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di Gabriella Mecucci

Dopo le dimissioni di Luca Ferrucci e la sua dichiarazione successiva su facebook- ormai diventato il luogo dove si esprimono (ahinoi!) le istituzioni – occorrerà pure che qualcuno cerchi di raccontare che cosa è successo davvero, andando oltre i paludati silenzi della maggioranza e le chiassose polemiche dell’opposizione.

Luca Ferrucci si è dimesso perché Sviluppumbria prevede per l’amministratore unico uno stipendio di circa 1400 euro al mese. Una retribuzione che rappresenta quasi un terzo di quella percepita da un ordinario dell’Università, qual è il professor Ferrucci. Quest’ultimo, quando ha accettato l’incarico, sapeva a  cosa andava incontro, sperava però che l’Università di Perugia gli consentisse di continuare a percepire  il suo compenso da professore, come era accaduto in altri casi. Non è andata così.

Perché c’è stato il no dell’ateneo? Il Rettore Marianelli può legittimamente spiegare questa scelta con un parere dell’Avvocatura dello Stato che si era già espressa, su richiesta di Maurizio Oliviero, negativamente. Ma c’è di più: non mancano coloro che criticano un simile giudizio perché inesatto e un po’ forzato. Chi fa una tale osservazione, aggiunge che ci fu in un passato ormai lontano una dura contrapposizione fra Ferrucci e Oliviero riguardo alla vicenda dello studentato. Una simile dietrologia non è però accettabile perché sarebbe lesiva per l’Avvocatura dello Stato che invece ha motivato la propria posizione in punta di diritto.

E poi, sia come sia, le questioni che riguardavano la Sviluppumbria non dovevano essere necessariamente risolte dall’Università. Spettava alla Regione  trovare la via. E c’era una strada maestra.

E’ ben chiaro che la società per lo sviluppo è uno degli enti più importanti della Regione. Come è possibile che l’amministratore unico riceva uno stipendio così basso? Tutti – consiglieri di maggioranza e di opposizione – si sbracciano per affermare che da lì passano scelte importanti – non è dunque accettabile che l’amministratore unico prenda abbondantemente meno della metà dei vertici della Scuola di Amministrazione Pubblica dell’Umbria, di Umbriaflor, di Afor, e via elencando. Ed è irragionevole che un suo dipendente percepisca il doppio.

Una volta ai vertici di Sviluppumbria c’erano due poltrone: quella del direttore (piuttosto ben retribuita) e quella del Presidente (pochi soldi ma molto prestigio). Poi – Tesei regnante – le cariche vennero unificate e nacque la figura dell’amministratore unico con lo stipendio suddetto (1400 euro). Una simile retribuzione può essere accettata solo da un personaggio  benestante del suo o da chi, poco qualificato, sia in cerca di uno stipendio purchessia. Quel ruolo dunque rischia di finire appannaggio o solo di persone ricche o di professionisti poco qualificati. Non sarebbe meglio stabilire una retribuzione uguale a quella di altri enti? La scelta di tenerla tanto bassa è dettata da puro populismo e come tale da rigettare. Se come tutti affermano, Sviluppumbria è un ente molto importante  perché non pagare adeguatamente l’amministratore unico? La strada maestra era dunque quella di cambiare il provvedimento e di farlo il più rapidamente possibile.

Ferrucci ormai se n’è andato, ma forse qualche critica la merita anche lui. Prima però occorre riconoscergli che è da un anno ai vertici e che quindi ha perso parecchie migliaia di euro. E questo è un comportamento non comune sia nel mondo politico che in quello burocratico. Eppure anche lui poteva far qualcosa di meglio. Invece di attendere in silenzio che gli arrivasse in qualche modo una retribuzione degna di questo nome, perché non ha messo sotto gli occhi di tutti l’anomalia che stava vivendo? Il problema non riguardava solo lui, ma anche i successivi amministratori. Non bisognava solo trovare un arrotondamento del suo compenso, ma riformare una situazione che avrebbe messo in difficoltà anche altri e che era patentemente ingiusta.

Adesso che fare? Prima di tutto bisognerà cercare un nuovo amministratore unico per Sviluppumbria. Sarebbe infatti ridicolo continuare una sorta di questua, il cui risultato finirebbe in un paniere col quale presentarsi a Ferrucci per chiedergli di ritirare le dimissioni. Cominciano a circolare i profili del suo successore: ci vorrebbe un imprenditore ben piazzato o un pensionato autorevole. Spunta un nome che già era circolato in passato: si tratta di Carlo Ottone, ternano, eccellente uomo d’affari che aderì alla lista capeggiata da Proietti. Una personalità di prim’ordine. Ma il problema vero è quello di prendere il toro per le corna e cambiare la norma firmata Tesei. Certe volte occorre esporsi e avere il coraggio di contrastare il qualunquismo montante. Con buona pace dei populismi di destra e di sinistra.