Salvator Rosa, Hans Cristhian Andersen, Mary Shelley che, una volta superata, davanti “l’orrida bellezza” della caduta d’acque delle Marmore, la sindrome di Stendhal, si inoltravano verso la conca ternana, la trovavano una valle incantata, una sorta di giardino dell’Eden, tanto era ricca di acque e di verde lussureggiante; Culla di  una agricoltura generosamente fiorente, sui sedimenti fertili del lago di primordiale che colmava la conca. Il fiume Nera e torrenti come il Serra e il Fosso di Stroncone, con la rete dei canali derivati, rendevano Terni la “Urbs Interamna Nahars” degli antichi umbri e poi dei Romani: la città tra le acque.

In tanto verde fiorente, tuttavia, un piccolo seme grigio scuro venne ad insinuarsi, già nel 1794, con la costruzione della Ferriera Pontificia, per opera del Marchese Sciamanna, su incarico dello Stato della Chiesa Cattolica di Roma. Il rosso del ferro fuso faceva irruzione nel verde bucolico della Conca Ternana, anticipandone il destino ed i colori di bandiera. L’ultimo Papa Re, in visita a Terni, nel 1857, Pio IX, venne ad accertarsi dello stato di salute della sua grande Ferriera, tredici anni prima che i bersaglieri, entrassero in Porta Pia, ponendo fine al potere temporale dei Pontefici della Chiesa Romana. Se la storia industriale di Terni aveva avuto il suo atto di concepimento, per opera dello Stato Vaticano, novanta anni più tardi, nel 1884, per opera del giovane Stato italiano, vi fu un secondo e fondamentale atto generativo della produzione siderurgica ed industriale di Terni, con la nascita della  Saffat (Società degli Altiforni Fonderie ed Acciaierie di Terni), anticipato tre anni prima, dalla realizzazione della fabbrica d’armi. Terni diventava, per la siderurgia, il polo industriale strategico dello Stato italiano, soprattutto per le forniture di guerra; la città umbra assumeva le sembianze di una Manchester italiana e la configurazione urbanistica e socioculturale di una Company Town.

Un autorevole Presidente dell’ISUC come Raffaele Rossi ebbe a scrivere che nel 1884 Terni aveva avuto i suoi secondi natali. L’importanza di Terni e delle sue acciaierie, e poi della sua produzione idroelettrica, dal sistema fluviale Nera-Velino, si rivelò così rilevante, per la produzione energetica ed industriale nazionale, tanto da supportare, politicamente, nel 1927, la nascita della Provincia di Terni e da motivare, durante il ventennio fascista, gli stessi scontri tra Mussolini e il Podestà Elia Rossi Passavanti; quest’ultimo, infatti, provava a difendere gli interessi economici della Comunità locale, contro le pretese egemoniche, sull’uso delle risorse idraulico-energetiche del territorio, di Arturo Bocciardo, capo delle Acciaierie e protetto del Duce, proprio per l’importanza nazionale del polo ternano. Bocciardo era uno sperimentato capitano d’industria, capace di visione, tanto da risanare le finanze delle Soc. Terni, esangui, dopo la fine dell’acciaio di guerra e di espanderne il campo d’azione, verso la multisettorialità, in particolare con l’elettrochimica, le miniere ed il cemento.

La città, in pochi decenni, aveva visto aumentare la popolazione da 14.000 a 64.000 abitanti, con una grande ondata migratoria, dalle campagne, da altre località umbre e da altre zone del paese. Un innesto di culture e risorse umane che mutò radicalmente i caratteri della Terni, preindustriale, tanto da far dire a Furio Miselli, uno dei poeti dialettali, tradizionalisti più amati, su quel tempo di transizione: …..”Terni nostru ‘ndo si’ jitu ?”. La nuova Terni, produttiva e sociale, nasceva e si costituiva, anche culturalmente, per quanto riguarda la relazione tra industria e natura, su un principio di prevalenza delle esigenze produttive e di conseguente sfruttamento massimo delle risorse naturali. Il verde restava pressoché intatto sui monti che fanno da orlata cornice alla conca, ma, la sua importanza diminuiva molto nell’attenzione e nel cuore dei ternani. La città ha vissuto decenni di alte emissioni inquinanti e tossiche, sia in atmosfera che nel fiume Nera e nelle discariche, ritenute un pedaggio da pagare allo sviluppo industriale e spesso alla tenuta stessa della sua base occupazionale. Anche le condizioni di lavoro in fabbrica non erano delle migliori, tanto da far nascere, a Terni, negli anni 70 del secolo scorso, per iniziativa delle Organizzazioni sindacali operaie, di medici illuminati e delle istituzioni locali di sinistra, il MESOP, una delle iniziative piu avanzate, a livello nazionale, per la medicina del lavoro.

Quando, ancora negli anni 70, sotto l’impulso dello storico rapporto del Club di Roma, sui limiti ecologici della crescita, ma anche di tragedie come Seveso, con le diossine e Casale Monferrato, con la “polvere assassina” dell’amianto, cominciò a diffondersi una maggiore sensibilità ed intervennero anche normative di protezione, sanitaria ed ambientale, verso le emissioni dei processi industriali, iniziò insomma a farsi largo l’esigenza di un controllo sociale. Un controllo affidato alle istituzioni locali ed ai movimenti ambientalisti, sulle determinanti dell’inquinamento di aria, acqua, suolo e catena alimentare, ma anche sulle azioni da intraprendere per combattere l’inquinamento. Tra queste, la riscoperta della importanza del “verde” per la protezione della salute e non più solo per la bellezza ed il decoro urbano. Una importanza esaltata dalle esigenze di misure di mitigazione ed adattamento al cambiamento climatico, di cui abbiamo preso, parzialmente, tardiva coscienza, solo, negli ultimi dieci anni.

La storia industriale della Conca Ternana, con fabbriche altamente emissive ed inquinanti e la sua morfologia di valle chiusa da monti, dovrebbero spingere istituzioni ed imprese ad un impegno straordinario, sia per ridurre le emissioni industriali e civili, sia per assorbire, anche con verde ed alberature estese, parte di quelle non eliminabili. Il verde ha una doppia funzione, in quanto assorbe la CO2, in eccesso, responsabile del cambiamento del clima e in quanto capace di fungere da filtro, per la depurazione dell’atmosfera e dell’aria che respiriamo, da molte sostanze inquinanti. Tanto più, in previsione del dimezzamento delle quantità ammissibili dei principali inquinanti atmosferici, per una nuova normativa europea, in vigore entro il 2029.  È di tutta evidenza che la funzione del verde urbano, in un contesto come quello ternano-narnese, sia prioritariamente, quella del contrasto all’inquinamento ed alle bombe di calore, in una città fra le più calde d’Italia, in estate.

Per la cattura della CO2 siderurgica, (almeno il 20% delle emissioni, al netto di quelle ridotte industrialmente del 55%, entro il 2050, ovvero 36.000 tn/anno)  la scala d’intervento non potrebbe che essere territoriale, in quanto, per una realtà altamente emissiva di gas serra, come la nostra, (10 tn/anno per abitante per tutte le attività e 360.000 tn/anno solo da Ast), sono necessari spazi extraurbani, stimati in almeno 5.000 ettari, ed alberi, per almeno 10 milioni, in quantità assai maggiori di quelle compatibili con il contesto urbano. Lo strumento della riforestazione urbana e territoriale non è stato incluso, esplicitamente, nel famoso Accordo di Programma per la siderurgia sostenibile a Terni, fra le misure di riduzione delle emissioni di gas serra, affidate principalmente all’introduzione di idrogeno verde nel ciclo produttivo siderurgico.

Una Acciaieria, anche a Forno elettrico, resta un’attività “hard to abate” sotto il profilo ambientale e climatico; continuerà ad emettere, pur ridotte, quantità in eccesso di CO2 e particolato con polveri metalliche nocive, anche dopo la “cura” dell’idrogeno.  Per questo, un assorbimento passivo delle sostanze nocive e climalteranti resta necessario. Lo sviluppo delle superfici verdi, boschive e forestali, può essere un mezzo efficace, per farlo, attenuando, così, i problemi ecologici presenti e prevedibili. Certo, esiste un problema delle risorse necessarie, valutabili in almeno 100 milioni di euro, reperibili solo nel quadro di un impegno strategico pluriannuale.  A tale riguardo, le Aziende che emettono CO2 e le Regioni e le città che le ospitano, dovrebbero porre al governo il tema di come reimpiegare, sui territori che ne subiscono l’impatto, i proventi degli ETS (emission trade system) che, oggi, pagati dalle industrie locali, vengono incassati dallo Stato centrale, e non utilizzati per la transizione ecologica, per un ammontare, di 18 miliardi di euro, cumulato in 12 anni. Se anche solo una parte di tali risorse annuali (Ast-Arvedi versa, ogni anno, più di 10 milioni di euro), fosse utilizzata, per un programma pluriennale di riforestazione urbana e territoriale, l’obiettivo potrebbe essere raggiungibile, uscendo dall’utopia ed entrando nei programmi concreti della transizione umbra e ternana, verso un modello di sviluppo, finalmente, sostenibile.