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di Ida Meneghello

Raccontare fa male a se stessi e agli altri. Chi decide di scrivere un romanzo o la sceneggiatura di un film, deve avere il coraggio di affrontare il dolore che sempre le parole disvelano, anche se la finzione si sovrappone alla realtà suggerendo altri nomi, altri personaggi, altre storie. Lo sa bene Emmanuel Carrère che ha atteso la morte della madre per scrivere il magnifico romanzo della sua famiglia russa “Kolchoz”. Lo sa Pedro Almodóvar che a questa verità fondamentale, che è in fondo l’anima di tanta letteratura e di tanto cinema, dedica il suo ultimo film “Amarga Navidad” cioè “Natale amaro”. Una pellicola non sempre a fuoco, talvolta troppo cerebrale. Comunque da non perdere.

Si potrebbe pensare che il soggetto non sia molto diverso da “8 1/2” di Fellini: il protagonista è un regista in crisi che ha esaurito l’ispirazione e annaspa alla ricerca di storie e personaggi che funzionano. Lo spettatore capisce subito che così si rivela qualcosa di molto personale, il protagonista Raul è l’alter ego di Almodóvar, è autofiction come si usa dire oggi. Ma questa lettura mi pare dica solo una mezza verità, qualcosa che certamente c’è ma che non spiega fino in fondo il senso del film.

Che il regista spagnolo giri da anni alla ricerca di ispirazione saltando tra storie molto diverse e non sempre convincenti, lo dice la sua filmografia: “Volver”, secondo me il suo ultimo grande film, è del 2006. Certo, fare una pellicola ogni due anni da quasi cinquant’anni rivela una bulimia creativa destinata inevitabilmente a esaurirsi. E anche il Leone d’oro conquistato nel 2024 con “La stanza accanto” è apparso a molti più un riconoscimento alla carriera che all’opera in sé, peraltro trasposizione del libro di una scrittrice di successo.

Cos’è dunque “Amarga Navidad”?

È la rivelazione del dolore che c’è in tutte le vite e in tutte le relazioni, a cominciare da quelle familiari. In particolare è il dolore di chi decide di non tacere ma di raccontarlo, quindi lo scrittore, quindi il regista. E allora sì, questo è un film autobiografico, il film che in fondo racconta tutti i film di Almodóvar.

La pellicola incrocia due piani di narrazione, anzi tre: c’è la storia ambientata nel dicembre 2004, nei giorni della festa della Costituzione, incentrata su Elsa, regista iperattiva di spot pubblicitari in crisi di panico dopo la morte della madre; c’è il regista Raul che tenta di uscire dal blocco dello scrittore immaginando la storia di Elsa intitolata “Amarga Navidad” nel 2026; infine c’è la storia che Elsa scrive (nell’immaginazione di Raul) ispirandosi ai drammi delle sue amiche Patricia e Natalia, la prima succube di un marito fedifrago, la seconda devastata dalla morte del figlio bambino.

Questi incastri narrativi non sempre funzionano, la pellicola si impantana a metà (dura quasi due ore), ma poi ritrova il giusto ritmo grazie al confronto duro tra Raul e la sua assistente Monica che lo lascia dopo vent’anni sbattendogli in faccia il suo cinismo, l’insensibilità di chi utilizza il dolore degli altri per uscire da un’impasse creativa e scrivere la sceneggiatura del suo prossimo film.

La spettatore ritrova ancora una volta tutti gli ingredienti che rendono inconfondibile lo stile di Almodóvar, dalla colonna sonora di Alberto Iglesias alle scenografie di Antxón Gómez, dal montaggio di Teresa Font a un cammeo di Rossy de Palma. Dopo tanti anni e tanti film è come tornare a casa, anche se non c’è più la passione e la bellezza folgorante delle sue pellicole indimenticabili.

Non c’è un finale in “Amarga Navidad”. Perché neanche il regista che scrive la storia lo conosce, il finale si impone da sé, dice Raul. I titoli di coda scorrono sulle sue dita che si muovono frenetiche sui tasti del computer. L’ispirazione è tornata, ci sarà un altro film, è la fiction, bellezza!

Ma così è anche la vita, non sappiamo come andrà a finire neanche la nostra. Nell’ultima pagina di “Kolchoz” Carrère scrive, riferendosi a suo padre: “L’infelicità e il dolore dureranno fino alla fine, ma lui ha amato”. Ecco, si potrebbe dire che questo è anche il finale del film. Ed è un finale che in fondo conosciamo tutti.